Caracas apre le celle e chiama la mossa “pace”: fuori Luigi Gasperin e Biagio Pilieri. L’Italia preme per Alberto Trentini e Mario Burlò, mentre le ONG avvertono: rilasci spesso lenti, parziali e con condizioni.
Un cancello che si socchiude, una lista che cambia di ora in ora, famiglie incollate al telefono: la prima ondata di liberazioni in Venezuela ha riportato a casa almeno due nomi italiani, ma non ha ancora sciolto il nodo principale. La scarcerazione dell’imprenditore Luigi Gasperin è stata seguita, a distanza di poche ore, da quella del politico di opposizione Biagio Pilieri. Eppure, per altri connazionali detenuti, a partire dal cooperante Alberto Trentini e dall’imprenditore torinese Mario Burlò, la partita resta apertissima: si gioca tra corridoi diplomatici, verifiche incrociate e procedure giudiziarie che possono trasformare la speranza in una maratona.
L’annuncio politico è arrivato dal vertice istituzionale di Caracas: Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea nazionale, ha parlato di un “numero importante” di rilasci, presentandoli come un gesto “unilaterale” per la convivenza. La cornice è quella di una fase di transizione ad altissima tensione: diversi osservatori internazionali collegano la mossa alle nuove pressioni esterne e agli equilibri interni, con l’opposizione che chiede atti concreti e non segnali simbolici.
Sul fronte italiano, la Farnesina mantiene un profilo prudente ma operativo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani risulta in contatto costante con l’ambasciata e con la rete consolare, mentre proseguono interlocuzioni con attori della società civile e canali informali utili a sbloccare i singoli dossier. È una diplomazia a bassa voce e alta precisione: ogni nome ha una storia, ogni storia un percorso burocratico diverso, e ogni passaggio richiede conferme prima di essere comunicato.
Il caso che pesa di più, anche per la sua durata, è quello di Alberto Trentini, cooperante italiano detenuto da oltre un anno. In Italia, la famiglia ha chiesto cautela, temendo che un eccesso di esposizione possa irrigidire le trattative. Il punto, però, è che le liberazioni “a pacchetto” non sempre seguono una logica lineare: possono dipendere da verifiche amministrative, da decisioni politiche dell’ultimo minuto o dalla disponibilità delle autorità a trasformare un annuncio in un atto effettivo.
Intanto, anche altri Paesi muovono le proprie pedine. La Spagna ha confermato la liberazione di alcuni cittadini spagnoli, definendola un passo “positivo” nella nuova fase venezuelana. In parallelo, l’opposizione rivendica i rilasci come un segnale che la pressione interna ed esterna produce effetti, ma insiste: devono essere “tutti”, e senza condizioni restrittive.
“È un giorno importante: dimostra che l’ingiustizia non dura per sempre” ha fatto sapere María Corina Machado in un messaggio rilanciato sui social, salutando i primi rilasci ma ricordando che la vera misura della svolta sarà la continuità, non l’eccezione. E la parola “continuità” è quella che torna anche nelle analisi delle ONG: i rilasci possono arrivare a scaglioni, con tempi imprevedibili, e talvolta con misure che limitano libertà di movimento e possibilità di parlare pubblicamente.
Il termometro più citato della repressione in Venezuela resta quello delle organizzazioni che monitorano gli arresti politici. Secondo Foro Penal, nel bollettino aggiornato a dicembre, i prigionieri politici erano 893 (con 774 uomini e 119 donne), tra cui anche 4 adolescenti. Nel conteggio risultano 719 civili e 174 militari, e soprattutto un dato che inquieta: per 63 persone non era indicato il luogo di detenzione. Numeri che, da soli, spiegano perché ogni annuncio di liberazione accenda speranza e diffidenza insieme.
E poi c’è la geografia della paura: i nomi dei centri di detenzione diventano parole chiave nei racconti dei familiari e dei difensori dei diritti umani. Strutture spesso citate in passato come luoghi simbolo di detenzioni e abusi tornano al centro di indiscrezioni e verifiche sul campo. Le associazioni che seguono i casi chiedono trasparenza sulle procedure: in scenari opachi, ogni voce non verificata può trasformarsi in un’arma psicologica contro chi aspetta.
Sul piano internazionale, il rilascio dei detenuti è anche una casella di una strategia più ampia. Da Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un percorso in più fasi per il dopo-crisi venezuelano. In questa architettura, la liberazione dei prigionieri politici è un indicatore ponte: serve a misurare la disponibilità del potere a cambiare registro e, allo stesso tempo, a offrire all’opposizione un segnale tangibile su cui costruire il passo successivo.
In mezzo, c’è la diplomazia che non fa rumore ma spesso decide i finali. Il Qatar viene indicato da più osservatori come uno dei canali utili a mantenere aperti i contatti tra parti che ufficialmente si parlano poco. È un elemento che oggi viene letto come possibile acceleratore anche sul terreno più delicato: quello dei detenuti stranieri, casi sensibili in grado di influenzare relazioni bilaterali e narrative interne.
Per l’Italia, il punto non è soltanto contare i rilasci, ma arrivare ai nomi che mancano. Il ritorno in libertà di Luigi Gasperin e Biagio Pilieri è un segnale, non un traguardo. E ogni segnale, in Venezuela, ha bisogno di una controprova: documenti, timbri, uscita effettiva, possibilità di lasciare il Paese. Fino a quel momento, le famiglie restano in quella terra di mezzo in cui una notizia è vera solo quando smette di essere un titolo e diventa un abbraccio.
“Aspettiamo conferme, ma non molliamo: finché non tornano tutti, non è finita” è il sentimento che rimbalza, sottovoce, tra chi segue i dossier dei detenuti. Ed è anche la sintesi più onesta di queste ore: una porta si è aperta. Ora resta da capire quante altre, e per chi.