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Groenlandia, Europa pronta a colpire: controdazi da 93 miliardi a Usa

- di: Vittorio Massi
 
Groenlandia, Europa pronta a colpire: controdazi da 93 miliardi a Usa
Bruxelles risponde alle minacce di Trump e prepara una reazione senza precedenti. In gioco non c’è solo il commercio, ma l’unità dell’Unione e la tenuta della Nato.
 
(Foto: il Consiglio europeo visto dall’alto).

La linea è tracciata e non ammette ambiguità: se Washington andrà avanti, l’Unione europea risponderà colpo su colpo. La crisi aperta dalla nuova offensiva commerciale di Donald Trump, legata al dossier Groenlandia, ha spinto Bruxelles a riesumare l’arma più pesante del suo arsenale economico. Controdazi per un valore complessivo di 93 miliardi, già pronti, congelati solo formalmente e destinati a scattare automaticamente il 6 febbraio se dagli Stati Uniti non arriverà un passo indietro.

Non si tratta di una minaccia politica, ma di un meccanismo tecnico già rodato. Le tariffe erano state preparate la scorsa estate e poi sospese per favorire un accordo commerciale con la Casa Bianca, raggiunto ad agosto. Nessuna cancellazione, però: solo una pausa. Ora quella pausa sta per finire e, come spiegano fonti comunitarie, basterà non rinnovare la sospensione perché il pacchetto torni immediatamente in vigore, senza nuovi passaggi legislativi.

Il punto di rottura è la strategia americana di differenziare i dazi tra i Paesi europei, un’ipotesi che a Bruxelles viene letta come un tentativo deliberato di dividere i Ventisette. Una mossa giudicata politicamente ostile e tecnicamente fragile: il mercato unico rende infatti impossibile stabilire con certezza l’origine nazionale di molti prodotti. Un componente può essere fabbricato in Germania, assemblato in Italia e spedito negli Stati Uniti da un porto del Portogallo. Per l’Unione, colpire selettivamente significa colpire tutti.

La parola d’ordine, almeno ufficialmente, resta de-escalation. Le istituzioni europee vogliono evitare che lo scontro commerciale degeneri in una crisi politica irreversibile. Ma la disponibilità al dialogo è accompagnata da un messaggio netto: l’Europa non accetterà pressioni né ricatti. In queste ore circola una valutazione condivisa tra Commissione e Stati membri secondo cui i nuovi dazi americani non sarebbero diretti contro singoli governi, bensì contro l’intero progetto europeo.

Il calendario incombe. Ci sono meno di due settimane per scongiurare un’escalation che avrebbe conseguenze profonde sui rapporti transatlantici. Se entro il 1° febbraio non arriverà una retromarcia americana, il fronte europeo si dice pronto a reagire. E il pacchetto da 93 miliardi potrebbe non essere l’unico strumento sul tavolo.

Una delle ipotesi più concrete è la sospensione dell’accordo commerciale di agosto che ha azzerato i dazi europei su numerosi beni statunitensi. Un segnale politico già arrivato dal Parlamento europeo: la ratifica dell’intesa è sparita dall’ordine del giorno della plenaria di Strasburgo. Formalmente l’accordo resta in vigore, ma l’Eurocamera si riserva la possibilità di bloccarlo, facendo saltare l’intero impianto negoziale costruito negli ultimi mesi.

C’è poi l’arma estrema, invocata con forza dalla Francia di Emmanuel Macron: lo Strumento Anti-Coercizione. Un meccanismo pensato proprio per rispondere a pressioni economiche di natura politica, che consentirebbe all’Unione di limitare drasticamente l’accesso delle aziende americane al mercato europeo, dagli appalti pubblici agli investimenti strategici. A Bruxelles lo definiscono senza mezzi termini un’arma “fine mondo”, da usare solo come ultima risorsa.

Nel frattempo, la Commissione lavora sul piano politico e narrativo. È in preparazione una relazione dettagliata per smontare il presupposto centrale delle argomentazioni americane: l’idea che la sicurezza della Groenlandia sia minacciata da Russia o Cina. Secondo Bruxelles, non esistono elementi concreti che giustifichino un’escalation militare o economica. L’obiettivo è chiaro: togliere legittimità al pretesto usato dalla Casa Bianca.

Parallelamente, l’Unione vuole rafforzare la cooperazione con l’isola artica, sottolineando che i groenlandesi sono cittadini europei a tutti gli effetti. Investimenti, collaborazione scientifica, sicurezza e sviluppo sostenibile sono i pilastri di un pacchetto pensato anche per dimostrare, sul campo, che l’Europa non intende lasciare soli i propri territori più periferici.

Tutto questo finirà al centro del Consiglio europeo straordinario convocato per la prossima settimana. Per decisioni di tale portata serve un mandato politico chiaro dei capi di Stato e di governo. Come ha ribadito il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, servono «unità sui principi del diritto internazionale, sostegno pieno a Danimarca e Groenlandia e disponibilità a difenderci da qualsiasi forma di coercizione».

Il tempo, però, è il fattore più critico. Ogni giorno che passa riduce lo spazio per una mediazione credibile. E lo spettro che aleggia su Bruxelles non è solo quello di una guerra commerciale, ma di una frattura profonda nella Nato, proprio mentre lo scenario artico diventa sempre più centrale negli equilibri geopolitici globali.

La sensazione diffusa nei palazzi europei è che questa volta la posta sia più alta che in passato. Non si tratta solo di dazi o di export, ma della capacità dell’Unione di difendere la propria sovranità economica e politica. E di dimostrare che, di fronte alle pressioni, l’Europa sa ancora parlare con una sola voce.

Se lo scontro verrà evitato o se si aprirà una nuova fase di tensione tra le due sponde dell’Atlantico, lo diranno i prossimi giorni. Ma una cosa è certa: la partita sulla Groenlandia ha già cambiato il clima. E a Bruxelles nessuno intende farsi trovare impreparato.

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