Ambientalisti perplessi sulla svolta green di Eni

- di: Diego Minuti
 
La prima cosa che alcuni amanti della natura - a leggere i primi irritati commenti che cominciano ad arrivare - parrebbero dire, nel commentare la virata green di Eni, la società guidata da Claudio Descalzi, è che, ieri come oggi, la vita quotidiana è disseminata di sepolcri imbiancati, di quelli cioè a cui sembra sufficiente dare qualche pennellata di afflato ambientalista alle politiche energetiche seguite sino ad oggi per mondarsi di ogni antico peccato e dare di sé l'immagine migliore possibile. Difficile dire oggi quello che effettivamente vale l'annuncio del colosso energetico della trasformazione di Eni Gas e Luce in una società benefit, con obiettivi sociali e in cui i traguardi economici non saranno realmente importanti come lo sono stati sino ad ora.

Una sterzata a 180 gradi perché quei rami dell'Eni che oggi portano molti profitti dovrebbero cambiare veste, per indossare, almeno formalmente, quella dei paladini del verde e delle migliori ricadute possibili per la collettività-utente. Una operazione vera (cioè frutto di un ragionamento realmente green) o un modo per cancellare recenti inciampi lungo il cammino nel gruppo? Qualche dubbio sull'effettiva motivazione della nascita della società benefit in effetti resta, anche perché non è che l'immagine recente di Eni sia cristallina, con comportamenti ritenuti troppo spregiudicati. O almeno tanto spregiudicati da indurre qualche autorità regolatrice ad intervenire, sanzionando i comportamenti di Eni.

La prima scalpellata a come Eni ''verde'', come si presenta agli utenti, l'ha data l'Antitrust che, appena lo scorso anno, ha colpito il gruppo proprio nel suo tanto decantato coté ambientalista, sanzionandola per cinque milioni di euro per il fatto di avere spacciato come ''green'' un gasolio che, sottoposto ad analisi specifiche, tanto "green" non era. C'è poi il controverso rapporto con i consumatori, che i venditori telefonici di Eni spingono ben oltre il lecito, al punto che il Garante per la privacy ha stabilito che il gruppo deve pagare undici milioni e mezzo di euro per ''pratiche illecite'' e, addirittura, perché oltre settemila clienti si sono accorti di essere titolari di un contratto mai sottoscritto.

A fare ''scollinare'' quota 22 milioni alle sanzioni inflitte all'Eni ci ha pensato nuovamente l'Antitrust, accusando il gruppo di avere cercato di fare pagare a dei consumatori fatture vecchie di almeno anni e quindi non più esigibili per sopravvenuta prescrizione. La sanzione è sempre una cosa spiacevole, ma colpiscono soprattutto le motivazioni che disegnano l'esistenza di uno schema consolidato ed aggressivo mirato a condizionare il consumatore. Ma questo, verrebbe da commentare, era ieri, perché l'Eni di oggi è una cosa ben diversa. Perché la sua trasformazione in una società benefit ha obiettivi ben precisi e, contemporaneamente, encomiabili, "valorizzando - si legge in una nota - il ricorso a fonti di energia rinnovabile ed educando a un consumo energetico consapevole ed efficiente, per contribuire attivamente alla transizione energetica in corso".

Ma le innovazioni ufficiali alla mission di Eni restano lì, nero su bianco, anche troppo per alcune organizzazioni ambientaliste che parlano ufficialmente di ''greenwashing'', una parola di conio recente e con il quale in inglese - lingua magistrale quando si tratta di sintesi - si definiscono quelle politiche dichiaratamente ambientaliste, ma che restano di facciata, ad uso e consumo del pubblico, e che sono mirate a modificare una immagine altrimenti poco gradita a chi ama la natura. Perché, dicono gli ambientalisti, gli investimenti in attività sostenibili sono appena il 10 per cento del totale, mentre nel 20% che l'Eni dichiara sono comprese anche le bioraffinerie che non sono considerate realmente green.

Uno scenario, quindi, abbastanza complesso e, per certi versi, anche contraddittorio se si guarda alle politiche sin qui adottate da Eni che tutto sono sembrate meno che effettivamente attente ai problemi ambientali. Ma, come viene detto da più parti (ovvero, dalle diverse anime dell'ambientalismo e delle organizzazioni a tutela del cittadino consumatore), una società benefit non si può limitare ad essere oggetto di un annuncio e non è nemmeno un punto d'arrivo. Deve essere invece un punto di partenza con chiare finalità alle quali informare atti e non solo parole. Per sintetizzare, la nascita di una società benefit è sempre un fatto positivo, ma anche i tempi devono avere una loro logica e che quella di Eni arrivi dopo un lungo periodo in cui la sua immagine è uscita molto compromessa sembra il capitolo di una nuova politica di marketing. Ora bisogna aspettare perché il tempo può essere galantuomo, ma di sicuro è anche il giudice più severo, soprattutto quando le promesse sono roboanti.

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