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Trump alza la posta in Iran: “aiuti in arrivo”, tariffe e raid

- di: Vittorio Massi
 
Trump alza la posta in Iran: “aiuti in arrivo”, tariffe e raid

Tra slogan, minacce e diplomazia sotterranea: Washington scommette sulle piazze iraniane, l’Europa prepara nuove sanzioni e Mosca alza la voce.

(Foto: fotomontaggio proteste in Iran).

Il messaggio è arrivato con il tono da comizio e il lessico da ultimatum, in quell’area grigia dove la politica estera diventa spettacolo e lo spettacolo si trasforma in rischio strategico. Donald Trump ha esortato gli iraniani a continuare a scendere in piazza e ha promesso sostegno senza chiarire in che forma, lasciando volutamente in sospeso la domanda più esplosiva: si parla di pressione economica, di operazioni “non militari”, o davvero di un possibile uso della forza?

Nel cuore della crisi — proteste diffuse, repressione durissima, internet a singhiozzo e un Paese che comunica col mondo come può — la Casa Bianca alza la voce e contemporaneamente muove pezzi in silenzio. Da un lato, la frase-simbolo rilanciata via social. Dall’altro, la rivelazione di un contatto riservato che suona come un segnale a Teheran: negli Stati Uniti si torna a parlare apertamente anche con l’opposizione in esilio.

Il post attribuito al presidente americano è una chiamata alle piazze e un avvertimento ai vertici della Repubblica islamica. In sostanza: continuate, resistete, annotate i responsabili della repressione. E poi la promessa, in forma di slogan e minaccia insieme: “Help is on its way”. Dentro c’è tutto: l’incoraggiamento ai manifestanti e la pressione psicologica su un regime che teme, oltre alle strade, anche la narrativa internazionale.

Quando gli è stato chiesto che cosa significhi concretamente quell’“aiuto”, Trump ha scelto l’ambiguità come strumento di potere: “Lo scoprirete”. È un modo per lasciare aperte opzioni diverse — e per far lavorare il dubbio. Perché l’ambiguità, in politica estera, è spesso un deterrente: non dice cosa farai, ma suggerisce che potresti farlo.

La novità più concreta, invece, è economica: l’annuncio di dazi del 25% su chiunque faccia affari con l’Iran, con la formula massimalista che punta a trasformare l’isolamento di Teheran in una scelta obbligata anche per terzi. È la logica del “pagate pegno se restate in partita”, pensata per tagliare ossigeno finanziario al regime e, allo stesso tempo, per costringere partner e concorrenti a schierarsi.

Ma la crisi non è solo economica. Nelle ultime settimane le proteste — nate su base sociale ed economica, poi allargate a una contestazione politica più ampia — si sono scontrate con una repressione che diverse fonti descrivono come sistematica. I numeri delle vittime oscillano in modo drastico a seconda delle verifiche e delle provenienze: segno, anche questo, della nebbia informativa prodotta dai blackout e dalla difficoltà di documentare in tempo reale.

In questo vuoto di connessione, la tecnologia diventa geopolitica. La comunicazione dall’Iran verso l’esterno passa anche da canali alternativi e da reti satellitari: un dettaglio apparentemente tecnico che però cambia la dinamica della protesta. Un regime può provare a spegnere la rete, ma non può spegnere la domanda di racconto. E quando la testimonianza riesce a uscire, la pressione internazionale sale di livello.

Il capitolo più “politico” — e più delicato — si chiama Steve Witkoff. Secondo ricostruzioni giornalistiche, l’inviato americano avrebbe incontrato in modo riservato Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, figura divisiva ma tornata centrale nella percezione pubblica di una parte della diaspora e, a quanto pare, anche dentro alcune piazze iraniane. L’idea di una “transizione” prende corpo quando il potere appare vulnerabile: e in quel momento i simboli tornano ad avere peso.

Per anni Pahlavi è rimasto ai margini delle opzioni considerate realistiche da molte cancellerie occidentali. Ora però la sola esistenza di un contatto di alto livello manda un messaggio doppio: a chi protesta, che Washington ascolta; al regime, che Washington può scegliere interlocutori alternativi. È una leva che non equivale a un riconoscimento politico, ma funziona come pressione psicologica e diplomatica.

