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L'olio d'oliva italiano: tra crisi produttiva e strategie di rilancio

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
L'olio d'oliva italiano: tra crisi produttiva e strategie di rilancio

L'olio extravergine d'oliva italiano è da sempre un simbolo della nostra tradizione agroalimentare, un prodotto che racchiude storia, cultura e qualità. Tuttavia, il settore sta attraversando una fase di profonda trasformazione.

L'olio d'oliva italiano: tra crisi produttiva e strategie di rilancio

Secondo uno studio condotto da Nomisma e presentato in occasione della prima edizione di SOL2Expo, la filiera olivicola italiana si trova ad affrontare sfide sempre più complesse: il calo produttivo, le difficoltà legate al cambiamento climatico e la concorrenza internazionale mettono a rischio il posizionamento competitivo del nostro olio. Al tempo stesso, emergono opportunità legate alla qualità, alla sostenibilità e alla valorizzazione delle denominazioni di origine, leve strategiche che potrebbero rafforzare il ruolo dell'Italia sui mercati globali.

Un calo produttivo preoccupante
L'Italia conta circa 1,14 milioni di ettari dedicati all'olivicoltura, distribuiti prevalentemente in aree collinari e montane. Nonostante questa ampia superficie, la produzione di olio d'oliva ha subito un drastico ridimensionamento: se tra il 2000 e il 2013 il volume medio annuo si attestava intorno alle 560 mila tonnellate, dal 2018 il dato è sceso sotto le 370 mila tonnellate. Le cause di questo declino sono molteplici. Il cambiamento climatico è senza dubbio uno dei fattori principali: le temperature sempre più estreme, la siccità prolungata e gli eventi meteorologici improvvisi, come gelate fuori stagione e nubifragi, hanno compromesso la resa degli uliveti.

A queste difficoltà si aggiunge una struttura produttiva frammentata, con una predominanza di aziende di piccole dimensioni che faticano a sostenere i costi sempre più elevati di manodopera e innovazione. A differenza di altri paesi produttori come Spagna e Tunisia, dove le aziende agricole operano spesso su larga scala, l'Italia ha una filiera caratterizzata da realtà familiari e produttori artigianali. Questo modello, se da un lato garantisce una qualità elevata e una forte identità territoriale, dall'altro rappresenta un limite in termini di competitività sui mercati globali.

Qualità e sostenibilità: le chiavi del futuro
Nonostante la riduzione della quantità, la filiera olivicola italiana ha puntato sulla qualità e sulla sostenibilità come elementi distintivi. Il numero di oli certificati DOP e IGP è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni, passando dal 2% al 6% della produzione totale. Allo stesso tempo, la superficie olivicola coltivata con metodo biologico è aumentata dal 15% al 24%, segno che il settore si sta orientando sempre più verso pratiche agricole rispettose dell'ambiente.

L'attenzione alla sostenibilità non è solo una risposta alle richieste dei consumatori, sempre più consapevoli e attenti alla provenienza dei prodotti, ma rappresenta anche un'opportunità per rafforzare il posizionamento dell'olio italiano sui mercati esteri. La valorizzazione delle certificazioni di qualità, unita a politiche di promozione più incisive, potrebbe permettere ai produttori italiani di differenziarsi ulteriormente dalla concorrenza e di consolidare la loro presenza nei paesi strategici.

Esportazioni e strategie di mercato
L'olio extravergine di oliva italiano è apprezzato in tutto il mondo e raggiunge oggi oltre 160 paesi. Gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di riferimento, assorbendo circa un terzo delle esportazioni complessive, seguiti da Germania, Francia, Canada e Giappone. Tuttavia, per mantenere e ampliare queste quote di mercato, è fondamentale adottare strategie di promozione più efficaci.

Uno degli aspetti chiave per il futuro della filiera sarà la capacità di far conoscere e valorizzare le diverse peculiarità territoriali dell’olio italiano. Un esempio concreto è l’olio Brisighella DOP, che ha dimostrato un grande potenziale di crescita sul mercato tedesco: il 42% dei consumatori in Germania si è dichiarato disposto ad acquistarlo anche a un prezzo superiore ai 20 euro a bottiglia, a condizione che sia disponibile nella grande distribuzione. Questo dato evidenzia come i mercati internazionali siano pronti a riconoscere e premiare la qualità dell’olio italiano, ma anche quanto sia importante garantire una maggiore presenza nei canali di vendita più accessibili ai consumatori.

Un altro aspetto cruciale è la trasparenza della filiera e l'etichettatura chiara del prodotto. I consumatori di oggi non si limitano più a scegliere l’olio in base al prezzo, ma vogliono informazioni precise sulla provenienza e sui metodi di produzione. Secondo l'indagine Nomisma, per il 40% degli italiani l’origine del prodotto è il principale criterio di scelta, superando il fattore prezzo (18%) e la fedeltà alla marca (15%). Questo dimostra come il valore aggiunto dell’olio italiano risieda non solo nella qualità intrinseca, ma anche nella sua storia e nel legame con il territorio.

La necessità di investimenti e politiche di sostegno
Per garantire un futuro solido alla filiera olivicola italiana, sarà necessario un impegno congiunto da parte delle istituzioni e degli operatori del settore. Investire nell’innovazione tecnologica, nel miglioramento delle pratiche agronomiche e nella formazione degli agricoltori sarà fondamentale per aumentare la produttività senza compromettere la qualità. Inoltre, occorre promuovere politiche di sostegno economico che consentano alle aziende di affrontare i costi elevati della manodopera e dell’adeguamento agli standard di sostenibilità.

Le sfide sono molte, ma l'olio extravergine d'oliva italiano ha tutte le carte in regola per mantenere il suo ruolo di eccellenza a livello globale. Il futuro del settore dipenderà dalla capacità di coniugare tradizione e innovazione, consolidando la reputazione dell’Italia come leader nella produzione di olio di alta qualità.

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