Non uno scivolone verbale, ma una scelta precisa. Frey ha confermato che gli agenti federali impegnati nei rastrellamenti contro i migranti irregolari non sono ospiti graditi nella città che amministra. Minneapolis, ha spiegato, non collaborerà e non offrirà strutture comunali come basi operative. Una linea ribadita già nei mesi precedenti, quando il ritorno di una stretta sull’immigrazione federale era ormai evidente.
Il caso è esploso dopo l’uccisione della manifestante pro-migranti Renee Nicole Good, colpita durante una protesta. Un episodio che ha scosso profondamente la città e che ha spinto Frey ad alzare ulteriormente i toni contro l’Ice. Contestando la versione ufficiale fornita da Washington, il sindaco ha liquidato quella ricostruzione come “una stronzata”, per poi aggiungere, con sarcasmo: “Se il mio linguaggio ha offeso le orecchie da principessa Disney dei federali, me ne scuso. Ma se parliamo di ciò che è davvero incendiario, da una parte c’è una parolaccia, dall’altra c’è qualcuno che ha ucciso una persona”.
Parole che hanno fatto il giro degli Stati Uniti e che hanno rilanciato l’immagine di Frey come sindaco battagliero. Eppure il suo profilo politico è tutt’altro che estremista. A novembre è stato rieletto per il terzo mandato con una piattaforma dichiaratamente moderata: attenzione al mondo delle imprese, dialogo con le forze dell’ordine, pragmatismo amministrativo. Ha sconfitto il candidato socialista Omar Fateh, che puntava a replicare a Minneapolis il modello radicale emerso in altre città progressiste.
44 anni, ebreo, ex maratoneta, Frey è una figura complessa. Nato in Virginia da genitori ballerini professionisti, ha scelto Minneapolis nel 2009 dopo la laurea con lode in giurisprudenza alla Villanova University. Qui ha lavorato in uno studio legale specializzato in diritti civili, prima di entrare in politica: consigliere comunale nel 2014, sindaco dal 2018.
È il primo cittadino che ha guidato Minneapolis negli anni più difficili, quelli segnati dall’uccisione di George Floyd nel 2020. Un evento che ha trasformato la città nell’epicentro delle proteste del movimento Black Lives Matter, costringendo l’amministrazione a confrontarsi con una crisi sociale e istituzionale senza precedenti.
Nonostante una linea dichiaratamente pro-polizia, Frey ha sempre difeso le comunità più vulnerabili. Tra i suoi primi atti da sindaco, un ordine esecutivo per fare di Minneapolis una città santuario per i diritti riproduttivi, dopo la cancellazione della sentenza Roe contro Wade da parte della Corte Suprema. Sul fronte migranti, la posizione è rimasta costante: la città continuerà a essere un luogo di protezione, anche contro le pressioni federali.
Il nuovo scontro con l’amministrazione Trump riapre una frattura profonda tra governo centrale e grandi città democratiche. Minneapolis si conferma così uno dei laboratori politici più osservati del Paese, dove moderazione amministrativa e linguaggio incendiario convivono in un equilibrio sempre più fragile.