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Dazi Usa, l’Italia frena: il Pil tagliato già dal 2025

- di: Jole Rosati
 
Dazi Usa, l’Italia frena: il Pil tagliato già dal 2025
Dazi Usa, l’Italia frena: il Pil tagliato già dal 2025
Il Dpfp stima -0,1% nel 2025 e -0,5% nel 2026. Effetto deflazionistico sui prezzi, occupazione quasi ferma. Bruxelles prepara contromosse.

(Foto: il presidente Trump durante la prima presentazione dei dazi).

Il nuovo Documento programmatico di finanza pubblica fotografa un’Italia che incassa il colpo dei dazi statunitensi: secondo la simulazione, il Pil reale scenderebbe di 0,1 punti nel 2025, per poi perdere 0,5 punti nel 2026, 0,4 nel 2027 e 0,2 nel 2028 rispetto allo scenario base. Un profilo più graduale ma persistente nel resto d’Europa, con un indebolimento che si attenua solo a fine orizzonte.

Sul fronte prezzi, l’effetto per l’Italia risulta disinflazionistico: -0,1% quest’anno, -0,4% nel 2026, -0,2% nel 2027 e -0,3% nel 2028. Il mercato del lavoro, invece, resta quasi immobile: impatto nullo nel 2025 e 2028, +0,1% di occupazione nel biennio 2026-2027.

Cosa cambia per l’economia italiana

In teoria i dazi alzano i prezzi sui beni importati. In questo shock, però, pesa di più il freno sulla domanda estera e sugli investimenti: le imprese rimandano ordini e piani di spesa, le catene del valore si riassestano con costi e ritardi, e l’aspettativa di regole variabili congela le decisioni. Il documento segnala che l’incertezza commerciale resta alta e che il rimbalzo dell’export del primo trimestre è stato favorito da un front-loading prima dei nuovi dazi, seguito da un raffreddamento delle vendite all’estero.

Cosa fa Bruxelles e come reagisce il mercato

Bruxelles lavora su due binari: protezione dei settori vulnerabili e ridefinizione delle alleanze commerciali. Sul tavolo misure difensive sui metalli e possibili rimodulazioni di quote e prelievi per proteggere acciaio e filiere come meccanica e auto. In parallelo, la Commissione valuta aggiustamenti selettivi su alcune voci tariffarie nel dialogo con Washington, segnale che si cercano valvole di sfogo per gli scambi.

Le capitali europee ragionano anche sull’euro come moneta di fatturazione con partner colpiti dai dazi americani, per ridurre la dipendenza dal dollaro e ammortizzare gli shock extratlantici.

Cosa succede a Washington

La Casa Bianca ha dato attuazione a una cornice di “tariffe reciproche, eque ed equilibrate” con l’Ue e ha ampliato il perimetro dei prelievi su importazioni da più aree del mondo. Gli atti federali di fine settembre delineano base legale e procedure con cui l’Amministrazione applica e modula i nuovi dazi. In aggiunta, emergono nuove lettere tariffarie su comparti come legname, arredamento e componenti, segnale di un approccio estensivo che impatta filiere europee integrate negli Usa.

Gli effetti per l’Italia: settori e rischi

Per l’Italia il canale principale è la meccanica — motori, macchine utensili, componentistica — assieme a metalli, gomma-plastica e arredamento. Una tassa all’ingresso negli Usa può tradursi in margini più sottili o ordini cancellati. L’effetto “prezzi più bassi” non è una buona notizia: indica che si raffredda la domanda, non che aumenti la concorrenza virtuosa.

Le imprese più esposte stanno ripensando mercati e logistica: si consolida la diversificazione verso Asia non cinese, Medio Oriente e America Latina, con contratti in euro quando possibile per limitare il rischio cambio. Ma la ricollocazione richiede investimenti, certificazioni e nuove reti distributive.

Cosa può fare il governo

Priorità: schermare la liquidità con credito agevolato mirato all’export, garanzie e assicurazioni pubbliche; spingere la produttività con una Transizione 5.0 stabile e pluriennale, formazione su competenze digitali e green e dogane più veloci; infine diplomazia commerciale su standard e mutuo riconoscimento per recuperare crescita.

Le frasi chiave

“L’incertezza sulle politiche commerciali internazionali resta elevata”, osserva il documento, che colloca la crescita 2025 su uno 0,5% acquisito e rivede al ribasso le stime rispetto ad aprile.

Il punto

Il verdetto dei numeri è netto: i dazi non alzano la marea, la abbassano. L’Italia entra nel 2026 con meno slancio e un’inflazione più bassa per motivi sbagliati. La risposta utile non è la rincorsa tariffaria, ma riforme pro-offerta, accordi mirati e più integrazione europea nei fatti. 

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