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Farmaci, l’Italia cambia marcia: export e produzione superano l’auto

- di: Marta Giannoni
 
Farmaci, l’Italia cambia marcia: export e produzione superano l’auto

Nel 2025 la farmaceutica diventa il vero motore industriale del Paese, con Campania protagonista e nuovi equilibri nell’export.

(Foto: preparazione di farmaci).

C’è un numero che, più di altri, racconta il cambio di stagione dell’economia italiana: la crescita della produzione di farmaci a novembre 2025, nettamente sopra la media dell’industria. Non è solo un rimbalzo statistico: è il segnale di una traiettoria che negli ultimi anni ha spostato il baricentro dalle linee dell’automotive ai laboratori, dagli stabilimenti di componentistica ai reparti sterili, dai cicli lunghi dell’auto ai tempi compressi della domanda globale di salute.

La fotografia di fine 2025 è chiara: la produzione industriale complessiva torna a muoversi e dentro quella dinamica il comparto farmaceutico corre, trascinando con sé anche pezzi “collaterali” ma cruciali della filiera, come gli apparecchi elettromedicali. Nello stesso mese, settori tradizionalmente pesanti restano invece più in affanno, con cali nei mezzi di trasporto e oscillazioni legate ai prodotti petroliferi raffinati.

Il punto non è solo industriale: è commerciale. Nei primi undici mesi del 2025 l’export italiano cresce, ma la parte più brillante della storia la scrivono gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici, che registrano un’accelerazione molto superiore al resto del paniere. È una spinta che pesa sulle scelte di investimento, sulla logistica, sulle competenze richieste e perfino sul modo in cui l’Italia si racconta ai mercati: non soltanto manifattura di stile e meccanica, ma anche scienza applicata e capacità regolatoria.

In questo scenario, la Campania non è una comparsa. Negli ultimi anni ha consolidato un profilo da “hub” della farmaceutica nazionale e mediterranea, con distretti produttivi che contano sia in termini di occupazione qualificata sia come quota delle esportazioni regionali. Il dato è strategico perché lega territorio e catene globali del valore: dove si produce, si certifica, si confeziona e si spedisce, si costruisce anche potere contrattuale.

Il sorpasso “storico” rispetto all’auto – maturato negli ultimi anni e ormai visibile anche nelle serie annuali – ha un valore quasi narrativo: per decenni l’automobile è stata la cartolina industriale del Paese; oggi, invece, è la farmaceutica a occupare il centro della scena, con volumi e traiettorie più favorevoli. Non significa che l’auto scompaia, ma che il suo ruolo si ridimensiona in un contesto di transizione tecnologica, domanda europea incerta e concorrenza globale più dura.

Anche la geografia delle esportazioni aiuta a capire perché il “pharma” pesa così tanto. La crescita verso alcuni mercati europei e verso aree ad alta capacità di import, insieme al ruolo di snodi commerciali vicini alle filiere della salute (con scambi spesso legati a multinazionali e piattaforme logistiche), contribuisce a sostenere il dato. Al contrario, su alcune destinazioni extraeuropee più instabili si registrano frenate più marcate, e questo rende ancora più preziosa la tenuta dei comparti a maggiore valore aggiunto.

Nel rapporto con gli Stati Uniti – mercato chiave per l’export italiano – la partita resta doppia: da un lato, la domanda e le opportunità per prodotti ad alto contenuto tecnologico; dall’altro, l’attenzione a dazi, regole e “assestamenti” che possono cambiare rapidamente i margini. Il saldo commerciale complessivo rimane un indicatore cruciale perché misura non solo la quantità venduta, ma la qualità e la competitività del mix esportato.

“Non è un fuoco di paglia: è una trasformazione strutturale, costruita su investimenti, ricerca e capacità produttiva”. È la sintesi più ricorrente tra osservatori industriali e analisti del commercio estero: il settore farmaceutico beneficia di filiere robuste, standard elevati, una domanda internazionale meno ciclica rispetto ad altri beni e un ecosistema che, quando funziona, crea ricadute anche su packaging, chimica fine, logistica del freddo e servizi avanzati.

Il “cambio di paradigma” è qui: l’Italia che cresce è quella che unisce manifattura e conoscenza, produzione e certificazione, export e reputazione. E se il 2026 confermerà la tendenza, il Paese avrà davanti non solo una buona notizia congiunturale, ma un nuovo asse industriale su cui costruire politica economica, formazione e attrazione di investimenti.

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