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Venezuela, blitz Usa e sfida alla Cina: la risposta di Pechino

- di: Marta Giannoni
 
Venezuela, blitz Usa e sfida alla Cina: la risposta di Pechino

Petrolio, debito e reputazione: perché Caracas è tornata al centro del braccio di ferro globale.

(Foto: il presidente cinese Xi Jinping).

L’operazione statunitense in Venezuela – raccontata in queste ore da più media internazionali – ha rimesso Caracas al centro del confronto tra Stati Uniti e Cina. La lettura più ricorrente è che il dossier venezuelano sia diventato un terreno di “messaggi” indiretti: colpire un alleato e partner energetico di Pechino per segnalare che l’America Latina resta un’area di interesse primario per Washington.

La reazione di Pechino è stata netta sul piano politico ma misurata nei toni: condanna dell’intervento, richiamo alla sovranità e al diritto internazionale, rifiuto dell’idea che qualcuno possa agire da “giudice del mondo”. È una linea che evita il salto di qualità dello scontro diretto e allo stesso tempo prova a blindare gli interessi cinesi nel Paese.

“La cooperazione tra Cina e Venezuela si svolge tra Stati sovrani ed è protetta dal diritto internazionale”: è questo il cuore della posizione ribadita da esponenti del ministero degli Esteri cinese nelle risposte ai giornalisti nelle ultime ore. Il messaggio è doppio: delegittimare la mossa americana e, soprattutto, ricordare che investimenti e contratti cinesi non possono essere cancellati per decisione unilaterale.

Dietro la prudenza c’è anche una valutazione di rischio. Un sostegno esplicito e “operativo” a Nicolás Maduro – o a qualsiasi assetto politico a lui riconducibile – alzerebbe i costi diplomatici per la Cina, senza garantire un ritorno immediato. Da qui l’approccio dell’attesa: lasciare che siano gli Stati Uniti a pagare il prezzo dell’immagine internazionale, mentre Pechino si posiziona come difensore di regole e stabilità.

Il nodo petrolio: quanto pesa davvero Caracas per la Cina

Il Venezuela è stato per anni un fornitore importante per la Cina, soprattutto nei momenti in cui Caracas cercava sbocchi alternativi per aggirare sanzioni e vincoli finanziari. Ma sul totale delle importazioni cinesi l’apporto venezuelano viene descritto da diversi osservatori come non decisivo: Pechino ha un paniere di fornitori molto ampio e può compensare sul mercato globale. Questo non significa che il colpo sia irrilevante: significa che la questione è più politica e finanziaria che energetica in senso stretto.

Il punto sensibile è l’incertezza sui flussi e sui contratti: quando una crisi esplode, anche le rotte e i carichi possono cambiare improvvisamente. Le analisi di tracciamento marittimo e i report sul settore energetico citati da testate internazionali parlano di spedizioni che possono essere ritardate, riorientate o sospese, con impatto immediato su chi compra e su chi vende.

Debito e prestiti: la partita lunga di Pechino

Tra il 2007 e il 2015, la Cina ha costruito con il Venezuela un rapporto finanziario profondo: prestiti, linee di credito, accordi ripagati in petrolio. È qui che si annida la vulnerabilità: più che perdere barili, Pechino rischia di perdere leva e garanzie. In vari database e report internazionali sul credito allo sviluppo e sui prestiti sovrani – spesso citati negli ultimi anni nelle analisi su Cina e America Latina – il caso Venezuela è indicato come uno dei più esposti per entità e complessità dei rimborsi.

Questo spiega perché la reazione cinese, pur senza promesse di sostegno “militare” o interventi clamorosi, insista su un concetto: tutelare i “diritti e interessi legittimi” delle imprese e delle istituzioni cinesi nel Paese. È un modo per mettere una bandierina giuridica e diplomatica sul tavolo, in vista di eventuali rinegoziazioni o contenziosi.

La reputazione: Pechino non vuole “perdere la faccia”

Oltre ai soldi, c’è la reputazione. Xi Jinping ha investito politicamente nell’idea di una Cina capace di costruire “partnership per tutte le stagioni” e di proporre un ordine internazionale alternativo a quello occidentale. Se un alleato cade all’improvviso – e per di più per mano americana – il rischio è apparire incapaci di proteggere i propri partner o di prevedere l’evoluzione degli eventi.

Da qui una strategia che, agli occhi di Pechino, è coerente: condanna formale, difesa della sovranità, tono controllato, nessun passo che trasformi il Venezuela in una miccia per una crisi diretta tra grandi potenze.

Il messaggio di Washington e la contromossa cinese

Molti commentatori leggono l’azione americana come un segnale che va oltre Caracas: un avvertimento su infrastrutture, porti, reti logistiche e influenza economica cinese nell’emisfero occidentale. La contromossa cinese, invece, punta a spostare il terreno della sfida: meno muscoli, più norme e diplomazia, più narrativa globale sul rispetto del diritto internazionale.

In parallelo, la vicenda rischia di alimentare discorsi più ampi anche in Asia: in queste ore alcuni commenti e analisi citati dalla stampa internazionale collegano il “precedente” venezuelano a scenari percepiti come sensibili da Pechino, incluso il tema Taiwan. A livello ufficiale, però, la Cina tende a mantenere i dossier separati: evitare di trasformare una crisi regionale in un boomerang strategico.

La partita ora si gioca su due piani: nel breve, capire come cambierà la governance venezuelana e cosa succederà ai contratti energetici; nel medio-lungo, misurare se l’episodio diventerà davvero un modello di contenimento dell’influenza cinese in America Latina oppure un caso isolato destinato a riassorbirsi nelle dinamiche già note di competizione globale. 

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