In vista del voto Ue la Francia si sfila e alza la posta: Italia e garanzie agricole diventano il vero spartiacque.
(Foto: la protesta dei trattori).
Trattori sotto i simboli di Parigi, clacson e striscioni: la protesta agricola irrompe nella capitale e trasforma il dossier Mercosur nella sua fase più politica. Alla vigilia della pronuncia dei rappresentanti degli Stati membri, il presidente Emmanuel Macron mette un punto fermo: la Francia voterà contro l’intesa tra Unione Europea e i Paesi sudamericani del blocco Mercosur. Una scelta che pesa perché arriva mentre, a Bruxelles, l’accordo viene descritto come “a un passo” dal traguardo.
L’immagine dei mezzi agricoli in centro non è solo scenografia: è pressione. Nelle ore più tese, una parte dei manifestanti è riuscita a superare varchi e divieti, spingendosi verso luoghi altamente simbolici e politici. Il messaggio è netto: senza clausole di salvaguardia, controlli stringenti e regole “a specchio” che impongano la stessa disciplina produttiva a chi esporta verso l’Europa, gli agricoltori temono un impatto diretto sui prezzi e sui margini.
«Avevamo detto che saremmo venuti a Parigi ed eccoci qui» è la sintesi del clima riportato dalle sigle agricole francesi mobilitate, mentre il malcontento rimbalza anche fuori dai confini transalpini. Il cuore della contestazione è la reciprocità: in altre parole, l’idea che non si possa competere sullo stesso mercato con regole diverse su fitofarmaci, tracciabilità, benessere animale e costi ambientali.
Sullo sfondo c’è la geometria variabile delle capitali europee. Al no della Francia si affiancano resistenze di Irlanda e Ungheria, mentre altri governi spingono per chiudere un negoziato inseguito per oltre un quarto di secolo. A rendere tutto più delicato è il meccanismo del voto: la maggioranza necessaria può reggere anche senza Parigi, ma ogni defezione aumenta il costo politico e avvelena il dopo, quando si tratterà di gestire effetti e correttivi.
In questa partita, l’Italia diventa l’ago della bilancia. Roma ha mantenuto una linea prudente, chiedendo garanzie solide per il comparto agricolo e alimentare. Nelle ultime ore, dalla Commissione Ue sono arrivate aperture considerate “utili” a sciogliere alcuni nodi: in particolare interventi su costi e approvvigionamenti legati ai fertilizzanti e al quadro della tassazione climatica. Il segnale politico è che si cerca di “compensare” una parte delle preoccupazioni, ma la domanda centrale resta: basterà per blindare la competitività degli agricoltori europei?
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha descritto la fase come quella dell’“ultimo miglio”, spiegando che la verifica in corso riguarda la solidità tecnica e politica degli impegni promessi. Tradotto: non basta un’intesa “di principio”, servono strumenti pratici e attivabili, capaci di intervenire se l’afflusso di importazioni dovesse mettere sotto stress i mercati.
A Bruxelles, invece, l’accordo viene letto dentro una cornice più ampia: diversificare i partner commerciali in un mondo segnato da nuove barriere, competizione geopolitica e filiere fragili. Il Mercosur, in questa prospettiva, non è solo una questione di dazi: è un tassello di posizionamento strategico. Ma la politica interna dei Paesi membri — e la forza simbolica della piazza agricola — sta imponendo un prezzo crescente a ogni passo avanti.
Per Macron il no è anche un messaggio domestico: la Francia ha un rapporto storico e sensibile con il mondo agricolo, e l’asse politico nazionale si è compattato nel respingere un testo percepito come sbilanciato. In controluce c’è la traiettoria verso il 2027: nessun presidente può permettersi di ignorare la Francia delle campagne, soprattutto quando le immagini dei trattori in città diventano un referendum emotivo sulla tenuta del modello economico e sociale.
Il punto decisivo, ora, è la sostanza delle tutele: clausole di salvaguardia attivabili rapidamente, controlli rafforzati su qualità e standard, e meccanismi che impediscano di scaricare sull’Europa produzioni a basso costo ottenute con regole meno stringenti. È su questa triade che si gioca il compromesso: se sarà percepito come credibile, il sì potrebbe consolidarsi; se sembrerà cosmetico, le opposizioni interne potrebbero allargarsi.
In ogni caso, la scena di Parigi dice già molto: il Mercosur non è più soltanto un capitolo di diplomazia commerciale. È diventato un test di fiducia tra istituzioni europee e mondo produttivo, un confronto sul significato stesso di “concorrenza” nell’era della transizione verde e della geopolitica dei mercati.