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Digital Magics, l'ad Marco Gay: "Le startup rappresentano la più grande azienda dell'innovazione"

 
L’Open Innovation Summit è ormai un appuntamento fisso, una postazione privilegiata per comprendere le dinamiche nel mondo dell’innovazione. Ne parliamo con Marco Gay, dal dicembre 2017 Amministratore delegato di Digital Magics.

Dottor Gay, l’edizione 2020 quali spunti ha offerto?
"Quella di quest’anno è stata la quinta edizione. Le precedenti si sono svolte a Saint-Vincent, ma quest’anno, a causa dell’emergenza provocata dal Covid-19, l’edizione è stata digitale e si è svolta nella magnifica location del Sole 24 ORE, a Milano. Si tratta di un appuntamento che noi organizziamo annualmente all’interno di un ciclo di eventi GIOIN (Gasperini Italian Open Innovation Network) che ha, come caratteristica, ampiezza dei contenuti dell’ecosistema dell’innovazione e la capacità di coinvolgere startup, innovatori, istituzioni: è un momento di confronto importante e assai significativo per questo mondo".

Quali sono stati i punti più interessanti ed i risultati emersi da questo incontro? In particolar modo, alla luce della pandemia che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo.
Credo che siano emersi tre punti in particolare: il primo è che la pandemia ha portato al centro del dibattito italiano non solo il digitale (entrato prepotentemente nella vita dei cittadini italiani e delle imprese), ma anche come affronteremo una nuova realtà basata sul digitale stesso.
In secondo luogo, abbiamo parlato di come in questa nuova normalità che stiamo vivendo, la trasformazione digitale, l’open innovation e le startup rappresentino una leva cruciale per costruire ed immaginare il futuro in una maniera molto più pratica e concreta. Questo dibattito è stato molto interessante grazie ai relatori che, durante la giornata, ci hanno accompagnato in questa riflessione. Il terzo punto è che abbiamo intravisto una visione comune di tutte le realtà e questo ci rende molto contenti: non solo, quindi, gli operatori coinvolti in questo settore, ma anche le industrie e le istituzioni italiane hanno preso coscienza del cambiamento epocale verso il quale ci stiamo dirigendo. Questa visione comune ha un’importanza fondamentale per poter ripartire, ricostruire e per dare maggior attenzione ad una politica industriale che abbia a cuore determinate caratteristiche.
Sottolineo anche che oggi in Italia le startup innovative sono oltre 11mila ed occupano circa 61mila addetti in totale: a noi piace avere una visione più ampia e pensare come esse rappresentino in realtà una grandissima azienda che coinvolge il corporate in un processo di innovazione dei singoli prodotti e servizi. Questa azienda, formata dalle migliaia di startup e decine di migliaia di lavoratori, è la più importante industria italiana dell’innovazione".

Vari indicatori, purtroppo, segnalano un forte ritardo, in termini di innovazione, del nostro Paese. Parlando proprio dell’Italia, alla luce di queste statistiche, pensa che ci siano le condizioni per prendere il Paese e portarlo nel futuro. Quali sono i rischi che vanno evitati in questo processo?
"Come Italia stiamo iniziando ad avere una consapevolezza che questo processo e questa evoluzione non rappresentino più un’opzione, ma la strada da percorrere. I rischi sono concentrati essenzialmente nei tempi: i decreti attuativi e le risorse devono essere messe in campo con velocità e concretezza, altrimenti c’è il rischio che la strada possa essere interrotta bruscamente e non possiamo assolutamente permettere che ciò accada".

