Le immagini mostrano l’auto sterzare a destra e non puntare l’agente: così crolla la tesi dell’investimento e la Casa Bianca finisce sotto accusa.
A Minneapolis non è solo morta una donna. È esplosa una contraddizione. I video che documentano gli ultimi istanti di Renee Nicole Good, uccisa durante un intervento dell’ICE, stanno diventando il punto di rottura tra ciò che mostrano le immagini e ciò che sostengono Donald Trump e il vicepresidente JD Vance. Una frattura netta, che trasforma una sparatoria di strada in un caso politico nazionale.
Le riprese — girate da più angolazioni, alcune da agenti federali, altre da testimoni — consentono una ricostruzione quasi millimetrica della scena. Ed è proprio questa abbondanza di immagini a rendere fragile la versione ufficiale. Nei frame analizzati da diversi media americani, l’auto guidata da Good appare mentre sterza verso destra, cercando di allontanarsi, non di travolgere. Un dettaglio che pesa come un macigno, perché smentisce il presupposto su cui si fonda la legittima difesa evocata da Washington.
La sequenza è rapida e violenta. Un SUV bordeaux fermo di traverso sulla strada. Un pick-up grigio senza insegne, ma con lampeggianti e sirena. Tre agenti armati che scendono e si dispongono attorno all’auto. Uno tenta di aprire lo sportello lato guida, urlando ordini. Attorno, alcune persone protestano. Renee Nicole Good fa pochi metri in retromarcia, poi sterza nettamente a destra e riparte. È in quel momento che l’agente posizionato davanti al veicolo spara il primo colpo, a distanza ravvicinata, all’altezza del parabrezza. Subito dopo, mentre l’auto gli passa accanto, altri due spari dentro l’abitacolo.
L’auto prosegue per inerzia e si schianta contro vetture parcheggiate. Good è già stata colpita mortalmente. Nei video successivi si vede l’agente avvicinarsi, poi allontanarsi senza prestare soccorso. “Chiamate il 911”, dice. Un uomo, fuori campo, prova a intervenire: “Sono un medico”. Viene tenuto a distanza. Le ambulanze arrivano poco dopo, ma per la donna non c’è nulla da fare.
È su questa dinamica che la Casa Bianca costruisce il proprio racconto. La segretaria alla Sicurezza Interna parla di atto ostile, di minaccia contro gli agenti, arrivando a definire l’episodio “terrorismo interno”. La linea è chiara: l’agente avrebbe sparato per evitare di essere investito. Ma il problema è che il video, rallentato e osservato fotogramma per fotogramma, racconta altro. L’auto non sembra puntare dritta verso il poliziotto. Anzi, il pneumatico anteriore appare già orientato verso destra.
Donald Trump spinge oltre. “Ho visto il video, è orribile. La donna era turbolenta, opponeva resistenza e ha investito volontariamente e brutalmente l’agente”, sostiene. Ma è proprio qui che il corto circuito diventa evidente: il filmato citato per sostenere questa tesi, secondo numerose analisi giornalistiche, non mostra alcun investimento. Mostra invece una manovra di fuga e colpi esplosi mentre l’auto sta già deviando.
Anche JD Vance si allinea alla narrazione più dura, trasformando la morte di Good in un simbolo ideologico. “È rimasta vittima della sua stessa ideologia”, dice, accusando la sinistra e i media di ostacolare l’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Ma le immagini, ancora una volta, lavorano contro questa costruzione politica: se il video smentisce l’investimento imminente, cade anche l’impalcatura morale su cui poggiano quelle accuse.
Sul piano istituzionale, il caso si complica ulteriormente quando l’FBI assume il controllo totale dell’indagine, costringendo le autorità del Minnesota a farsi da parte. Una scelta che alimenta sospetti e tensioni, perché sottrae allo Stato la possibilità di una verifica autonoma proprio mentre l’opinione pubblica chiede chiarezza. L’agente coinvolto, secondo quanto trapela, sarebbe coperto da una forma di immunità assoluta.
Intanto Minneapolis reagisce. Proteste, veglie, accuse reciproche tra governo federale e amministrazioni locali. Il caso Renee Nicole Good diventa il simbolo di una frattura più ampia: operazioni sull’immigrazione sempre più aggressive, comunità sotto pressione e una politica pronta a piegare i fatti a una narrazione identitaria.
Alla fine resta una domanda semplice, ma esplosiva: se un video smentisce le parole del presidente e del suo vice, chi deve essere creduto? A Minneapolis, oggi, la risposta passa tutta da quei tre colpi e da una sterzata verso destra.