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Musk alza la posta: fino a 134 miliardi contro OpenAI

- di: Matteo Borrelli
 
Musk alza la posta: fino a 134 miliardi contro OpenAI
Musk alza la posta: fino a 134 miliardi contro OpenAI

Scommessa maxi, cifra maxi, e un calendario già cerchiato in rosso: Elon Musk ha depositato una richiesta di risarcimento che arriva fino a 134 miliardi di dollari contro OpenAI e Microsoft, mentre lo scontro legale sul “tradimento” della missione originaria dell’organizzazione si avvia verso un processo con giuria a fine aprile in California. E come se non bastasse, la stessa settimana Musk ha scelto di trasformare un tema tecnico — il Wi-Fi satellitare in volo — in un’altra battaglia personale, stavolta contro Michael O’Leary, capo di Ryanair.

(Foto: Elon Musk).

Il punto di partenza è la causa che Musk ha avviato nel 2024: l’accusa è che OpenAI avrebbe abbandonato la rotta “no profit” promessa in origine, virando verso un modello più commerciale e più vicino agli interessi dei grandi partner industriali. Ora, dopo che un giudice federale ha lasciato andare avanti la disputa fino al dibattimento, Musk ha alzato l’asticella: nella sua ricostruzione, i convenuti avrebbero ottenuto “profitti illeciti” grazie anche al suo sostegno iniziale e lui avrebbe diritto a una quota di quei benefici.

La richiesta economica non è un numero lanciato a caso nel vuoto cosmico: la cifra arriva da stime depositate in atti che attribuiscono a OpenAI “guadagni” nell’ordine di decine di miliardi (con una forchetta che, nei documenti riportati dai media internazionali, supera i 100 miliardi nelle ipotesi più aggressive) e a Microsoft un vantaggio economico valutato in decine di miliardi. Il messaggio politico, ancora prima che giuridico, è chiarissimo: non è una lite tra ex soci, è un attacco frontale alla legittimità del modello “missione + mercato” che sta diventando lo standard dell’IA.

La risposta di OpenAI è stata tagliente e, soprattutto, comunicativa: l’azienda sostiene che le pretese siano infondate e descrive l’offensiva come parte di una strategia di pressione. In sostanza, la linea è: non è una richiesta di giustizia, è una campagna. In parallelo, Microsoft per ora ha scelto toni più bassi sul piano pubblico, ma nelle carte — secondo quanto ricostruito dalle agenzie — contesta metodo e credibilità delle stime avversarie.

Nel frattempo, il calendario procede: in tribunale non si discute solo del “chi ha ragione”, ma anche di come misurare — in modo credibile — il valore di un contributo iniziale in un settore dove le valutazioni cambiano più in fretta dei modelli linguistici. Il processo con giuria è previsto a Oakland, e l’impostazione della causa mette sul tavolo una domanda più grande del conto economico: se un’organizzazione nasce dichiarando un fine di interesse generale, quanto spazio ha poi per rincorrere capitali, partnership e scale-up senza essere accusata di aver cambiato pelle?

Qui entra in scena anche il contesto societario: OpenAI è nata come no profit (2015) e nel 2019 ha creato una controllata “for profit” per poter scalare; negli ultimi mesi ha raccontato un’ulteriore evoluzione della struttura verso una Public Benefit Corporation, ribadendo però che la missione resta centrale e che il controllo resta agganciato alla governance no profit. È esattamente su questo crinale che Musk prova a far leva: per lui la trasformazione non è un adattamento, è una deviazione.

Ma Musk, si sa, non gioca mai una partita sola. Mentre l’azione legale sale di tono, si accende anche il fronte StarlinkRyanair. O’Leary ha escluso l’adozione del servizio internet satellitare sugli aerei della low cost, sostenendo che l’antenna aumenterebbe consumi e costi operativi: nella sua stima, l’ordine di grandezza annuale sarebbe tra 200 e 250 milioni di dollari. Musk ha risposto col suo stile: insulto, sberleffo e provocazione industriale, con l’idea (buttata lì, ma abbastanza rumorosa da fare notizia) di “comprarsi” la compagnia.

"Ryanair CEO è un idiota totale" è il tipo di frase che in un contenzioso commerciale tradizionale costerebbe giorni di call tra uffici legali. Nel mondo di Musk, invece, è un accelerante mediatico: l’algoritmo ringrazia, i mercati ascoltano, i fan tifano. E intanto la sostanza resta: le compagnie aeree stanno diventando clienti sempre più importanti per Starlink e, secondo le ricostruzioni di settore, sono ormai numerosi i vettori che stanno introducendo la connessione satellitare a bordo, specie sulle rotte lunghe e premium. Ryanair, con il suo modello “low cost senza fronzoli”, è un animale diverso: pochi minuti di volo utili, margini tirati, zero voglia di pagare un extra che il passeggero non vuole finanziare.

La coincidenza temporale tra i due fronti — maxi-causa sull’IA e maxi-lite sul Wi-Fi in cabina — non è solo colore. Racconta un tratto costante: Musk tratta le infrastrutture (cloud, satelliti, piattaforme social) come pezzi dello stesso mosaico. L’IA è potere computazionale e dati; la connettività è distribuzione e accesso; la narrazione è controllo dell’attenzione. Quando attacca OpenAI e Microsoft in aula, e Ryanair su X, sta difendendo una posizione competitiva ma anche un’idea: se non controlli la filiera, finisci a pagare pedaggio.

Per Sam Altman, dall’altra parte, la partita è speculare: dimostrare che la crescita è necessaria (e legittima) per sostenere i costi dell’IA, senza perdere la copertura “mission-driven” che ha reso OpenAI un caso unico nel panorama tech. Non è solo una difesa legale: è un messaggio al mercato, ai regolatori e agli investitori. Se passa l’idea che ogni evoluzione societaria equivalga a un tradimento, l’industria dell’IA si ritrova con un freno a mano permanente.

Da qui ad aprile, è probabile che il volume salga ancora: Musk ha già fatto capire che potrebbe chiedere anche danni punitivi, e in casi del genere la parte più imprevedibile non è la cifra — sono gli effetti collaterali. Una causa può diventare un processo alla governance dell’IA; una lite sul Wi-Fi può trasformarsi in referendum sul valore dell’esperienza a bordo. In mezzo, resta la domanda più scomoda: chi decide cosa significa davvero “beneficio pubblico” quando l’intelligenza artificiale costa come una corsa allo spazio?

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