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Si fa presto a dire rete unica
Il futuro della fibra: sotto un solo cappello, tante differenze

- di: Francesco M. Sacco - Docente di Digital economy, Università dell’Insubria e SDA Bocconi
 

Si fa presto a dire rete unica. Se ne parla molto e da molto tempo tanto che tanti - forse prematuramente - la danno già per fatta. Purtroppo, il diavolo si nasconde nei dettagli. E dei dettagli della rete unica se ne parla poco, quasi per niente.  Eppure, le differenze tra le due reti non sono né poche né piccole. La prima differenza è macroscopica. Open Fiber (OF) sta realizzando una rete di telecomunicazioni in fibra che non ha vincoli tecnologici con il passato. Pertanto, può sfruttare fino in fondo tutti i vantaggi tecnologici dati dalla fibra, che permette lunghi tratti, anche decine di chilometri, senza bisogno di ripetere il segnale. Ciò le consente di coprire l’intero territorio nazionale con meno di 2000 centrali, peraltro più piccole, con meno personale, più facili da gestire e più ecologiche rispetto a quelle di TIM che copre lo stesso territorio con 10.400 centrali avendo la sua rete in rame una distanza ideale tra centrale e utente finale di circa 1,4 km.

Le cose però stanno cambiando e nel 2017 TIM ha lanciato un piano per ammodernare le sue centrali e chiuderne 6.000 entro il 2024. Ma, anche se il progetto venisse completato in tempo, i numeri e i costi resterebbero comunque un multiplo di quelli di OF. In teoria, sarebbe più efficiente fare come si è fatto per l’alta velocità ferroviaria: un nuovo tracciato senza vicoli di sorta, mentre si gestisce a parte o si chiude selettivamente la vecchia rete. Ma, se la rete sarà unica, a quanto è noto, OF dovrà conferire tutte le sue centrali e tutta l’elettronica che fa funzionare la sua rete mentre TIM soltanto la rete di accesso passiva, senza le centrali. Si troverà così di un colpo con una rete interamente in fibra già fatta, pronta a chiudere la vecchia.

Questo fa un’enorme differenza. Il numero delle centrali non è l’unica cosa che cambia tra una rete interamente in fibra e una che ancora deve mantenere il rame. Secondo uno studio di Arthur D. Little, una rete soltanto in fibra garantisce un tasso di guasti tra 2,5 e 15 volte inferiore rispetto ad una in rame; i costi di manutenzione sono tra 2,1 e 7,1 volte inferiori; il consumo energetico per il suo funzionamento è tra 2,2 e 6,7 volte più basso. Per questo, molti operatori che, come TIM, possiedono una rete nazionale (incumbent) in rame, hanno già da un po’ avviato la migrazione (switch-off) verso le reti in fibra. Singapore è stata la prima e, avendo il 95% dei clienti già attivi in fibra, ha completato lo switch-off nel 2018. NTT in Giappone, con una penetrazione della fibra del 72%, ha avviato la sua migrazione nel 2015 e la completerà nel 2023, mentre la svedese Telia, con una penetrazione del 51%, nel 2024. Per venire più vicino a noi, la spagnola Telefonica, con una penetrazione del 50%, l’ha cominciata nel 2015 e la completerà quest’anno mentre la francese Orange, con il 25% delle case collegate, avvierà il processo nel 2023 per completarlo nel 2030, aspettandosi risparmi per la sola manutenzione superiori al mezzo miliardo di euro all’anno. In Italia, purtroppo, i clienti attivi in fibra sono appena il 5%, ben lontani dalla soglia del 30% per area di centrale che renderebbe il processo economicamente sostenibile.

Pertanto, la rete in rame dovrà rimanere in piedi ancora per molto tempo, con tutti i suoi vincoli, duplicando i costi rispetto alla rete in fibra e rendendo le telecomunicazioni italiane meno efficienti e affidabili. Questa migrazione, che potrebbe rallentare e complicare lo sviluppo della banda ultralarga, andrà fatta anche senza la rete unica. Essendo inevitabile una lunga coesistenza tra le due reti, è da capire come saranno suddivisi i costi e i risparmi di questa migrazione tra pubblico e privato ma anche con gli utenti finali.

Un’altra discrepanza sostanziale è che la rete di OF è pensata all’origine per offrire un servizio all’ingrosso e dare una rete autonoma fino a 20 operatori diversi per ogni area servita con la massima flessibilità. Ogni operatore può scegliere se avere suoi apparati in centrale, a casa dell’utente, comprare la sola fibra spenta o accesa da OF o anche l’interconnessione dalla centrale alla rete Internet. Al contrario, la rete in fibra ottica di TIM è stata fatta soprattutto per rispondere alle sue stesse esigenze e a quelle di Fastweb, che è comproprietaria al 20%, tramite una joint venture chiamata Flash Fiber, di tre quarti delle linee in fibra di TIM ma nel solo tratto che va dagli armadietti in strada (cabinet) fino a casa degli utenti (rete secondaria). In sostanza, la sua rete può dare lo stesso servizio di OF al massimo a 3 operatori, comprese TIM e Fastweb, servendo tutti gli altri in condivisione su una quarta fibra accesa da TIM o da Fastweb (Virtual Unbundled Local Access, VULA).
Infine, mentre OF consente ad ognuno dei 20 operatori di avere un proprio collegamento dedicato, TIM prevede un solo collegamento in centrale da condividere tra tutti gli operatori terzi presenti, un limite che rende impossibile a un operatore alternativo dare un servizio di qualità, a meno di modificare tutta la rete conferita da TIM. Quando si parla di rete unica, questi dettagli tecnici, apparentemente esoterici, fanno un’enorme differenza. Sono lo spartiacque tra un servizio realmente in concorrenza e un monopolio mascherato.

