Siena rimbalza in Borsa e riapre il tavolo delle grandi mosse: tra capitale, politica e incastri azionari, il 2026 delle banche italiane riparte da un pacchetto “pesante”.
Il mercato ha un talento: fiuta un dossier prima ancora che diventi ufficiale. E in questi giorni sta fiutando Monte dei Paschi di Siena. Dopo un nuovo scatto del titolo, l’attenzione si è concentrata sulle indiscrezioni che rimettono in moto il risiko bancario: al centro, i contatti tra UniCredit e Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio, che nel capitale di Mps detiene una partecipazione attorno al 17%.
La fotografia di giornata restituisce il punto di partenza: Mps intorno a 9,3 euro, con due sedute di corsa che riaccendono le speculazioni su governance e assetti. Il tema, però, non è il “tick” di Borsa: è l’effetto domino. Perché quel pacchetto, ai prezzi attuali, vale diversi miliardi e può cambiare gerarchie e alleanze nel cuore della finanza italiana.
La trama che circola negli ambienti finanziari è lineare e insieme piena di incastri: UniCredit avrebbe riaperto un canale con Delfin per ragionare su un possibile passaggio di mano della quota in Mps. Non sarebbe soltanto una scommessa su Siena. Sarebbe un modo per rientrare da protagonista nella stagione delle aggregazioni, dopo le frizioni e gli stop che hanno rallentato altri scenari di consolidamento.
Sullo sfondo c’è un secondo tassello che rende l’operazione molto più interessante: Delfin è anche tra i grandi soci di Generali. E qui la partita smette di essere “solo bancaria”. Se un istituto diventasse il primo azionista di Mps attraverso l’acquisto della quota Delfin, si ritroverebbe in mano una chiave per dialoghi più ampi, tra assicurazioni, gestione del risparmio e governance delle grandi partecipate.
Gli analisti, infatti, leggono l’eventuale mossa come un gradino iniziale: prima si prende una posizione “di peso”, poi si decide se trasformarla in progetto industriale. "L’acquisto del pacchetto sarebbe una leva per esplorare accordi e combinazioni anche oltre Siena", è la sintesi che rimbalza nei report di mercato. Ma ogni leva ha un contrappeso: costi, capitale e — soprattutto — politica.
Perché a Roma il dossier Mps non è mai solo un dossier. Il governo, oggi, non è più l’azionista “ingombrante” di un tempo, ma conserva un ruolo simbolico e strategico: resta una quota pubblica residua e, soprattutto, resta l’obiettivo dichiarato di favorire un terzo polo bancario capace di competere con i due giganti del sistema. È l’idea che da anni torna ciclicamente: creare un campione “alternativo” e mettere ordine nel mosaico delle medie banche.
Qui nasce il paradosso: se UniCredit entrasse con decisione in Mps, il mercato potrebbe applaudire l’efficienza dell’operazione, ma la politica potrebbe non gradire che il terzo polo diventi, di fatto, un corridoio verso un’ulteriore concentrazione. In altre parole: non è solo “quanto costa”, è “che sistema produce”.
E poi c’è il capitolo più delicato: la governance e il clima regolatorio. Mps arriva da mesi segnati da tensioni e riflettori giudiziari legati a operazioni straordinarie e alle modalità con cui alcuni grandi azionisti avrebbero agito nel tempo. Questo contesto rende ogni mossa più sensibile: una banca che valuta un investimento deve chiedersi non solo il rendimento, ma anche l’attrito reputazionale e la stabilità del percorso.
Il mercato, da parte sua, ragiona in modo spietatamente pragmatico: UniCredit ha capitale e flessibilità per fare operazioni, ma ogni scelta ha un impatto sul coefficiente patrimoniale e sulla narrativa verso gli investitori. Alcune stime di broker calcolano che un’acquisizione “tutta cash” del pacchetto possa pesare in modo visibile sul capitale, pur lasciando margini di manovra se l’operazione viene costruita con cura e con una logica industriale credibile.
In mezzo, c’è Delfin: una holding che negli anni ha costruito un portafoglio da snodo, capace di incrociare banche, assicurazioni e grandi gruppi industriali. Se decidesse di monetizzare in parte la presenza in Mps, non sarebbe un gesto “tecnico”: sarebbe una scelta di posizionamento. E, per riflesso, una scelta che può riscrivere l’agenda del 2026 finanziario italiano.
Il punto, adesso, è capire se le conversazioni restano esplorative o diventano trattativa. Finché il dossier è fatto di telefonate e sondaggi, i listini corrono di immaginazione. Quando entra in scena la realtà — prezzi, condizioni, autorizzazioni, equilibri politici — la musica cambia. "Le partite si vincono quando il progetto convince anche fuori dalla finanza", osserva un investitore istituzionale vicino al settore.
Una cosa, però, è già chiara: Mps è tornata a essere una calamita. E quando Siena diventa calamita, di solito significa che qualcuno — da Milano a Roma — sta pensando a una mossa che vale più di un rally di due giorni.