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Inps: i problemi sono altri che non lo stipendio di Tridico

- di: Diego Minuti
 
Il dito e la luna, verrebbe da dire riflettendo sul finimondo politico che è scoppiato nel momento in cui è venuta fuori la delibera con cui sono stati ridefiniti nuovi compensi per i vertici dell’Inps. Il ''dito'' dell’incipit sono le polemiche sul nuovo stipendio del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ma la ''luna'', che è sotto gli occhi di tutti, ma di cui nessuno – soprattutto in una delle componenti della maggioranza di governo – vuole ammettere l’esistenza è un sistema di previdenza sociale che sconta equivoci che gli derivano non solo dalla sua gestione economica, quanto dal dovere eseguire, supinamente, le imposizioni che vengono dalla politica.

Che, in questo caso, ha fatto una incursione nei compiti dell’Istituto, gravandoli di pesi insostenibili, come quelli legati all’applicazione, sic et simpliciter, del reddito di cittadinanza. Sì, proprio quello con cui i Cinque Stelli dissero di avere sconfitto la povertà e che invece, per la sua indeterminatezza e il suo sfrenato populismo assistenzialistico, sta procurando più problemi che altro.

Dico subito che non mi scandalizza che il presidente di una struttura elefantiaca, complessa ed anche infida come l’Inps, guadagni 150 mila euro all’anno, mentre prima gliene spettavano appena 62 mila (parliamo di lordo). Il peso della responsabilità è tale che deve essere compensata. Lo dico per l’Inps (e quindi solo incidentalmente per Tridico) come per tutti gli altri grandi enti di Stato. Quello che mi appare, confesso, strumentale è che il caso sia stato sollevato per chiari fini politici. Il cui obiettivo principale, almeno a leggere le carte della vicenda, sono i Cinque Stelle che di Tridico sono stati sostenitori sin da quando lo catapultarono da oscuro docente dell’università di Roma Tre a futuro ministro del Lavoro. Carica sfuggitagli, ma ricompensata con l’Inps.

Ma, ripeto, non è questione di compenso, ma di come la politica stia cercando di usare la vicenda a suo favore. L’opposizione di centrodestra grida allo scandalo (ma la decisione di aumentare i compensi risale al precedente esecutivo Lega-Cinque Stelle), mentre parti della maggioranza, comprese le frange più movimentiste dei 5S, chiedono chiarimenti.
Ma nessuno, mi pare, ha gridato alla scandalo segnalando gli stipendi da 240 mila euro all’anno di Gabriella Di Michele (direttore generale dell’Inps), Giacomo Lasorella (presidente dell’Agcom), Carlo Rustichelli (presidente dell’Antitrust) ed Erenesto Maria Ruffini (direttore dell’Agenzia delle Entrate).

Quindi il caso Tridico è diventato tale per semplici calcoli politici. Ma il problema non è solo Tridico, il problema è l’intero sistema Inps e, soprattutto, il reticolo di assistenzialismo che intorno ad esso è stato determinato. Ne è conferma il reddito di cittadinanza che, mai come adesso, mostra per intero le sue debolezze, che sono dapprima ideologiche che applicative. Nessuno mette in dubbio che lo Stato debba essere vicino a chi è povero.

Ma purtroppo questa non è una definizione che vale in assoluto, perché essa – la qualifica di povero - si basa su parametri che si potrebbero definire laschi, senza che sia stata preparata a dovere la macchina che avrebbe dovuto accertare la fondatezza della presunta, addotta o esibita povertà.
Dire d’avere sconfitto la povertà è una frase ad effetto - soprattutto se la si urla da un balcone di palazzo Chigi, un affronto per la sacralità del luogo -, ma diventa insostenibile se si decide di erogare dei contributi mensili non creando le condizioni per eseguire controlli seri, fondati, assistititi da una struttura di verifica degna di tale nome.

I casi di percettori del reddito di cittadinanza che non avevano i requisiti sono ormai tantissimi ed in alcuni casi si sono dimostrati clamorosi atti d’accusa verso chi ha sostenuto il reddito praticamente universale, da erogare quasi a tutti coloro che lo richiedono, Poi si scopre, quasi quotidianamente, che tra i percettori del reddito di cittadinanza ci sono addirittura mafiosi in stato di detenzione e poveri con Rolex e Porsche. Ma, invece di scandalizzarsi per un sistema che fa acqua da tutte le parti, si solleva il caso Tridico.

Che ha anche le sue responsabilità, magari nel non avere avuto la forza di dire ai suoi politici di riferimento che il reddito di cittadinanza, per come è stato frettolosamente pensato ed approvato, è un mezzo fallimento e che i veri poveri, di questa situazione, sono le vittime. Ma Tridico, evidentemente, non riesce a fare quel passo che distingue gli esecutori dai meri esecutori: il coraggio di avere delle idee proprie e di difenderle anche nei confronti di coloro verso i quali sei debitore.
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