Giustizia: cosa si lascia dietro la riforma Cartabia

- di: Diego Minuti
 
La riforma della Giustizia, firmata dalla guardasigilli Marta Cartabia e sostenuta con il peso del suo prestigio dal premier Draghi, due/tre considerazioni le merita, dopo che ieri sera una lunga trattativa con i Cinque Stelle le ha finalmente dato il via libera.
Non entriamo nel merito tecnico delle innovazioni che la riforma apporta all'impianto generale dell'amministrazione della Giustizia in Italia: lo stanno facendo da tempo emeriti giuristi, valenti appartenenti all'ordine forense, politici ed anche magistrati che, per il ruolo che detengono, avrebbero modo di esprimere la loro idea della riforma senza affidarsi a strumenti di comunicazione dai quali forse dovrebbero stare alla larga, per il latente pericolo che le loro parole vengano strumentalizzate. Come è già immancabilmente accaduto, quasi che un dissenso diventi una condanna a morte per una riforma.

Ma certo non si può sperare che all'improvviso magistrati detentori di incarichi di responsabilità e che stanno perennemente sotto i riflettori si impongano il silenzio su cose che ritengono nocive, scegliendo la spettacolarizzazione dei loro distinguo piuttosto che servirsi degli organismi rappresentativi. In questo modo, volente o nolente, il corpo giudiziario si presenta all'esterno come molto più diviso della realtà. Gli effetti di questa strana evoluzione delle dinamiche interne alla magistratura si vedranno a breve, magari in occasione delle nomine per delicati posti - come i vertici di procure di importanti sedi giudiziarie - che potrebbero vedere schierarsi i media più politicizzati a seconda delle prese di posizioni sulla riforma.

Ma qui entriamo in una logica particolare, quella che fa ritenere anche all'ultimo media di confine di essere determinante per le sorti del Paese pure se tratta gli argomenti solo su base ideologica.
Un altro aspetto che merita una riflessione è che la riforma ha creato frizioni in seno alla coalizione di maggioranza. Di contro il suo esito (con modifiche e correttive apportati ad un testo che, originariamente, doveva essere blindato e che solo negli ultimi giorni è stato aperto a qualche cambiamento) ha confermato forse l'unico aspetto che riguardi l'intero Paese: la capacità di Draghi di trovare soluzione ai problemi che derivano dai partiti facendo leva sul fatto che a lui, in questo momento, non c'è realisticamente una alternativa. Una condizione che è conferma di forza oggettiva del premier, ma insieme anche del senso di appiccicaticcio che il governo si porta dietro, vista le nette divisioni che registra al suo interno.

C'è da interrogarsi, però, su fino a quando il peso personale di Draghi possa tenere insieme un gruppo di formazioni politiche che sembrano avere accettato di fare parte del governo ritenendolo solo un passaggio di una lunghissima campagna elettorale, in cui tutti gli argomenti possono essere oggetto di iniziative per ingraziarsi questa o quella porzione di elettorato. Giustizia compresa.
Un'ultima considerazione deve necessariamente essere riservata alla volontà delle parti in commedia di rendere concreto lo spirito di una riforma che si può anche non condividere e che, riguardando essenzialmente il processo penale e i suoi meccanismi, richiede a magistrati e avvocati di cambiare decisamente passo.

Nel senso che sapendo che la improcedibilità - sostanzialmente la prescrizione - diventa una tagliola per moltissimi processi che non siano per mafia o terrorismo o, ancora, per i ''reati gravi'', tutti dovrebbero concorrere alla speditezza dei procedimenti. Ma questo oggi è ancora sulla carta, perché significherebbe che, è un esempio, gli avvocati non si avvalgano delle possibilità che vengono loro concesse dal codice di rito per dilatare i tempi di un procedimento. E si sa che il tempo gioca sempre la sua parte in un processo penale perché, allungandosi, attenua gli effetti emotivi di alcune accuse, allenta il ricordo di particolari eventi, crea condizioni per le quali il (presunto) reo possa vedere la sua posizione alleggerita per il solo fatto che gli eventi del processo sono ormai vecchi.

Diciamo questo perché, già oggi, alcuni quotidiani hanno fatto partire la grancassa sostenendo che sicuramente andranno prescritti i processi relativi ad alcuni recenti eventi che hanno riempito le pagine dei giornali, come ad esempio i pestaggi nelle carceri. Con l'inchiesta ancora in corso, dire già oggi che il processo per gli agenti penitenziari sarà decapitato dalla mannaia dell'improcedibilità è un atto di discredito nei confronti dei magistrati. Che devono fare il loro lavoro e, compatibilmente le condizioni ambientali in cui operano, al meglio.
Il Magazine
Italia Informa - N°4 Luglio-Agosto 2021
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