Mercosur, l’Ue rompe lo stallo: via libera degli Stati membri
Mercosur, l’Ue rompe lo stallo: via libera degli Stati membri
Italia ago della bilancia, cinque Paesi votano contro e Bruxelles stringe le tutele: salvaguardie più rapide al 5% e scontro aperto su CBAM e fertilizzanti mentre l’intesa corre verso la firma.
(Foto: Evelyn Regner, presidente della delezione Ue per le relazioni con Il Mercosur).
Bruxelles mette la freccia sull’asse atlantico. Oggi, venerdì 9 gennaio 2026, gli ambasciatori dei Paesi Ue riuniti in Coreper hanno dato il via libera politico al pacchetto che apre la strada alla firma dell’accordo di libero scambio con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Il passaggio formale, tramite procedura scritta, chiude la giornata e consente alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, di volare verso il Paraguay per l’appuntamento di firma previsto per lunedì 12 gennaio 2026.
Il dato che pesa è la geometria del voto: la maggioranza qualificata si forma, ma non senza fratture nette. Contro l’intesa si schierano Francia, Polonia, Irlanda, Austria e Ungheria; il Belgio sceglie l’astensione. Il “sì” dell’Italia è la chiave di volta: senza Roma la minoranza di blocco avrebbe avuto altra forza negoziale, con Roma a bordo la partita cambia inerzia.
La regola è quella che decide molte battaglie europee: per far passare un atto serve una maggioranza qualificata, cioè un numero minimo di Stati che rappresentino una quota minima della popolazione Ue. Tradotto: non basta “essere tanti”, bisogna anche “pesare”. E in questo dossier il peso politico di Roma era diventato il termometro dell’esito.
Perché l’Italia ha cambiato passo? Perché è arrivata una dote di garanzie pensate per disinnescare l’allarme che da mesi attraversa il mondo agricolo europeo. La parola chiave è salvaguardie: strumenti che permettono di intervenire se un’ondata di importazioni mette sotto stress il mercato interno, soprattutto sui prodotti considerati sensibili.
Nel compromesso che ha sbloccato la situazione entra un abbassamento della soglia che fa scattare l’attenzione: dal livello più alto discusso in precedenza si passa al 5% come grilletto per aprire indagini e misure rapide sui segmenti agricoli delicati. L’obiettivo dichiarato è rendere più veloce la reazione europea davanti a “perturbazioni del mercato”, evitando che l’intervento arrivi quando il danno è già diventato strutturale.
Non è solo una questione tecnica: è un messaggio politico a chi teme concorrenza “asimmetrica” e regole diverse. La Commissione ha messo sul tavolo anche una promessa di risorse: un anticipo di finanziamenti per gli agricoltori che punta a rendere più digeribile l’accordo in vista della prossima programmazione di bilancio. In parallelo, nelle capitali e nelle categorie continua a scorrere un nervo scoperto: quanto l’Europa sia disposta a pagare, in termini di sostegni e controlli, per tenere insieme industria esportatrice e campagne in protesta.
Il secondo nodo è il CBAM (il meccanismo che porta un “prezzo” del carbonio sulle importazioni), e in particolare la sua applicazione ai fertilizzanti, entrata in vigore dal 1° gennaio 2026. Qui l’asse Italia-Francia ha spinto per una sospensione temporanea: l’argomento è semplice e tagliente, i fertilizzanti costano di più, l’agricoltura è già sotto pressione, e la transizione non può diventare uno shock sui margini.
Da Parigi è arrivato un segnale pubblico di apertura su una sospensione con effetto retroattivo. Maros Sefcovic, commissario Ue al Commercio, viene citato come interlocutore chiave nella partita tecnica; dal lato francese la ministra dell’Agricoltura ha rivendicato un risultato per gli agricoltori. “potrà essere sospesa con effetto retroattivo al primo gennaio 2026” è la formula che fotografa il punto di caduta evocato nelle ultime ore di trattativa.
Intanto, fuori dai palazzi, il clima resta rovente. In Francia la protesta agricola continua a salire di volume: trattori e manifestazioni hanno riportato l’opposizione al Mercosur al centro della scena, con l’idea che l’accordo apra la porta a importazioni più competitive (carne, zucchero e altre filiere simboliche) e metta in crisi un settore già schiacciato tra costi, burocrazia e volatilità dei prezzi. Emmanuel Macron ha ribadito la linea del “no”, e Parigi resta il volto politico più riconoscibile del fronte contrario.
Ma proprio questa tensione racconta anche l’altra metà della storia: l’Europa manifatturiera spinge. L’accordo è visto come un acceleratore per export e catene industriali, con benefici attesi per comparti come macchinari, chimica, farmaceutica e trasporti. La narrazione a Bruxelles è quella di un “patto strategico” in un’epoca in cui le rotte commerciali si intrecciano con sicurezza economica e competizione globale.
Dal governo italiano, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha salutato l’evoluzione come un passo utile, sottolineando le misure di tutela per il settore agricolo nazionale. E tuttavia il consenso interno non è monolitico: una parte delle organizzazioni agricole resta scettica, chiedendo controlli più stringenti su standard sanitari, tracciabilità e reciprocità delle regole. In altre parole: il sì istituzionale non spegne automaticamente il dibattito nel Paese.
Cosa succede adesso? La firma è un traguardo politico, ma non la fine del percorso. Il dossier dovrà attraversare i passaggi istituzionali previsti, con il ruolo del Parlamento europeo e le procedure di ratifica collegate alla natura “mista” o meno delle parti dell’intesa. È qui che l’accordo può trasformarsi da fotografia diplomatica a regola concreta: applicazione provvisoria, capitoli che entrano in vigore prima, e un calendario che dipende da come Bruxelles deciderà di impacchettare giuridicamente il testo.
Nel frattempo, la Commissione cerca di blindare due fronti: rassicurare le campagne con salvaguardie più rapide e risorse, e rassicurare industria e Stati pro-accordo con una tabella di marcia credibile. Il paradosso è che l’intesa nasce per aprire mercati, ma viene “venduta” in Europa come un accordo che funziona solo se sa anche chiudere in fretta le falle quando il mercato si scompensa.
Il segnale politico di oggi, comunque lo si legga, è netto: la maggioranza Ue ha deciso che il tempo dell’attesa è finito. Il Mercosur, dopo un quarto di secolo di negoziati, torna in prima fila. E la battaglia vera, adesso, si sposta su un terreno più scivoloso: controlli, clausole, compensazioni e consenso sociale. Perché un accordo commerciale si firma con le penne, ma si regge con la fiducia.