• Tutto con Bancomat. Scambi denaro, giochi ti premi.
  • Esprinet molto più di un distributore di tecnologia

Le 17mila ombre del mare: la mega-flotta cinese che svuota gli oceani

- di: Bruno Legni
 
Le 17mila ombre del mare: la mega-flotta cinese che svuota gli oceani

Metropoli galleggianti, luci che sembrano costellazioni: dietro lo spettacolo c’è un sistema industriale che divide governi, scienziati e ong. Tra allarmi ambientali, rotte geopolitiche e accuse di lavoro forzato.

(Foto: un fotomontaggio della flotta cinese che solca l’oceano).

Di notte l’oceano cambia pelle. Laddove ci si aspetterebbe buio, appaiono cluster di bagliori: file di lampade, migliaia di punti, intere “coste” che non sono coste. È la pesca industriale che usa la luce come esca, soprattutto nelle grandi campagne al calamaro: un teatro dove le navi si muovono come un unico organismo e dove la parola scala non basta più. La flotta d’altura della Cina, secondo stime riprese in più report internazionali, può arrivare a numeri che fanno impallidire qualsiasi confronto: migliaia e migliaia di unità, con valutazioni che oscillano dalle cifre ufficiali più contenute a stime molto più alte, fino all’ordine delle decine di migliaia.

Il punto non è soltanto quanti scafi: è come lavorano e dove. Le campagne più controverse si concentrano ai margini delle Zone Economiche Esclusive (le “ZEE”, le acque sotto giurisdizione nazionale fino a 200 miglia), dove le flotte si appostano lungo una linea invisibile aspettando che i banchi migrino oltre confine. È accaduto al largo dell’Argentina, davanti alle Galápagos e nel Pacifico sud-orientale: aree che diventano “autostrade” del pesce e insieme laboratori di frizione diplomatica. Non serve sconfinare per lasciare un’impronta: basta pescare senza sosta su specie chiave, stressando ecosistemi già messi alla prova da riscaldamento oceanico, acidificazione e inquinamento.

La pesca d’altura moderna non è più la barca che rientra al porto: è una filiera itinerante, una catena di montaggio che galleggia. Pescherecci, navi frigorifero, rifornitori, talvolta unità di supporto sanitario e logistico: un “ecosistema industriale” che consente settimane o mesi di attività continua. Ed è qui che entra la questione più delicata: la tracciabilità. Se i segnali di identificazione si interrompono o diventano ambigui, se avvengono trasbordi in mare (il passaggio del pescato su navi cargo refrigerate), ricostruire chi ha pescato cosa e dove diventa un rompicapo. Non è un dettaglio tecnico: è il confine tra commercio trasparente e zona grigia.

Le accuse che inseguono il comparto sono due e spesso si intrecciano: sovrasfruttamento e violazioni dei diritti. Diversi rapporti di organizzazioni ambientali e inchieste giornalistiche internazionali hanno documentato condizioni di lavoro estreme nel settore della pesca industriale globale, con casi di salari trattenuti, turni massacranti, violenze, isolamento e impossibilità di sbarcare per lunghi periodi. In alcune denunce, la rete di reclutamento e la vita a bordo diventano un meccanismo di intrappolamento. "Quando una nave resta in mare troppo a lungo, la distanza non è solo geografica: è anche sociale, legale, umana", è la sintesi ricorrente di chi studia il fenomeno e chiede standard minimi verificabili, dal contratto al diritto di comunicare con terra.

Dal lato ambientale, la partita è altrettanto ruvida. La pesca intensiva al calamaro – alimentata dalla domanda globale e dalla facilità con cui il prodotto entra in mille trasformazioni industriali – tende a spostarsi dove il controllo è più debole e le regole sono più difficili da far rispettare. Il risultato, denunciano scienziati e ong, è una pressione crescente su specie che sono ingranaggi fondamentali della catena alimentare marina. Se crolla un anello “di mezzo”, l’effetto non resta in mezzo: risale e scende, colpendo predatori, uccelli marini, mammiferi e, alla fine, anche comunità costiere che vivono di pesca artigianale.

