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Dalla nostra inviata/ Ungheria, il paese che non sa ridere

- di: Dalla nostra inviata Roberta Fiore
 
Dalla nostra inviata/ Ungheria, il paese che non sa ridere
Al Pride di Budapest si sfila tra poliziotti in assetto antisommossa e cartelli satirici messi all’indice. In un regime che teme la libertà, l’ironia è diventata l’arma più sovversiva.

La marcia dell’orgoglio parte piano, poi esplode

La marcia dell’orgoglio parte piano, quasi in punta di piedi, come chi sa di non essere invitato. Ma poi esplode, come ogni cosa proibita. È il Gay Pride di Budapest: una sfilata che somiglia a una festa, ma che è in realtà una dichiarazione di guerra. Di colore, di corpo, di identità.

Le drag queen sono più sobrie di quanto vorrebbero – il trucco deve resistere a lacrimogeni e controlli a campione. I cartelli sono ironici, ma attenti: qui una frase troppo libera può costarti un interrogatorio. Un ragazzo cammina con una t-shirt che dice “Köszönöm, nem”“No, grazie” – diventato ormai il motto della disobbedienza queer sotto il regime morbido e scivoloso di Viktor Orbán.

La coreografia della tolleranza armata

Sfilano in un corridoio metallico di transenne e cordoni di polizia, come bestie rare tenute a bada per evitare che “contagino” l’ordine. Il ministero dell’Interno parla di “tutela preventiva”, ma la scena è grottesca: un carro con le bandiere arcobaleno procede lentamente, mentre ai lati poliziotti in tenuta antisommossa guardano in cagnesco un gruppo di adolescenti che ballano su Lady Gaga.

Uno sventola un cartello: “Se la libertà è una minaccia, allora siamo pericolosissimi”. Non ci sono sponsor, non ci sono pubblicità arcobaleno, nemmeno un influencer che si sia preso il rischio di mostrarsi. Questo Pride non è Instagrammabile: è sudato, imperfetto, reale.

Orbán non vieta: sterilizza

Il potere in Ungheria ha capito da tempo che il divieto esplicito non conviene. Fa rumore. Meglio svuotare, anestetizzare, rendere tutto grigio. Così il governo non “vieta” il Pride, lo recinta. Non criminalizza l’omosessualità, la trasforma in “tematica divisiva”. Non brucia i libri LGBTQ+, li sposta in scaffali chiusi a chiave con l’etichetta “contenuti sensibili”.

E intanto, sotto la cupola del Parlamento, si legifera con guanti bianchi e cuore di ghisa. Si parla di “valori tradizionali”, “protezione della famiglia” e “educazione morale”. Chi ama fuori da quel perimetro è, per default, una minaccia.

Orgoglio e sopravvivenza

Non è un Gay Pride, è un reality distopico con i tacchi. Ogni bacio è un rischio. Ogni risata è un’arma. Ogni slogan è stato provato tre volte, con un piano B in caso di censura.

Ma questo non ha fermato nessuno. Né gli studenti universitari con bandiere legate al collo come mantelli, né i genitori che marciano con i figli – piccoli, spaventati, ma testardi – né gli anziani che ricordano altri regimi, altri silenzi.

Una donna sui sessant’anni stringe la mano alla compagna e guarda avanti. Quando le chiedono perché marcia, risponde: “Perché quando avevo vent’anni non potevo. E adesso, se non lo faccio io, chi lo farà?”

Il regime che non sa ridere

Il punto è che il potere ungherese ha un problema con l’ironia. Non la capisce. E per questo la teme. Così quando qualcuno scrive “Mi sento più al sicuro in una dark room che al governo”, non sa se mandare la polizia o un comunicato. Quando vede una trans con ali da farfalla sfilare davanti al Museo di Storia Nazionale, non sa se ridere o chiamare l’antiterrorismo.

E intanto la città vera, quella che lavora, vive e si innamora, guarda. E comincia a capire.

Postilla finale

In un paese dove il potere ama i muri più dei ponti, il Pride resta l’unico passaggio aperto. E ogni volta che sfila, ricorda che l’orgoglio non si negozia, non si comprime, non si dimentica. Si indossa. Si grida. Si balla. Anche a Budapest. Soprattutto a Budapest.

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