Tornando all’Open Innovation Summit: il parterre è stato molto ampio e qualificato. Ci sono state delle case history nei vari settori che hanno colpito particolarmente la sua attenzione?
"L’evento è stato oggettivamente molto denso ed interessante; mi fa piacere citare qualche momento che, a mio avviso, ha poi qualificato ancor di più questo appuntamento. Il Ministro Pisano, sicuramente, ha offerto una visione ancor più chiara di come il Ministero dell’Innovazione abbia a cuore la digitalizzazione del Paese e di come, in quest’ottica, l’Open Innovation Summit sia un incontro fondamentale. L’attenzione principale, ribadita anche dal Ministro, sta nel non essere abitudinari nella ricerca delle competenze. Questo passaggio mi fa tornare all’indice DESI uscito poche settimane fa secondo il quale l’Italia, in merito alle competenze innovative necessarie allo sviluppo delle imprese, è uno fra gli Stati peggio qualificati. Molto interessante è stata anche la tavola alla quale era presente il mio collega e socio Gabriele Ronchini, un incontro nel quale l’ecosistema degli incubatori e acceleratori ha potuto e saputo confrontarsi. Importante anche il coinvolgimento di grosse aziende: abbiamo avuto la testimonianza di colossi come Philip Morris, Facebook, IBM e CISCO, per esempio, che hanno sottolineato come l’innovazione coinvolga tutti i processi aziendali e come essa sia indispensabile per imprimere un’accelerazione in molti campi. Pensiamo, per esempio, ad una filiera fondamentale per l’Italia, come l’agricoltura, che ha cominciato ad impiegare la tecnologia. L’ innovazione riesce a garantire successo, tracciabilità e sviluppo allo stesso tempo. Poste Italiane ci ha offerto una visione di una grande azienda italiana da questo punto di vista e lo stesso vale per l’Angelini Holding. Per quanto concerne la nostra azienda, Layla Pavone ha portato la nostra importante testimonianza all’Open Innovation Summit: il nostro contributo è stato significativo. La concretezza che è emersa da questa giornata è stata straordinaria: ora come non mai c’è assolutamente bisogno di fatti concreti".

Durante la giornata è emerso il concetto di come sia cambiata l’innovazione negli anni e di come si sia ramificata in tre processi di innovazione: a cosa si fa riferimento, esattamente?
"I processi di innovazione sono tre e riguardano quelli aziendali, quello dei servizi e dei prodotti, e il funzionamento interno dell’azienda. Inoltre, l’innovazione può essere portata nella PA e l’Open Innovation Summit può fornire un valore aggiunto straordinario da questo punto di vista. Il primo ingrediente fondamentale consiste nell’aprirsi sempre come industrie e come aziende al mondo dell’open innovation e al mondo delle startup: questa visione può portare ad una concezione totale sul business caratteristico e sul prodotto o servizio dell’azienda singola in quanto i nostri neo imprenditori vedono i problemi con un occhio diverso e più dinamico. Inventare e costruire nuovi percorsi di innovazione, vedendoli con un’ottica diversa, ed arrivare alla soluzione dei problemi è la base dalla quale nasce il mondo delle startup. Il secondo ingrediente è l’energia che l’ecosistema delle startup porta in questo cambiamento: non esiste un sistema sviluppato sempre nella stessa maniera, ma si può fare differentemente e anche questo aspetto porta ad un valore aggiunto per le aziende. Il terzo elemento è la velocità con il quale tutto ciò viene svolto: si parla di programmi di open innovation ai quali seguono programmi di accelerazione che durano qualche mese. Aprendosi all’esterno e coinvolgendo altri soggetti, un’azienda solitamente in 5-6 mesi può iniziare a sperimentare un processo di innovazione: in questo modo si è creato uno sviluppo virtuoso che, diversamente, un’azienda avrebbe impiegato anni a portare avanti".

