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Comuni senza candidati: il posto fisso non seduce più

- di: Marta Giannoni
 
Comuni senza candidati: il posto fisso non seduce più
Tra stipendi poco competitivi, responsabilità crescenti e una burocrazia che non dà tregua, gli enti locali faticano a reclutare: i vuoti si allargano proprio nei settori che tengono in piedi città e servizi.

Per una generazione intera era il traguardo: il posto fisso in Comune, sinonimo di stabilità, orari prevedibili e “sicurezza” in tempi incerti. Oggi quel magnete si è smagnetizzato. In molti territori la scena è diventata ricorrente: bandi che non decollano, graduatorie che si assottigliano in fretta, candidati che rinunciano prima ancora di firmare. E il paradosso è che la domanda di competenze pubbliche cresce mentre l’offerta di personale diminuisce.

La crisi si vede soprattutto dove non c’è margine d’errore: uffici tecnici (progettazione, manutenzioni, appalti, gestione del territorio) e servizi sociali (presa in carico, fragilità, emergenze abitative, disabilità, minori). Sono aree in cui l’ente locale non può “tirare a campare”: se manca un ingegnere si bloccano cantieri e verifiche, se manca un assistente sociale si allungano i tempi e aumenta la pressione sulle famiglie.

Il punto di rottura è economico. Il divario con il privato (e spesso anche con altre amministrazioni pubbliche) rende poco appetibile una scrivania comunale, soprattutto per profili tecnici richiesti dal mercato. È un tema che ANCI ha evidenziato collegando la carenza di personale negli enti locali al gap retributivo e alla concorrenza con altre amministrazioni. "La carenza di personale nei Comuni e nelle Città Metropolitane è un problema urgente, e la causa principale è il divario retributivo", ha osservato Gaetano Manfredi, presidente ANCI, richiamando anche l’effetto della mobilità che svuota gli organici e costringe a ripartire con reclutamento e formazione.

Non è solo questione di “quanto prendi”, ma di quanto rischi rispetto a quanto prendi. Nei Comuni, soprattutto piccoli e medi, chi firma atti tecnici o gestisce procedure complesse lavora in un campo minato normativo: appalti, contabilità, vincoli, responsabilità amministrative. L’equazione che molti professionisti fanno è brutale: lo stesso stress (o di più), con meno compenso e più esposizione.

Negli ultimi mesi è tornato in primo piano anche il tema della “paura della firma” e della responsabilità contabile, con interventi e proposte di modifica che puntano a ridurre l’effetto paralisi che frena scelte e investimenti. In parallelo, per i Comuni resta il problema quotidiano: anche con regole più chiare, se il mercato offre alternative migliori, il Comune perde la gara prima ancora di iniziarla.

Il tema non riguarda soltanto le nuove assunzioni: riguarda la tenuta degli organici. Analisi e ricerche del mondo degli enti locali hanno segnalato una riduzione di lungo periodo del personale comunale e, negli anni più recenti, una crescita delle uscite per dimissioni. È un cambio di fase: non è più solo l’ondata anagrafica a svuotare gli uffici, è una scelta attiva di andare via.

Il risultato è un cortocircuito operativo: gli enti locali devono gestire più compiti, più progettualità e procedure più sofisticate, ma con meno persone e spesso con età media in crescita. "Stiamo assistendo ad una progressiva riduzione del personale dei Comuni, oltre che ad un progressivo innalzamento dell’età media", ha sottolineato Alessandro Canelli, presidente IFEL, descrivendo un Comune chiamato a reggere complessità sociali, economiche e ambientali sempre più pesanti.

A peggiorare il quadro è l’effetto “imbuto” nei profili tecnici: il privato può modulare offerte, benefit, crescita rapida; il pubblico locale, invece, si muove dentro griglie contrattuali e margini di bilancio ristretti. In molte realtà i concorsi finiscono per attrarre candidature non perfettamente aderenti ai fabbisogni oppure numeri troppo bassi per coprire davvero i posti disponibili. E quando una graduatoria c’è, non è raro vedere i vincitori scegliere altro dopo poche settimane.

Il capitolo servizi sociali è diverso ma altrettanto sensibile. Da un lato cresce la domanda di interventi (fragilità, marginalità, non autosufficienza), dall’altro diventa difficile rendere attrattivi ruoli ad alta intensità emotiva e organizzativa. Qui, negli ultimi anni, lo Stato ha provato anche la strada di strumenti nazionali con reclutamenti dedicati agli Ambiti Territoriali Sociali, per rafforzare la capacità amministrativa e la presa in carico sul territorio.

Ma la partita vera si gioca su tre leve, e tutte costano fatica politica e soldi. La prima è retribuire meglio i profili più esposti e richiesti: senza un salto di competitività, soprattutto per tecnici e figure specialistiche, la fuga continuerà. La seconda è ridurre l’attrito burocratico: meno adempimenti ridondanti, più standard, più strumenti digitali che tolgano lavoro ripetitivo e liberino tempo “umano” per decisioni e servizi. La terza è costruire carriere credibili dentro l’ente locale: formazione continua, valorizzazione delle competenze, percorsi che non facciano sentire il Comune un binario morto.

Nel mondo dei sindaci e delle amministrazioni la parola che torna è “attrattività”. Non basta più dire “qui avrai stabilità”: i trentenni e i quarantenni chiedono crescita, senso, autonomia, e una qualità del lavoro che non coincida con l’ansia per una firma o con giornate inghiottite da procedure. In alcune città lo smart working e la flessibilità hanno aiutato, ma non sono la bacchetta magica: se il differenziale economico resta grande, la stabilità da sola non chiude il gap.

La conseguenza, se non si inverte la curva, è doppia e concreta. Primo: rallentano gli investimenti (progetti, manutenzioni, bandi, controlli). Secondo: si indeboliscono i servizi di prossimità, quelli che i cittadini toccano ogni giorno: assistenza, scuola, casa, territorio, sicurezza urbana. Non è la nostalgia del “posto fisso” a essere in gioco. È la capacità dei Comuni di funzionare come motore quotidiano dello Stato sul territorio.

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