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Democrazia americana in frantumi: secessione soft e rischio conflitto

- di: Bruno Coletta
 
Democrazia americana in frantumi: secessione soft e rischio conflitto
La democrazia americana in frantumi: secessione soft e rischio conflitto
Quando un paese si spacca non serve una dichiarazione d’indipendenza: la disgregazione avanza sotto traccia.

Negli Stati Uniti è in corso qualcosa di mai visto: una tensione corrosiva che può essere descritta come una secessione soft. Non serve che uno Stato firmi un documento di uscita: basta che rifiuti, nei fatti, di riconoscere l’autorità morale politica dell’altro, che si sottragga alle risorse federali o che risponda con la forza. Se un paese diventa questo, il declino non è più un’ipotesi remota.

Un conflitto a bassa intensità

La battaglia non è fatta ancora di fucili, ma di leve istituzionali, legali e simboliche. È uno scontro repubblicani vs democratici, ma è anche una frattura verticale: Casa Bianca contro stati liberali, governo federale contro governi locali. Donald Trump ha bloccato – secondo denunce dei Democratici – fondi federali destinati a infrastrutture in stati a guida democratica (ad esempio, 2,1 mld per Chicago, 18 mld per New York) e ha minacciato, addirittura, l’uso dell’Insurrection Act per impiegare i militari nei singoli stati.

Di fronte a queste minacce, gli stati “blu” reagiscono con durezza: minacce di sciopero fiscale (trattenere le tasse federali), cause legali contro le imposizioni federali, o l’idea di uscita dall’associazione dei governatori nazionali. In Illinois, ad esempio, il governo ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per bloccare la mobilitazione dei National Guard a Chicago.

Insurrection Act: arma ad alta tensione

Il riferimento all’Insurrection Act, una legge federale del 1807 che consente al presidente di impiegare forze armate dentro gli Stati per reprimere insurrezioni o disordini quando le autorità locali non riescono a garantire l’ordine, ha scatenato timori istituzionali. Trump ha più volte dichiarato che la userà “se necessario” per “aggirare” le obiezioni dei governatori o dei tribunali.

Ma può farlo legittimamente? La legge è complessa, e richiede condizioni specifiche, fra cui «ribellione» o «interferenza con l’esecuzione delle leggi federali». Molti giuristi contestano che le prove di disordine oggi siano sufficienti per giustificare tale uso.

Lo Stato contro lo Stato: il caso Texas-Illinois (e oltre)

Il governatore del Texas, Greg Abbott, ha inviato centinaia di soldati di Guardia nazionale a Chicago, su richiesta di Trump, suscitando proteste a Chicago per “uso militare contro cittadini”.

Il governo dell’Illinois ha risposto con una causa legale per bloccare la mobilitazione. Il governatore J. B. Pritzker ha accusato l’amministrazione federale di voler utilizzare la forza per intimidire l’opposizione politica.

In parallelo, in Oregon un giudice ha proibito il dispiegamento dei National Guard nel caso di Portland, stabilendo che non vi erano le condizioni legali per farlo.

La spinta fiscale e il “non pagamento” federale

Accanto al conflitto militare, si posa quello economico: gli stati democratici minacciano di trattenere parte delle tasse federali finché il governo centrale non cambierà rotta. Il Connecticut ha presentato una legge in tal senso; analoghe iniziative sono in Maryland e Wisconsin. 

Alcuni parlano apertamente di staccarsi dagli Stati “rossi” (conservatori) per costituire un blocco confederato “blu”, ricco, istruito e progressista.

Minacce e autoritarismo: verso lo scontro istituzionale completo?

In diversi interventi mediatici, Trump ha chiesto l’arresto del sindaco di Chicago Brandon Johnson e del governatore Pritzker, imputandoli di non aver protetto gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Detto così, è un gesto simbolico: ma in contesti già altamente polarizzati, assume potenziale scatenante.

L’amministrazione ha inoltre assunto il controllo del dipartimento di polizia di Washington, D.C., con uno stato d’emergenza per “crimine”, trasferendo la gestione dal livello locale a quello federale.

La resistenza dal basso: proteste, movimenti e insofferenza

La risposta c’è già. Il movimento 50501 (“50 proteste, 50 stati, 1 movimento”) ha mobilitato milioni di manifestanti nel corso del 2025 contro il potere esecutivo e contro derive autoritarie.

Il 14 giugno 2025 si è tenuto il No Kings Day, con manifestazioni in oltre 2.100 città e un’affluenza stimata in 5 milioni di persone contro Trump e le sue politiche.

Ad agosto 2025, il movimento “Fight the Trump Takeover” ha dato vita a proteste diffuse in decine di stati contro i piani di ridisegno elettorale (redistricting) sponsorizzati dai repubblicani.

È destinato al declino? Gli scenari possibili

Il quadro è cupo. Se una democrazia non può contare su una forte legittimazione reciproca tra centro e periferia, è vicina al punto di rottura. Gli Stati Uniti, con le loro fortissime disuguaglianze, polarizzazione ideologica, divisioni razziali e stress economici, vivono un momento in cui ogni crisi può diventare una crisi sistemica.

Alcuni scenari teorici:

  • Una svolta autoritaria: l’Insurrection Act usato in modo esteso per schiacciare le opposizioni locali.
  • Una secessione soft davvero irreversibile: blocchi fiscali e disobbedienza che rendono ingovernabili le strutture federali in alcuni stati.
  • Uno scontro civile controllato: proteste armate, milizie locali, escalation violenta nei sobborghi più tesi.
  • Una riforma costituzionale radicale (improbabile nella fase attuale) per ridefinire il federalismo o spartire il potere.

In tutti questi scenari, il territorio non si dividerà domani sulla carta, ma il principio stesso dell’unità nazionale sarà sotto attacco. Chi spera che questa rottura resti “soft” illude sé stesso.

Quali carte giocare per resistere?

Un’azione possibile è legislativa: riformare l’Insurrection Act per ridurne l’arbitrio presidenziale. Inoltre, l’azione giudiziaria nazionale e statale può tentare limiti alla militarizzazione interna.

Altro fronte: rafforzare la partecipazione dal basso, proteggere le istituzioni locali, difendere i meccanismi federali di controllo e bilanciamento. I movimenti civici devono sfruttare ogni spazio di resistenza pacifica, mediazione, mobilitazione.

Infine, serve una cultura democratica resiliente: convincere l’elettorato che il vero pericolo non è il confronto, ma l’abbandono delle regole che tengono insieme un paese.

Il tramonto della pax americana?

Mai come oggi gli Stati Uniti somigliano a un arcipelago in rivolta: Stati che chiedono autonomia, fondi trattenuti, eserciti locali che sfidano il centro. La forma federale che ha retto per secoli sembra incrinarsi. La democrazia americana non è «in pericolo»: è già ferita. Se non verrà gestita con saggezza e fermezza, la disgregazione potrà diventare conflitto. E non sarà pacifico. 

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