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Pollock e la scuola di New York

- di: Claudia Loizzi
Jackson Pollock e gli artisti della Scuola di New York sono espressione di un nuovo linguaggio visivo della pittura, che cerca una rottura con la tradizione europea per affermare un modo tutto americano di vivere e fare arte. La mostra in tal senso mette in luce l’influenza di Pollock e indaga sui suoi rapporti con i più importanti artisti attivi a New York tra il 1930 e la metà degli anni Sessanta, tra i quali Willem de Kooning, Helen Frankenthaler, Franz Kline e Mark Rothko per citarne alcuni. Sebbene ciascuno dei pittori sia degno di nota, l’impatto dell’arte di Pollock è da molti considerato il più profondo, de Kooning lo ha descritto con queste parole: “Di tanto in tanto un pittore deve distruggere la pittura. Lo fece Cézanne, poi Picasso con il cubismo. E poi Pollock, che ha mandato in frantumi la nostra idea di che cos’è un dipinto. In seguito potranno essercene degli altri”.
Perché Pollock è considerato tra i più importanti artisti del suo periodo? Glı Irascıbili, Foto di Nina Leen  (1950
Noto soprattutto per le composizioni all-over (a tutto campo) e per la sua tecnica originale di pittura spontanea ed istintiva che consiste soprattutto nello sgocciolare (dripping) o versare (pouring) il colore sulla tela stesa sul pavimento dello studio, le sue opere possiedono un’energia, un’apertura e un’immediatezza senza pari.
“Quando sono dentro al mio quadro”, diceva Pollock, “non so cosa sto facendo”. Il suo metodo è fermarsi a contemplare l’immagine durante quello che chiama il suo periodo di “conoscenza”. Se di tanto in tanto nel dipinto compare per errore un’immagine realistica, Pollock la cancella perché il quadro deve conservare “una vita propria”. Infine, dopo giorni passati a riflettere e a scarabocchiare, decide che il dipinto è finito – una deduzione, questa, che pochi artisti hanno la capacità di poter compiere.
Pollock è giunto all’astrazione pura dopo un periodo in cui la sua pittura aveva tratti più figurativi e affiancava immagini mitiche a segni e simboli inventati. Nella sua giovinezza il suo orientamento artistico è improntato all’arte figurativa con il suo maestro Hart Benton, pittore realista. Ma attraverso la sua incessante ricerca verso qualcosa che lo rappresenti, sperimenta nuove tecniche e nuovi materiali, attratto da Picasso e da quella “teoria dell’accidenti controllato”, per cui l’opera finale è caratterizzata da ampi margini di imprevedibilità.
Nonostante i suoi problemi di instabilità emotiva e nevrosi dovute all’abuso di alcol, che condizioneranno molto la sua vita, Pollock diviene punto di riferimento della pittura moderna, tanto da esser preso sotto l’ala protettiva di Peggy Guggenheim tra il 1943 e il 1947. La grande collezionista americana gli chiede di realizzare per casa sua un’opera che possa coprire una superficie di 7 metri per 1,80. Inizialmente è in crisi perché la superficie di riferimento è piuttosto ampia rispetto agli standard “poi un bel giorno si alzò e in poche ore creò un capolavoro. Questa pittura murale era più astratta delle sue opere precedenti. Era formata da strisce continue di figure astratte blu, bianche e gialle, in rapporto ritmico tra loro, il tutto schizzato di pittura nera, secondo il metodo del dripping”. Per la sua modalità di pittura il quadro da cavalletto è in via d’estinzione, si trova più a suo agio sul pavimento perché “in questo modo posso camminarci attorno, lavorare sui quattro lati, essere letteralmente nel quadro”. Si allontana dagli strumenti tradizionali, “preferisco la stecca, la spatola, il coltello”, usa materiali extra pittorici, impasti di sabbia, vetro polverizzato, ed è soddisfatto solo quando perde il controllo ed è come se il quadro si facesse da solo.
Mark Rothko (1903-1970) Untitled (Blue, Yellow, Green on Red), 1954 Nella sessione della mostra del Vittoriano di Roma, dedicata a Pollock, grazie alle foto e ai brevi filmati del regista tedesco Hans Namuth, si ha la possibilità di vivere davvero l’energia della tecnica pittorica dell’artista: sdraiati su un soffice divano si assiste in alto alla proiezione di un video in cui l’artista sembra quasi dipingere sui nostri volti, noi siamo il quadro e vediamo con quanta forza e concentrazione e apparente casualità Pollock esegua la sua opera attraverso energiche pennellate di colore e versamenti sulla tela di altri materiali come bottoni, sabbia e vernice in una fusione tra la ritualità di una danza indiana primitiva e la modernità di un’arte pre-performantica.
Nel 1950 Jackson Pollock è la superstar della pittura americana, ma non è solo. E’ già da 10 anni che si parla di scuola di New York per definire non tanto una corrente artistica standardizzata, ma la sensibilità di una pittura che vuole andare oltre il realismo. Il termine di Espressionismo astratto, è stato usato nel 1929 da Alfred Barr per definire un’opera di Kandinskij, termine poi ripreso nel 1946 dal critico Robert Coates che in un suo articolo apparso sul “New Yorker”, definì gli artisti della nuova tendenza “espressionisti astratti”, ma il termine entrerà in uso solo dopo il 1960. Questi artisti possono di volta in volta porre l’accento sull’ Action Painting: astrazione gestuale in cui la pennellata si fa energia; sul Color Field Painting: l’impatto del colore immersivo in cui la pittura viene eseguita per campi di colore; sull’ American-Type Painting che sottolinea il distacco dalla sensibilità estetica tipicamente europea. Oppure sono artisti che, vivendo ed esponendo insieme le loro opere a New York, diventano una comunità che condivide una influenza ed una estetica comune (New York School).