Anche sul fronte americano, però, la linea non è monolitica. Il segretario di Stato Marco Rubio ha espresso sostegno ai manifestanti, mentre in ambienti politici repubblicani la retorica si fa più muscolare: il senatore Lindsey Graham, ad esempio, ha spinto per una risposta “dura” contro l’infrastruttura di repressione del regime, evocando scenari di punizione senza “truppe sul terreno” ma con un’azione devastante dall’aria e con strumenti non convenzionali. È la dottrina dell’impatto massimo, venduta come “aiuto” e temuta come escalation.

Se Washington alza i toni, l’Europa prova a trasformare l’indignazione in dossier. Ursula von der Leyen ha annunciato l’intenzione di proporre rapidamente nuove sanzioni contro i responsabili della repressione. E la responsabile della politica estera UE, Kaja Kallas, ha chiarito che il pacchetto punitivo è in discussione, con l’obiettivo di colpire individui e apparati coinvolti nella violenza. L’approccio europeo resta quello “normativo”: punire, isolare, documentare. Ma la velocità con cui si muove la crisi mette a dura prova i tempi della macchina comunitaria.

Sul piano politico, la frase che ha fatto il giro delle cancellerie è arrivata da Friedrich Merz: per il cancelliere tedesco, la leadership iraniana sarebbe negli “ultimi giorni e settimane”. È un giudizio che pesa perché arriva da un leader del G7 e perché fotografa una sensazione diffusa: quando un regime deve affidarsi alla forza in modo crescente, mostra non solo durezza ma anche paura.

A reagire con durezza è stata invece la Russia, che ha definito “categoricamente inaccettabili” le minacce di nuovi raid e ha parlato di conseguenze pesanti per la sicurezza regionale e globale. Il punto, per Mosca, è duplice: respingere l’idea di “interferenza esterna” in un Paese alleato o comunque utile, e denunciare la logica dell’uso della crisi interna come pretesto per un’azione militare. È la stessa narrazione che il Cremlino utilizza da anni: sovranità prima di tutto, e “regime change” come parola tossica.

In mezzo, prova a ritagliarsi un ruolo il Qatar, che si è proposto come canale di mediazione e ha avvertito che un’eventuale escalation avrebbe effetti “catastrofici” per la regione. Doha ragiona da snodo: ha interesse a evitare un incendio vicino a rotte energetiche, investimenti e basi militari, e sfrutta l’unico capitale che conta davvero in queste crisi: la capacità di parlare con tutti, anche quando nessuno vuole farsi vedere mentre parla.

Il quadro resta instabile anche perché, in controluce, compare la domanda che nessuno pronuncia fino in fondo: qual è l’obiettivo finale? Sostenere i manifestanti con sanzioni e pressione diplomatica è una cosa. Preparare un cambio di regime è un’altra. E l’Iran non è un laboratorio “a basso costo”: è un Paese-continente, con apparati di sicurezza ramificati e una proiezione regionale che rende qualsiasi scossa interna un possibile terremoto oltre confine.

L’ambiguità di Trump — l’aiuto che “arriva” ma non si dice come — produce due effetti simultanei. Primo: galvanizza una parte dell’opinione pubblica che vuole vedere l’America “dalla parte delle piazze”. Secondo: alimenta il rischio che la repressione aumenti per anticipare un’eventuale interferenza, o che il regime cerchi il nemico esterno per ricompattare i propri fedelissimi. È il paradosso del sostegno a distanza: può dare coraggio, ma può anche offrire un alibi al potere che si difende.

Intanto, sul terreno, la partita vera resta quella del tempo: quanto regge la mobilitazione, quanto regge la repressione, quanto regge l’economia. E quanto regge la verità che riesce a uscire dal Paese nonostante i blocchi. Perché nelle crisi contemporanee — tra social, sanzioni, satelliti e diplomazia segreta — la notizia è già una forma di pressione.

Ecco perché la frase che oggi sembra uno slogan può diventare una soglia. “Arrivano gli aiuti” non è solo una promessa: è un messaggio codificato. La domanda, adesso, è chi lo decifra per primo — e con quale prezzo.

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