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Pirelli-Sinochem, governance al bivio: quota al 10% o stop ai voti

- di: Matteo Borrelli
 
Pirelli-Sinochem, governance al bivio: quota al 10% o stop ai voti
Pirelli-Sinochem, governance al bivio: quota al 10% o stop ai voti

Tra pressioni Usa, Golden Power e nodi di governance, la partita può chiudersi con una cura drastica: taglio della quota cinese, diritti di voto “congelati” o disimpegno. E il mercato già si muove.

(Foto: vice Presidente Esecutivo e Amministratore Delegato di Pirelli).

Dieci anni di convivenza, poi l’aria si è fatta pesante. Pirelli e il socio cinese Sinochem sono entrati nella fase più delicata: non più schermaglie tecniche, ma una trattativa per sciogliere il nodo della governance. Le opzioni circolate nelle ultime ore disegnano un perimetro ampio: dal taglio “chirurgico” della partecipazione fino a soluzioni che somigliano a un cambio di stagione—riduzione della quota fino al 10%, congelamento dei diritti di voto o, nello scenario più radicale, disimpegno totale.

La miccia non è solo societaria: è geopolitica. La stretta statunitense su tecnologie e componenti sensibili riconducibili a interessi cinesi nel settore auto alza la posta, trasformando un tema da consiglio d’amministrazione in un potenziale freno all’accesso al mercato. E per Pirelli gli Stati Uniti non sono una vetrina: sono un asse industriale dove premium e innovazione contano più di qualsiasi slogan.

Da qui l’idea-chiave che ricorre nei ragionamenti di investitori e addetti ai lavori: rendere Sinochem meno “determinante”, per quota o per potere. La parola d’ordine è ridurre il rischio di letture ostili senza far saltare il tavolo: stabilità operativa, continuità commerciale, e una governance più facilmente “digeribile” fuori dall’Europa.

Il concetto che rimbalza con insistenza è quello di “investimento passivo”: una presenza di minoranza con ambizione finanziaria e orizzonte di lungo periodo, non una leva di controllo. Se la partecipazione fosse percepita in questo modo, l’argomento è che Pirelli potrebbe attenuare l’esposizione alle restrizioni legate alla filiera tecnologica e alle implicazioni di governance.

Le alternative restano sul tavolo e parlano la lingua della finanza di mercato. Una strada è un’operazione rapida di cessione di un pacchetto azionario tramite ABB (accelerated bookbuild), per ridurre in tempi brevi la partecipazione. Un’altra ipotesi è il bond convertibile, che consentirebbe un’uscita più graduale, modulando tempi e impatto sul prezzo. E poi c’è lo scenario che torna ciclicamente nei rumor: la vendita dell’intera quota, finora data per improbabile ma mai definitivamente archiviata nella conversazione del mercato.

Sullo sfondo resta la variabile politica: il Golden Power. Negli anni scorsi l’esecutivo aveva già fissato paletti sul perimetro d’azione del socio cinese, soprattutto su informazioni e asset ritenuti sensibili. Il passaggio che ha irrigidito ulteriormente i rapporti è arrivato quando, nei documenti societari, è comparsa una frase diventata spartiacque: “il controllo di Sinochem è venuto meno”. Da lì, ogni voto e ogni bilancio hanno assunto un peso diverso, con un clima più da tregua armata che da partnership.

Un segnale è arrivato anche dal fronte istituzionale: l’istruttoria sul rispetto delle prescrizioni del Golden Power si è chiusa con un’archiviazione, in assenza di elementi utili a sostenere violazioni o un indebolimento dell’autonomia gestionale. Archiviazione non significa “fine della storia”: significa che quel capitolo non aveva appigli per andare oltre. Ma nel frattempo lo scenario internazionale spinge verso una soluzione più strutturale.

E infatti la diplomazia—industriale e politica—lavora sotto traccia. Se non si trova un punto d’equilibrio, torna credibile l’opzione di una misura ad alto impatto come il congelamento dei diritti di voto: non un’uscita, ma una riduzione drastica della capacità di incidere. Una scelta che preserva formalmente la presenza azionaria, ma cambia il baricentro della stanza dei bottoni.

Nel frattempo, anche i dettagli tecnici contano: operazioni di conversione e diluizione possono spostare gli equilibri senza fare rumore, ridisegnando percentuali e rapporti di forza. Ed è proprio questo il punto: in una società globale, la governance non è un tema “da statuto”, ma un passaporto per muoversi tra mercati, regole e sensibilità politiche diverse.

Il punto d’arrivo, oggi, resta aperto: nessuna soluzione è stata ufficializzata e proprio per questo le ipotesi continuano a moltiplicarsi. Ma una direzione sembra emergere con nitidezza: una Sinochem più leggera—per quota o per potere—è l’orizzonte più citato. Il resto è questione di strumenti: ABB, convertibile, riclassificazione “passiva”, voti congelati o addio definitivo. In ogni caso, qualcosa sta cambiando: e quando cambiano i patti di governance, cambiano anche le traiettorie industriali.

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