La mostra ci fa entrare direttamente in questo clima rivoluzionario del maggio 1950: il Metropolitan Museum di New York organizza un’importante mostra di arte americana contemporanea escludendo proprio la cerchia degli espressionisti astratti scatenando la rivolta del movimento.
La loro protesta verrà riassunta e immortalata nella celebre foto di Nina Leen apparsa nel gennaio 1951 su “Life” in cui quindici artisti vestiti come “banchieri”, messi in posa per mostrare la loro forza e la loro coesione contro il Metropolitan Museum, saranno definiti gli Irascibili. Nonostante la forma di protesta, sottolineata dagli abiti formali, sia apparentemente civile, i protagonisti (Pollock, Newman, Rothko, Motherwell, de Kooning) e i comprimari insieme, sono tutti molto arrabbiati per essere stati esclusi. Questo episodio non fa altro che unirli in un fronte comune. Così dal Greenwich Village, dove si radunano, si alzerà una voce forte sul difficile rapporto tra avanguardia e istituzioni.
L’esposizione si snoda in altre sezioni dedicate ai primordi di questo movimento, rappresentati da pittori con profonde radici nella cultura europea tra cui Arshile Gorky di origine Armena e William Baziotes di origine greca, mentre Robert Motherwell, nato nello stato di Washington nel 1915, è tra i fondatori della Scuola di New York.
In un’ulteriore sezione troviamo il precursore dell’Action painting, Franz Kline, dedito all’astrazione ma con richiami alla realtà delle architetture di New York, con i suoi grattacieli, ponti e le sue strade. Del 1951 è la sua prima personale alla Egan Gallery; il successo è immediato e prosegue per tutto il decennio. Insieme a Pollock, Rothko e de Kooning è considerato tra i massimi interpreti della Scuola di New York.
Nella quarta sessione della mostra si passa dall’espressionismo astratto con la sua gestualità e vigore, alla smaterializzazione e alla flatness del colorfield: la tela è irradiata da campi di colore puri, realizzati con gesti quasi meccanici da dove si allontana, gradualmente, la mano del pittore. Tra i maggiori esponenti Hans Hofmann il più anziano e punto di riferimento per le generazioni di artisti più giovani. E ancora importanti interpreti femminili del movimento come Lee Krasner , Grace Hartigan, e l’elegante Helen Frankenthaler, assieme ad Adolph Gottlieb e Philip Guston. La nuova pittura è protagonista di un processo di spoliazione, il passo verso il minimalismo è breve.
La quinta sessione vede protagonista Willem de Kooning. “L’arte non mi appare mai come qualcosa di sereno o di puro. Mi sembra sempre di restare avviluppato nel melodramma della volgarità. Non penso all’arte come ad una situazione di comfort”. Vicino all’Action Painting, mai completamente espressionista astratto perché se alcune sue opere avranno carattere astratto, egli non abbandonerà mai definitivamente l’arte figurativa: nella serie Woman, la figura femminile è visibile, i colori sono acidi e le pennellate vigorose.
La sesta sessione è dedicata Mark Rothko che fonda insieme a Adolph Gottlieb il gruppo The Ten. Se Pollock rappresenta la forza, il caos gestuale, in Rothko invece si riscontra il pensiero, la lentezza, la meditazione con un approccio lirico e mistico nell’uso del colore e nella gestione dello spazio pittorico. Le sue opere sono di grandi dimensioni e raffigurano rettangoli luminosi e vibranti con una scelta cromatica volta a suscitare momenti silenziosi di contemplazione.“Non mi interessano i rapporti di colore, di forma o di qualsiasi altra cosa. Mi interessa soltanto esprimere emozioni umane fondamentali – la tragedia, l’estasi, il destino e così via. Le persone che piangono davanti ai miei quadri vivono la stessa esperienza religiosa che ho vissuto io dipingendoli”. Willem de Kooning (1904-1997) Door to the River, 1960
Provenienti dalla collezione permanente del Whitney Museum of American Art, le opere esposte aprono una finestra sugli intenti comuni di artisti che, insieme, nonostante provenienze e contesti diversi, hanno cambiato il corso della storia dell’arte. Coesi nel creare, attraverso una forma di astrazione, una nuova realtà che potesse rappresentarli e contemplarli: gli Stati Uniti del secondo dopoguerra.
L’11 agosto 1956 a 44 anni Pollock perde la vita a seguito di un incidente d’auto. La sua morte segna un importante spartiacque per la storia dell’arte, come ricorda Allan Kaprow : “La sua scomparsa ci ha ricordato Van Gogh e Rimbaud, ma questa volta era la nostra generazione a essere testimone della morte di un uomo … due sono le alternative. O continuiamo su questa strada ed eseguiamo dei buoni ‘quasi dipinti’, operando delle variazioni sull’estetica di Pollock senza negarla o superarla. Oppure smettiamo totalmente di dipingere”.
Dopo la sua morte non si è smesso di dipingere, ma quasi. La tela non verrà più usata per essere dipinta, ma verrà graffiata, tagliata, bucata, sarà un mero supporto, un’opportunità, un’ipotesi, un punto di partenza per andare di nuovo oltre.
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