In questo scenario, Pechino respinge l’idea di una flotta “fuorilegge” e rivendica riforme e controlli più severi, oltre a moratorie e piani di limitazione per alcune attività in alto mare. Ma l’impressione, osservata da analisti e governi rivieraschi, è che esista una tensione strutturale: da una parte la necessità di garantire approvvigionamenti e posti di lavoro lungo la filiera, dall’altra l’urgenza di evitare che i sussidi e la capacità industriale si traducano in una corsa permanente alle risorse. È una discussione che tocca anche la diplomazia commerciale: chi compra pesce vuole garanzie, chi vende vuole regole che non blocchino la produzione, e in mezzo ci sono le autorità di controllo, spesso sottodimensionate rispetto alla vastità dell’oceano.

La geopolitica, poi, non è un contorno: è dentro la rotta. Quando una flotta enorme si concentra a ridosso delle acque di un Paese, la questione diventa immediatamente politica: sorveglianza marittima, pattugliamenti, cooperazione militare, accordi regionali. Il messaggio implicito è sempre lo stesso: chi controlla il mare controlla una parte del futuro, dal cibo alla sicurezza. Non a caso le autorità di vari Stati latinoamericani hanno potenziato monitoraggio e capacità di abbordaggio, e negli ultimi anni sono aumentate esercitazioni con partner internazionali per contrastare pesca illegale e trasbordi sospetti.

E allora, che cosa può davvero cambiare la traiettoria? Gli esperti indicano tre leve: trasparenza totale delle flotte (registri pubblici, licenze, proprietari effettivi), tracciabilità “dal mare al piatto” (dati digitali, controlli sui porti, verifiche indipendenti) e standard sul lavoro che non siano facoltativi. L’oceano è grande, ma non infinito; e la tecnologia che oggi consente di pescare ovunque può anche diventare lo strumento per rendere visibile ciò che finora è rimasto opaco. "Non serve demonizzare una bandiera: serve rendere impossibile l’invisibilità", è la linea di chi spinge per regole uguali per tutti, perché quando il mare diventa terra di nessuno, vince sempre e solo chi è più grande.

Il paradosso finale è tutto qui: quelle luci spettacolari, che sembrano una festa notturna in mezzo al nulla, raccontano invece un’industria che lavora a ritmi da fabbrica, lontano dagli occhi e spesso lontano dalle regole. E finché il mondo continuerà a guardare solo l’effetto scenico – le “città galleggianti” – senza interrogarsi sul prezzo, le 17mila ombre del mare resteranno un business perfetto: gigantesco, mobile, e troppo spesso irraggiungibile.

Notizie dello stesso argomento
Trovati 118 record
16/01/2026
Export Made in Italy +3,1%: l’Italia regge, ma dove cresce davvero nel 2025?
Nei primi 11 mesi del 2025 l’export del Made in Italy è cresciuto del 3,1%
16/01/2026
Fondazione Fincantieri, in libreria il primo volume sulla navalmeccanica italiana
Fondazione Fincantieri promuove una collana editoriale dedicata alla storia del settore na...
16/01/2026
Mps, covered bond Premium da 750 milioni: ordini oltre 2,4 miliardi
Banca Monte dei Paschi di Siena torna sul mercato con un’emissione che riapre il segmento ...
16/01/2026
Aumento sigarette, stangata graduale: fino a 30 centesimi a pacchetto
Sigarette più care da subito: rincari fino a 30 centesimi a pacchetto e aumenti progressiv...
16/01/2026
Panetta scuote l’Italia: senza laureati pagati meglio non c’è crescita
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta chiede più investimenti in istruzione, s...
Trovati 118 record
  • Con Bancomat, scambi denaro, giochi e ti premi.
  • Punto di contatto tra produttori, rivenditori & fruitori di tecnologia