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Minneapolis esplode: donna uccisa da agente federale, Usa in rivolta

- di: Vittorio Massi
 
Minneapolis esplode: donna uccisa da agente federale, Usa in rivolta
Minneapolis brucia di nuovo: una cittadina uccisa, Washington blinda il caso

La morte di Renee Nicole Good, 37 anni, colpita da un agente ICE (Immigration and Customs Enforcement) durante un’operazione federale, riaccende la città simbolo del trauma americano. Video contestati, accuse feroci, e un’inchiesta che passa all’FBI lasciando il Minnesota fuori dalla porta.

(Foto: fotomontaggio delle proteste di piazza per l'omicidio di Minneapolis da parte di un agente dell'ICE).

È successo con George Floyd, e ora rischia di succedere di nuovo. Mercoledì 7 gennaio 2026 (ora locale), Renee Nicole Good, cittadina statunitense e madre di tre figli, è stata uccisa mentre si trovava in auto, nel pieno di un’azione di enforcement dell’Immigration and Customs Enforcement (in pratica la polizia anti immigrazione a cui Trump ha dato mano totalmente libera e che difende pur davanti ad abusi ed eccessi). Da lì, la storia si è divisa in due: una versione ufficiale che parla di “minaccia” e un mosaico di video e testimonianze che punta dritto su una parola che in America è benzina pura: abuso.

Il governo federale ha sostenuto che l’agente abbia sparato perché la donna avrebbe tentato di investire gli operatori, arrivando a incorniciare l’episodio con un lessico estremo. Dall’altra parte ci sono le immagini circolate online: riprese da passanti e rilanciate sui social, analizzate da media e commentatori, dove l’auto pare muoversi per allontanarsi mentre gli agenti sono ai lati e non davanti al veicolo. È su quei fotogrammi che si è accesa la rivolta: perché, quando il racconto istituzionale stride con ciò che il pubblico vede, la fiducia crolla come un cartellone nel vento.

E poi c’è l’aspetto più urticante: la cornice. Non un inseguimento armato, non una rapina, non uno scontro con un sospettato pericoloso, ma un’operazione legata all’immigrazione, condotta da agenti federali in una città già ipersensibile all’uso della forza. Se l’America voleva un detonatore perfetto, eccolo. "È stata una follia" è il tipo di frase che ricorre tra i manifestanti, mentre dall’altra parte si ripete il mantra opposto: "si è trattato di autodifesa".

L’identità dell’agente è diventata parte del caso. Documenti e verifiche giornalistiche hanno indicato in Jonathan Ross l’uomo che ha sparato, un veterano con un profilo addestrativo robusto e un passato tra esercito e forze di sicurezza. Proprio questo, paradossalmente, rende l’episodio ancora più esplosivo: perché la domanda diventa chirurgica. Se c’è addestramento, perché arrivare al colpo letale? E soprattutto: perché sparare contro un veicolo in movimento, una scelta che molti protocolli di polizia considerano una delle più rischiose e controverse?

A gettare sale sulla ferita sono intervenuti esperti di uso della forza, che hanno criticato la dinamica mostrata dai video: posizionamento degli agenti, escalation, e decisione di aprire il fuoco. Un ex capo della polizia e analista di tattiche operative ha parlato di violazione di principi basilari, sottolineando che l’arma diventa l’ultima ratio quando il pericolo è imminente e inevitabile, non una scorciatoia per chiudere una situazione confusa.

Il punto, però, non è solo la strada: è la stanza dei bottoni. Perché qui il caso cambia marcia e diventa istituzionale. L’FBI ha preso il controllo dell’indagine e, di fatto, il Minnesota ha denunciato di essere stato tagliato fuori dall’accesso a materiali e prove. Traduzione: lo Stato dice di non poter verificare, e la federazione dice di dover gestire. È una combinazione tossica: la stessa autorità che deve essere valutata diventa quella che controlla la cornice investigativa, anche se formalmente la guida è dell’FBI. È il genere di dettaglio che, in un Paese polarizzato, non passa come una procedura: passa come un sospetto.

Le reazioni locali sono state frontali. Il sindaco Jacob Frey ha contestato duramente la narrazione federale, sostenendo che si stia costruendo una giustificazione a posteriori e chiedendo che la presenza di ICE venga ridimensionata o rimossa. Il governatore Tim Walz ha chiesto che il Minnesota abbia un ruolo reale, non ornamentale, nel chiarire la dinamica, facendo intendere che i video visti dallo Stato non coincidono con la versione venduta da Washington.

Da Washington, invece, è arrivata la risposta muscolare: difesa dell’agente e linguaggio da guerra culturale. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem ha sostenuto la legittimità dell’azione e ha richiamato episodi precedenti per spiegare la percezione di rischio degli agenti. Il vicepresidente JD Vance si è spinto oltre, trasformando la vicenda in una lezione politica, con parole che hanno fatto esplodere ulteriormente il dibattito pubblico. È in questo passaggio che un fatto di cronaca diventa un’arma: non si discute più di cosa sia successo, ma di quale campo vinca la narrazione.

Il lato umano, intanto, resta lì, brutale e semplice. La madre, Donna Ganger, ha descritto la figlia come una persona non violenta, lontana dall’idea di “agitatrice”, e ha lasciato una frase che taglia più di qualsiasi slogan: "Probabilmente era terrorizzata". Quando una famiglia parla così, la propaganda si incarta: perché il dolore non ha portavoce, non ha spin doctor, non ha linee guida.

Nel frattempo le strade hanno risposto. Presìdi, cortei, fiaccolate e manifestazioni anche fuori dal Minnesota, con un messaggio che non chiede sfumature: chiede responsabilità. E la risposta federale — più agenti, più presenza, più controllo — viene letta da molti come benzina sul pavimento. Minneapolis è un simbolo e i simboli, quando tremano, fanno tremare anche il resto.

C’è un’ultima variabile che rende tutto più duro: il contesto operativo. In quei giorni il DHS aveva annunciato una spinta massiccia di enforcement nell’area Minneapolis–Saint Paul, presentandola come una delle più grandi operazioni del periodo. In una città già nervosa, l’effetto è stato quello di un’occupazione percepita, con agenti federali ovunque e comunità che si sentono sotto pressione. In questo scenario, basta un colpo — letteralmente — per far saltare la diga.

Ora il caso si gioca su tre parole: video, trasparenza, credibilità. Se i filmati completi verranno acquisiti e valutati con criteri limpidi; se verranno chiariti ordini e posizionamenti degli agenti; se lo Stato potrà controllare davvero o resterà spettatore. Perché, senza una ricostruzione verificabile, Minneapolis non “torna alla normalità”: semplicemente cambia forma alla rabbia. E quando la rabbia cambia forma, di solito diventa più pericolosa.

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