Secondo lei, la qualità e la velocità sono aspetti compatibili oppure c’è il rischio che la rapidità possa andare a discapito della qualità?
"Il concetto di competenza e velocità, secondo me, possono andare insieme. La competenza genera qualità e la natura stessa delle startup fa sì che il processo si possa velocizzare. È una ricetta che, in questo modo, non perde i pezzi per strada. È chiaro che in aziende molto complesse ci vuole del tempo perché questo diventi un fattore della consuetudine aziendale. Si possono, quindi, raggiungere ottimi risultati senza perdere alcun elemento in fatto di qualità. Digital Magics, in questi anni, ha selezionato per le corporate con le quali ha lavorato oltre 2.500 startup e, fra queste, oltre 700 hanno iniziato a lavorare con delle corporate. Il lavoro che noi facciamo è frutto di un’altissima concentrazione e attenzione sui minimi dettagli: siamo un’azienda unica nel mercato in termini di competenze, professionalità e capacità di permettere il raggiungimento di grandi risultati nel mondo del digitale, considerando che non sono mai garantiti in quanto, quando si parla di innovazione, il risultato finale non può essere certo al 100%".

Il digitale ci ha accompagnato durante tutti i mesi del lockdown. Quindi, possiamo affermare che, questa pandemia, ha avuto una funzione quasi da apripista per la trasformazione digitale del Paese?
"Con la premessa che avremmo preferito di gran lunga che il processo di digitalizzazione fosse scaturito, grazie ad un salto culturale senza alcun trauma, sicuramente c’è stato un processo che ha coinvolto la maggior parte dei cittadini e delle imprese italiane, comprese la pubblica amministrazione, che ci ha fatto prendere ancor più coscienza di ciò che si può fare e di dove possiamo arrivare. Il digitale, durante questi mesi di lockdown, ha affermato con caparbietà che può rappresentare il pilastro fondamentale per la ripartenza e ciò lo notiamo anche dal Decreto “Cura Italia”, dal Decreto Rilancio e dal Piano Colao, oltre al fatto che è stato un tema centrale durante gli Stati Generali. Il digitale è uno strumento che, finalmente, è entrato nella nostra quotidianità e tutti i cittadini stanno prendendo coscienza e consapevolezza di questo cambiamento. Adesso dobbiamo passare al piano successivo: lo scatto culturale che è avvenuto ci ha offerto un’enorme opportunità che non possiamo permetterci di perdere. L’ecosistema delle startup è un fantastico ambasciatore di questo cambiamento, che deve costituire un tema cruciale e centrale nel Paese".

Parlando di consapevolezza, lei ritiene che questo concetto abbia fatto breccia nelle istituzioni? Ai lavori, per esempio, ha partecipato anche il Ministro dell’Innovazione Tecnologica e della Digitalizzazione, Paola Pisano. Le istituzioni sono state sensibilizzate abbastanza e si muoveranno nella giusta direzione?
"C’è stata sicuramente una presa di coscienza del valore del digitale: il Ministro Pisano lo sta portando avanti. Adesso occorre attuare il grande sforzo di passare dal dibattito all’azione concreta e, quindi, di attuare il Piano Colao che deve essere un punto di partenza e non un punto di arrivo. In tutta sincerità, credo fortemente che iniziamo ad essere pronti culturalmente come Paese ad affrontare questo processo. Noi siamo e saremo sempre a supporto di questo cambiamento: Digital Magics, grazie alle attività che svolgiamo quotidianamente, è al centro di questa trasformazione. Non possiamo passare i prossimi due anni a discutere e a cercare di capire come muoverci. Dobbiamo , invece, passare le prossime settimane a mettere in campo le risorse per cominciare ad intraprendere questo processo. È arrivato il momento di accelerare".

Digital Magics, quindi, è già partita da tempo su questi temi. Cosa si aspetta dal prossimo futuro?
"Noi ci aspettiamo che il nostro lavoro possa offrire un ulteriore reale contributo all’innovazione italiana e alle startup, cosa che già facciamo. Analizziamo circa 1.500 progetti durante l’anno e diventiamo soci di circa 15 startup innovative: in questo modo aiutiamo queste realtà a crescere sia in termini di fatturato, che in termini di internazionalizzazione. Ci aspettiamo che ci sia una visione comune riguardo questo percorso: noi siamo pronti e determinati a fare la nostra parte".
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