Un’altra differenza, nascosta nel dibattito pubblico sulla rete unica ma anch’essa sostanziale, riguarda i tracciati che seguono le due reti. OF è nata su un presupposto tecnico: la rete elettrica è più capillare della rete telefonica. In Italia ci sono 36 milioni di utenze elettriche e 19,5 milioni di linee telefoniche fisse attive, mentre in strada ci sono 450.000 cabine elettriche e 140.000 cabinet della rete telefonica. Pertanto, per cablare interamente in fibra l’Italia è più facile appoggiarsi alla rete elettrica, più ramificata e praticabile, che riutilizzare la rete telefonica in rame preesistente, spesso interrata e inaccessibile. Quando OF doveva partire, molti confusero questo tema con l’opportunità di fare sinergia con il cambio dei contatori elettrici. L’opportunità non fu sfruttata, anche se avrebbe fatto risparmiare risorse pubbliche e soldi agli italiani, ma le sinergie sulla rete sono rimaste: OF sfrutta tra il 60% e l’80% la rete elettrica per arrivare nelle case degli italiani. La fibra, al contrario del rame, è insensibile alle interferenze elettriche, anche a quelle dell’alta tensione.

Tim ha posato la sua fibra in due tempi sfruttando gli stessi tracciati e apparati del rame. Prima ha portato la fibra dalla centrale ai cabinet in strada, transizione che ha completato in buona parte dell’Italia, talvolta anche grazie a incentivi pubblici. Poi, dove ha deciso di portare la fibra fino a casa (FTTH), si è collegata alla fibra già presente nel cabinet per arrivare fino a casa degli utenti. Unendo le due reti non ci saranno sinergie. La differenza rimarrà ma si dovrà risolvere una nuova questione: se cablare riutilizzando la vecchia rete telefonica è più lento e costoso, chi si addosserà il costo delle disergie o, al contrario, come si valuteranno i relativi risparmi?



Da ultimo, c’è una differenza nel territorio che vogliono coprire in fibra le due reti, la ragione principale per giustificare la necessità di una rete unica: evitare duplicazioni degli investimenti. TIM, stando alla presentazione del piano FiberCop, vuole coprire con fibra fino a casa


- il 100% delle aree nere, dove è più alta la densità delle abitazioni, più basso il costo di posa della fibra per unità immobiliare e TIM con Fastweb ha già collegato 4 milioni di case
- circa il 60% delle aree grigie, dove sono un po’ meno dense le case e in passato TIM aveva giudicato non conveniente portare la fibra
- niente nelle aree bianche a fallimento di mercato dove ci sarà soltanto FTTC e soltanto per il 50% delle case.

I piani di OF per la copertura in FTTH, invece, a oggi sono più semplici:


- poco meno del 100% delle aree nere, dove per la fine dell’anno avrà coperto circa 7 milioni di unità immobiliari con l’obiettivo di arrivare a 10,5 milioni, incluse le aree industriali aggiunte con il recente l’aggiornamento del piano industriale
- l’80% delle aree bianche, oltre 8,5 milioni di case, coprendo il resto con fixed wireless access (FWA)
- niente – ad oggi – nelle aree grigie. 

Pertanto, la reale sovrapposizione tra le due reti in fibra – finora – si riduce a una parte delle aree nere, che OF ha ormai coperto per oltre due terzi e in cui TIM conta 4 milioni di case servibili in 29 città. TIM, come OF, non ha ancora cablato nulla nelle aree grigie. Quindi, in prospettiva, se le due aziende raggiungessero un accordo commerciale o di coinvestimento per le aree grigie, la loro sovrapposizione potrebbe restare limitata soltanto a quelle aree dove c’è già concorrenza infrastrutturale tra reti broadband e il problema sarebbe risolto senza le grandi manovre della rete unica.

In conclusione, che fare? «Rete unica? Troppo tardi per realizzarla» diceva in una recente intervista al Sole 24 Ore Franco Bernabè, ex amministratore delegato di TIM che ha guidato per sette anni in due riprese e conosce bene: «L’integrazione comporta comunque costi rilevanti perché le due reti hanno architetture diverse» e le sinergie sarebbero quindi scarse. Chiunque fosse interessato alla vicenda è avvertito.

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