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Scuola: la pandemia ha solo aggravato una crisi perenne

- di: Diego Minuti
 
Scuola: la pandemia ha solo aggravato una crisi perenne
La politica italiana, soprattutto negli ultimi anni, in cui alcuni rituali sono caduti nel dimenticatoio - come il rispetto del galateo partitico, che un tempo impediva di lucrare su tragedie nazionali facendone occasione per attacchi al governo di turno -, ci fa assistere quotidianamente a strumentalizzazioni che sono talmente manifeste che la loro negazione è ormai inutile.
Un esempio, lampante ancorché doloroso, ci arriva dalle vicissitudini della scuola che, a causa della pandemia, è ripartita (si fa per dire) tra innumerevoli difficoltà, di cui quelle derivate dal Covid-19 sono parte, ma non certo la più importante.

Potremmo dire che la scuola italiana, abbandonata a sé stessa da decenni, nel più totale silenzio dei non addetti ai lavori, ieri - alla riapertura ufficiale - non si è trovata all'anno 0, ma al -1 o -2 o peggio.
Nel senso che i problemi causati dalle norme per contenere ed ostacolare il pericolo di contagio sono solo l'ultimo problema in ordine di tempo. Perché la scuola di problemi ce ne ha tanti, datati, vergognosi.

Saltiamo a pie' pari quelli legati al mancato arrivo dei nuovi banchi (così come ignoriamo il ghigno che, immaginiamo, abbia agghindato il viso di quei presidenti di Regione sempre pronti a cercare l'occasione utile per azzannare il governo) per ricordare che la scuola sembra andare avanti in apnea, facendo assistere, in occasione della sua partenza annuale, al solito spettacolo.
Parliamo dell'affannosa corsa per coprire cattedre, in presenza di un corpo insegnante monco in termini numerici e che manca della necessaria linfa vitale che dovrebbe essere determinata da un ricambio generazionale di chi sta seduto alla cattedra.

Il precariato nella scuola è ormai talmente radicato da non venire nemmeno più essere considerato un problema, che non è solo organizzativo, quanto fattore di umiliazione per chi deve aspettare l'inizio di ogni anno scolastico con il cuore in gola per sapere dove sarà sbattuto (in termini di assegnazione).
Uno Stato che si ritiene tale dovrebbe cancellare queste macchie, soprattutto quando si parla di un settore che, formalmente, è chiamato a costruire la classe dirigente di domani. Noi, invece, in termini di didattica, non certo di preparazione dei docenti, siano irrimediabilmente indietro, pagando l'ampliarsi del baratro tra il nostro sistema e quello di altri Paesi che, invece, sull'istruzione puntano di più, ovvero spendono molto per formare il proprio futuro.

Quella di vedere la scuola realmente al passo con le esigenze del Paese, oggi come oggi, è solo una flebile speranza, perché gli ostacoli sono tanti.
Ma da qualche parte si deve pure cominciare ed un punto di partenza potrebbe essere quello di elaborare un piano di medio periodo per ripuntellare l'edificio dell'istruzione facendone il banco di prova per gli esecutivi che verranno. Si potrebbe cominciare dall'inserimento in ruolo, ma solo per concorso, dei precari, la cui precedente militanza nel corpo docente di per sé non può essere elemento preferenziale.

Con questo non vogliamo dire che chi è precario da una vita ha gli stessi diritti dei neolaureati, ma forse è il momento di fare un discorso generazionale per immettere sangue fresco e nuove energie in un settore in cui l'età media non è certo bassa. Cosa questa che determina anche una mancanza di entusiasmo e nuove idee.
La scuola del 2020, quella della pandemia, dei banchi singoli e su rotelle, della didattica a distanza, ma anche no, sembra essere un mondo a parte. Pronto ad essere dimenticato tra poche settimane, quando l'emergenza diverrà gestione ordinaria.
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