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Decreto flussi, solo il 7,8% degli ingressi si è trasformato in impieghi stabili

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Decreto flussi, solo il 7,8% degli ingressi si è trasformato in impieghi stabili

Un fallimento annunciato. Il Decreto Flussi, che avrebbe dovuto regolamentare l’ingresso di lavoratori stranieri per colmare i vuoti nel mercato del lavoro italiano, si è rivelato un meccanismo inceppato. Delle decine di migliaia di autorizzazioni concesse, appena il 7,8% si è tradotto in un impiego stabile. Il resto? Un limbo burocratico, tra richieste inevase, pratiche rallentate e lavoratori mai realmente inseriti nelle aziende.

Decreto flussi, solo il 7,8% degli ingressi si è trasformato in impieghi stabili

Quando il governo ha varato il provvedimento, l’obiettivo era chiaro: rispondere alle esigenze di settori in crisi di manodopera – dall’agricoltura all’edilizia, dalla ristorazione all’assistenza familiare. Ma i numeri raccontano una storia diversa: su 82mila ingressi autorizzati, solo una frazione minima si è trasformata in contratti di lavoro regolari.

Il problema non è solo il numero esiguo di assunzioni rispetto alle richieste, ma anche la lentezza con cui il sistema processa le domande. Le aziende si trovano ad aspettare mesi per ottenere i nulla osta, i lavoratori spesso restano bloccati nei Paesi d’origine in attesa di un visto che non arriva, mentre nel frattempo le necessità delle imprese cambiano, rendendo inutilizzabile il permesso ottenuto.

La giungla burocratica e i ritardi
Il decreto è finito nella solita trappola: quella della burocrazia. Le prefetture, sottodimensionate e impreparate a gestire un flusso di pratiche così massiccio, impiegano tempi biblici per completare le procedure. Nel frattempo, le aziende desistono o cercano soluzioni alternative, come il ricorso al lavoro irregolare.

I numeri lo confermano: oltre il 50% delle domande si perde nei meandri dell’amministrazione. Alcune finiscono in una sorta di limbo, bloccate da cavilli normativi o dalla difficoltà di dimostrare un’effettiva esigenza di manodopera. E mentre il sistema arranca, cresce il mercato parallelo dell’immigrazione irregolare, che trova nuovi spazi in un quadro normativo incapace di rispondere ai bisogni reali.

Il paradosso del mercato del lavoro

Il fallimento del Decreto Flussi si inserisce in un contesto paradossale. Da una parte, le imprese lamentano la mancanza di lavoratori, dall’altra, migliaia di immigrati restano esclusi dal circuito regolare. Non è un caso che i settori più colpiti, come l’agricoltura e l’edilizia, siano anche quelli con il tasso più alto di lavoro sommerso.

“Così non funziona”, ammette un imprenditore del settore ristorazione. “Abbiamo presentato richieste per cinque lavoratori, ma tra ritardi e vincoli burocratici, alla fine ne è arrivato solo uno. Gli altri posti sono rimasti scoperti.”

La soluzione? Più flessibilità e digitalizzazione

Gli esperti suggeriscono due interventi chiave per rendere il decreto efficace: digitalizzazione delle procedure e maggiore flessibilità nei flussi. Un modello simile a quello tedesco, che prevede liste aggiornate di professioni carenti e canali più rapidi di ingresso, potrebbe essere la chiave di volta.

Ma la politica resta ferma. Il dibattito si arena su posizioni ideologiche, mentre le imprese continuano a combattere con un sistema che non riesce a fornire risposte tempestive. Il risultato? Un mercato del lavoro ingessato e un’occasione sprecata per regolare in modo efficace l’immigrazione economica.

Il Decreto Flussi, nato per portare ordine, rischia di essere ricordato come l’ennesima promessa tradita.

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