Crans-Montana si è svegliata sotto un cielo che sembra trattenere il respiro. È il giorno in cui la giustizia prova a farsi strada tra le macerie, mentre la memoria delle quaranta vittime continua a chiedere spazio, rispetto, verità. Nelle stesse ore in cui le istituzioni si preparano a commemorare i morti, negli uffici della Procura di Sion si consuma un passaggio decisivo dell’inchiesta.
Crans-Montana, il giorno della giustizia e del silenzio
Jacques e Jessica Moretti, i proprietari del Constellation, il disco bar dove la notte di Capodanno si è trasformata in una trappola di fumo e fuoco, vengono interrogati come indagati. Fino a pochi giorni fa erano testimoni. Ora il loro nome è iscritto accanto a parole pesanti: omicidio colposo, lesioni colpose, incendio colposo. È il momento in cui il racconto della festa interrotta lascia il posto alla grammatica severa del diritto.
Il cambio di passo della magistratura svizzera
La procuratrice generale del Vallese, Béatrice Pilloud, aveva già ascoltato i coniugi Moretti. Oggi il tono è diverso. L’inchiesta cerca di capire se quella notte fosse evitabile, se le regole fossero state rispettate, se le uscite di sicurezza, le capienze, i dispositivi antincendio fossero all’altezza di un locale che, per poche ore, si era riempito oltre ogni prudenza.
Crans-Montana, località elegante e turistica, scopre il volto fragile della modernità: basta un errore, una sottovalutazione, un dettaglio ignorato perché la festa diventi strage.
Roma apre un fascicolo
Intanto, a centinaia di chilometri di distanza, anche la giustizia italiana prende la parola. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo plurimo e incendio, disponendo le autopsie sulle vittime italiane. Esami che in Svizzera non erano stati effettuati e che ora diventano necessari per dare risposte autonome alle famiglie e allo Stato.
È il segno di una doppia sovranità del dolore: le vittime non hanno confini, e neppure la ricerca della verità.
Il giorno del lutto
Mentre i magistrati interrogano e ricostruiscono, oggi è anche il giorno del silenzio. A Martigny si tiene la cerimonia ufficiale per le vittime, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La sua presenza non è protocollare: è il gesto misurato di uno Stato che accompagna i suoi cittadini fino all’ultimo saluto, senza clamore, con sobrietà.
A Roma, una messa raccoglie il dolore in preghiera. Partecipa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Due luoghi, due riti diversi, un’unica comunità ferita.
Una tragedia che interroga tutti
Crans-Montana non è solo una pagina di cronaca nera. È una domanda aperta sulla sicurezza, sul controllo, sulla responsabilità. In un’Europa abituata a vivere la notte come spazio di libertà, la strage riporta al centro il tema delle regole e della loro applicazione concreta. Non per cercare colpevoli a ogni costo, ma per evitare che il dolore si ripeta.
Le famiglie chiedono verità. Non vendetta, non slogan. Verità.
Il tempo della giustizia
Ora inizia il tempo lungo, inevitabile, della giustizia. Un tempo che non consola, ma prova a dare un senso. Tra le Alpi svizzere e Roma, tra le aule dei tribunali e le chiese, la strage di Crans-Montana entra nella memoria collettiva come una ferita europea.
E resta una certezza amara: la notte di Capodanno non è finita allo scoccare dell’alba. Continua, ancora oggi, nelle domande senza risposta e nel silenzio composto di chi aspetta che la verità, finalmente, faccia luce.