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Iran, strade di sangue: morti record e caccia ai ribelli

- di: Bruno Legni
 
Iran, strade di sangue: morti record e caccia ai ribelli

Blackout, retate e paura negli ospedali. E il conto delle vittime diventa una battaglia parallela, fatta di stime, smentite e segnali dal buio.

(Foto: fotomontaggio delle proteste in Iran e della reazione violenta del regime).

Le strade si riempiono e poi si svuotano in fretta, come se la città respirasse a scatti. In Iran la protesta esplosa a fine dicembre — partita da rabbia sociale e rincari, e presto diventata un’ondata apertamente anti-regime — si è trasformata in un test di sopravvivenza collettiva: coprifuoco di fatto, università serrate, negozi che abbassano le saracinesche prima del tramonto, sirene e pattuglie dove prima c’erano studenti e famiglie.

Il cuore della storia, però, è un altro: il numero dei morti. E la cosa più inquietante è che quel numero non è solo un dato, ma un fronte di guerra. La stima più citata dalle organizzazioni per i diritti umani ruota attorno a HRANA (Human Rights Activists News Agency): migliaia di vittime e un numero di arresti che avrebbe superato le decine di migliaia secondo i report raccolti in queste ore.

Ma sullo stesso tavolo, negli stessi giorni, finiscono cifre che corrono molto più in alto. Il media d’opposizione londinese Iran International parla di almeno 12.000 morti, sostenendo che la parte più devastante della repressione si sia consumata durante il blackout. Un’altra valutazione — attribuita a fonti d’intelligence israeliane e rimbalzata sui media internazionali — colloca il numero delle vittime ad almeno 5.000. In mezzo, ci sono stime più basse ma comunque spaventose, citate da fonti governative in forma anonima.

Il punto non è scegliere “una cifra” e archiviarla, ma capire perché le cifre divergono così tanto. La risposta sta nella censura tecnologica, prima ancora che politica. In questi giorni le comunicazioni dall’interno sono state ridotte al minimo: internet a singhiozzo o quasi azzerato, servizi bloccati, paura di parlare, telefoni utili soltanto a tratti. In questo vuoto si inseriscono i canali satellitari: Starlink torna a essere la parola d’ordine per chi prova a far uscire video e testimonianze.

Ed è qui che arrivano le immagini che stanno facendo il giro del mondo: sacchi neri, barelle, parenti che cercano un volto. Video e segnalazioni collocati nell’area di Kahrizak, a sud di Teheran, vengono associati all’afflusso di corpi verso i centri forensi. Le ricostruzioni parlano anche di famiglie intimidite o costrette a procedure accelerate, con il timore di ritorsioni se si prova a chiedere conto di un nome o di una causa di morte.

Sul terreno, intanto, la repressione è descritta con una crudezza ripetuta da più testimonianze: colpi sparati ad altezza uomo, raffiche, uomini in moto, pattuglie mobili. Un elemento ricorrente nei racconti è la ferocia di alcuni colpi: feriti agli occhi, interventi d’urgenza, reparti sotto pressione. La premio Nobel Shirin Ebadi ha rilanciato numeri impressionanti di procedure oftalmiche concentrate in una sola notte. Non è un dettaglio: è un segnale su come si tenta di spezzare una generazione colpendone il corpo, la vista, la possibilità stessa di tornare in piazza.

Il nodo successivo è quello degli ospedali. Qui la paura cambia forma: non è solo la ferita, ma l’arresto dopo la ferita. Diverse ricostruzioni giornalistiche, in questi giorni, parlano di agenti presenti nei pronto soccorso e di feriti portati via dopo le operazioni. Un messaggio semplice, quasi didascalico: curarsi può diventare un rischio. E se la sanità diventa un’estensione del controllo, allora il terrore non ha più bisogno del rumore degli spari per funzionare.

L’ONU entra in scena con toni duri. L’Alto Commissario per i diritti umani Volker Türk ha denunciato la brutalità della repressione e messo in guardia contro il ricorso alla pena di morte. "È inaccettabile etichettare come terroristi per giustificare la violenza": il senso del messaggio ripreso in questi giorni è una linea rossa tracciata davanti a possibili esecuzioni.

Un capitolo a parte riguarda la macchina della propaganda interna: confessioni “televisive” e accuse di complotti stranieri. È un dispositivo che serve a due obiettivi: spaventare chi guarda e legittimare le condanne. In mezzo resta la domanda più semplice e più impossibile: quanta parte di ciò che viene mostrato è estorta, e quanta è costruita?

La pressione internazionale cresce. In Europa si moltiplicano le iniziative diplomatiche e il dibattito su nuove sanzioni, mentre negli Stati Uniti la Casa Bianca alza il tono. Il presidente Donald Trump ha espresso sostegno ai manifestanti e ha avvertito Teheran sul tema delle esecuzioni. Nel frattempo, il leader della diaspora monarchica Reza Pahlavi prova a catalizzare l’opposizione all’estero e rilancia appelli alle forze armate perché non si trasformino nel muro definitivo contro la piazza.

Il regime, dal canto suo, tenta di ricompattare la narrazione: la colpa è di “terroristi” e di regie straniere. Ma la scala delle vittime che trapela all’esterno, anche nelle stime più prudenti, rende sempre più fragile qualunque “normalizzazione” del racconto. Più la rete viene spenta, più ogni frammento che riesce a uscire pesa come un macigno: un video, una lista di nomi, una chiamata dall’estero, una foto davanti a un obitorio.

E poi c’è l’altra faccia del terrore: i rastrellamenti. Non solo manifestanti, ma presunti “infedeli” dentro l’apparato, funzionari accusati di non aver gestito l’emergenza o di aver lasciato scorrere la protesta. Nel linguaggio del potere è una purga; nel linguaggio della strada è un segnale che qualcosa scricchiola anche nei livelli intermedi, dove l’obbedienza non è più automatica quando il sangue diventa un fiume.

Il bilancio definitivo, oggi, non esiste. Ma una cosa è già chiara: qualunque sia la cifra finale, l’Iran sta attraversando una frattura che non si richiuderà con un blackout. E se la repressione vuole cancellare le prove, la memoria — dentro e fuori dal Paese — sta già facendo l’opposto: le sta moltiplicando.

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