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Il silenzio delle Istituzioni circonda i marinai sequestrati in Libia

- di: Diego Minuti
 
Ci sono le elezioni americane; ci sono gli incendi in California e la deforestazione dell'Amazzonia; ci sono i cambiamenti climatici e la pandemia da Covid-19. E poi ci sarebbero anche 18 marinai italiani che, all'inizio di settembre, sono stati sequestrati da motovedette libiche - riconducibili al generale ribelle Haftar - a 35 miglia a nord di Bengasi. Ma pare che di questo, al di là del perimetro urbano di Mazara del Vallo (città di origine o lavoro dei sequestrati) e del resto della Sicilia, non importi niente a nessuno.

È una delle tante contraddizioni del nostro Paese che si fa carico di battaglie, seppure meritevoli (Black Lives Matter insegna) , ma che non gli appartengono direttamente e dimentica quelle che invece si dovrebbero sostenere perché riguardano nostri connazionali.

Invece, accanto a loro, le famiglie dei sequestrati hanno trovato solo esponenti politici siciliani, quasi che la solidarietà e l'empatia si fermino, fisicamente, sullo stretto di Messina.
Intanto gli equipaggi dell'Antartide e della Medinea sono bloccati in un Paese che oggi ancora garantisce la loro sicurezza, domani chi sa.
L'esperienza insegna che in tutti i casi simili a questo e che si ripetono ciclicamente con la Libia (ma anche con la Tunisia) le vicende si risolvono quasi sempre celermente e con un paio di scappellotti (in senso figurato) ai marinai italiani, che da secoli e secoli vanno a gettare le reti nel tratto di mare che divide la Sicilia dal Nord Africa, ben sapendo di fare infuriare qualcuno sulla terraferma.

È un rischio che fa parte del gioco e che si affronta con responsabilità vista anche la posta in palio, che è la sopravvivenza della più importante marineria del sud Italia. Ma questa volta appare tutto diverso, sia per il numero dei sequestrati, sia perché ancora non s'è capito quale possa essere la moneta di scambio da utilizzare per ottenerne la liberazione. Di solito si pagano delle multe e si fanno promesse. Questa volta invece pare che per la liberazione dei 18 marinai si stia chiedendo la scarcerazione di tre libici che in Italia sono stati condannati a pesantissime pene detentive per reati violenti contro i migranti ed in patria definiscono solo calciatori alla ricerca di fortuna in Europa.

In casi come questi i giocatori sono tutti riconoscibili:i sequestrati (loro malgrado), i rapitori, gli eventuali mediatori. Ma oggi manca un protagonista, ed è la Farnesina che in ossequio al principio di riservatezza si starebbe muovendo nel massimo riserbo. Ma, c'è da dire, anche troppo riserbo, perché nulla si sa di quel che si sta facendo e la frase ad effetto del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio (che tornino tutti a casa), sembra essere stata buttata lì per consuetudine che per altro.

Da qualche parte, improvvidamente, ad opera di simpatizzanti del partito che per fermare gli sbarchi dei clandestini sollecita un blocco navale (dimenticando un passaggio propedeutico quanto necessario: dichiarare guerra alla Libia ed alla Tunisia) , si sollecita l'uso della forza per liberare gli ostaggi. Un'ipotesi messa lì, solo per buttarla in caciara. Ma un Paese degno di tale nome fa di tutto per riportare a casa i connazionali rapiti e non si limita a qualche frasetta tanto per dire. Il ministro Di Maio, ne siamo sicuri, starà lavorando nell'ombra. Ma forse sarebbe il caso di parlare, non a noi, ma alle famiglie di italiani che stanno pagando con la prigionia il solo scopo della loro vita: il lavoro, con dignità e senza piangere miseria.
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