Se l’obiettivo era “punire i narcos”, la notte di Caracas racconta altro. Esplosioni, aerei, infrastrutture colpite, allarme nazionale. E poi l’annuncio, clamoroso, fatto direttamente dalla Casa Bianca: un’operazione “su larga scala” contro il Venezuela.
A prescindere da come evolverà la verifica dei fatti sul terreno, una cosa è già accaduta: l’America di Trump ha scelto di parlare la lingua dell’attacco preventivo, fuori da un quadro multilaterale chiaro, con una narrazione che regge finché nessuno fa domande scomode.
La versione ufficiale e il buco nero delle prove
Washington incornicia l’azione dentro la “guerra alla droga”: Maduro sarebbe il perno di un “narco-stato”, la minaccia da estirpare. Ma il salto logico resta gigantesco: dal contrasto al traffico (tema reale, serio, sanguinoso) all’uso di forza militare su un Paese sovrano, il passo richiede prove pubbliche, catena di responsabilità, mandato politico e legale.
Invece, la comunicazione è tutta muscoli: slogan, accuse, promesse di “fare pulizia”.
Il paradosso che imbarazza la propaganda
Nelle stesse ore in cui la retorica americana dipinge Caracas come capitale del narcotraffico, Maduro — in un’intervista di inizio anno — aveva provato a capovolgere il copione: si era detto pronto a “colloqui seri” con gli Stati Uniti, proponendo cooperazione contro la droga e aprendo la porta a investimenti americani nel settore energetico.
Il messaggio era politico prima ancora che operativo: “Parliamo, facciamolo su fatti e rispetto”. Se era bluff o calcolo, lo dirà la storia. Ma la risposta arrivata dopo ha un suono diverso: non negoziazione, imposizione.
La foglia di fico dei narcos: quando la parola “droga” diventa passe-partout
La “guerra ai narcos” funziona perché è un interruttore emotivo: attiva consenso, spegne sfumature, trasforma una questione complessa in un film con cattivi facili. Ma l’effetto collaterale è devastante: se “droga” diventa un jolly geopolitico, allora qualunque Stato può riscrivere la realtà a piacimento.
Oggi è Caracas; domani potrebbe essere qualunque capitale etichettata come “minaccia”.
Il punto vero: petrolio, risorse e la geopolitica dell’energia
Il Venezuela non è solo una crisi politica permanente: è anche una gigantesca cassaforte energetica. Ed è qui che la lettura “antidroga” scricchiola e lascia intravedere l’altra trama.
Lo stesso Maduro, da anni, ripete che l’obiettivo americano è la presa delle risorse. Non è una novità propagandistica: è il refrain classico di ogni governo sotto pressione esterna. Ma oggi la coincidenza è troppo comoda: tensione, sanzioni, strangolamento delle esportazioni, e poi il salto militare.
Il messaggio ai mercati e agli alleati
Nel teatro energetico globale, l’intervento è un segnale: gli Stati Uniti dicono di poter decidere chi vende, a chi vende, e a che prezzo politico. Non è soltanto “sicurezza”: è potere contrattuale.
E dentro questa logica, il dossier venezuelano è perfetto: vicino, simbolico, ricco, isolato e già logorato.
Dottrina Monroe riattivata: America Latina come “cortile”
Il salto più esplicito, però, è ideologico. L’azione su Caracas suona come una Dottrina Monroe in versione 2.0: non tanto “tenere fuori le potenze extra-regionali”, quanto ribadire che nell’emisfero occidentale comanda Washington.
Il punto non è solo il Venezuela: è la pretesa di stabilire una gerarchia di sovranità. E quando la sovranità diventa graduatoria, la forza diventa l’arbitro.
L’effetto domino: il precedente che fa felici Mosca e Pechino
Qui sta la parte più esplosiva, e più difficile da smentire. Se gli Stati Uniti normalizzano l’idea che un Paese possa essere colpito perché “minaccia”, “criminale”, “illegittimo” o “pericoloso”, allora si abbassa la barriera morale e politica contro ogni altra aggressione.
Ucraina: il regalo retorico a Putin
Ogni volta che Washington scavalca il diritto internazionale o un quadro multilaterale credibile, Mosca incassa un vantaggio: può rispondere con il suo ritornello — “lo fanno anche loro”.
Non rende l’invasione russa giusta. Ma la rende più vendibile a chi, nel Sud globale, già diffida dell’Occidente e vede doppi standard.
Taiwan: la pista che interessa a Xi
Per la Cina, la lezione è ancora più pratica: se passa l’idea che l’uso della forza sia un attrezzo politico “normale” quando si invocano sicurezza, stabilità o lotta al crimine, allora si allarga lo spazio per una futura narrativa su Taiwan.
Non perché Washington “autorizzi” Pechino. Ma perché smonta pezzo dopo pezzo il tabù che frena l’azzardo militare.
Che cosa resta: la faccia dura dell’impero e una regola riscritta
La sostanza, oggi, è brutale: Trump mostra un’America che preferisce il colpo all’accordo e l’esempio alla diplomazia. E in questo modo, anche quando pensa di affermare potenza, semina una fragilità strategica: rende il mondo più permissivo verso la forza.
Perché la “legge del più forte” non resta mai monopolio di uno solo. È contagiosa. E chi la sdogana per primo non è detto che sia chi la controlla per ultimo.