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Midterm Usa, l’assalto di Trump alla macchina del voto

- di: Bruno Legni
 
Midterm Usa, l’assalto di Trump alla macchina del voto

Regole riscritte, collegi piegati e liste sotto tiro: così la democrazia viene messa alla prova.

Cinque anni dopo la stagione in cui l’America si è abituata all’idea che perfino il risultato di un’elezione presidenziale potesse essere trattato come una “versione” tra le altre, Donald Trump prepara l’avvicinamento alle midterm 2026 con la stessa logica: rendere il campo di gioco più scivoloso, più litigioso, più contestabile. Non è un’unica mossa, ma una costellazione di spinte politiche, iniziative amministrative e battaglie legali che—sommandosi—rischiano di trasformare novembre in un test di resistenza per il sistema elettorale statunitense.

Il retroscena raccontato da media americani nelle ultime ore è chiaro: la Casa Bianca teme che una vittoria democratica al Congresso apra una stagione di controlli serrati, indagini e—nel peggior scenario—una procedura di impeachment. Per questo, l’attenzione dell’amministrazione non è solo sulla campagna, ma sulle regole del voto, sulle mappe dei collegi e persino sui registri degli elettori. È una strategia che mescola politica e procedura, a volte con toni da comizio e a volte con la freddezza delle carte bollate.

A rendere l’atmosfera più elettrica c’è un elemento che negli Stati Uniti pesa quanto un dato economico: la fiducia. Quando il presidente torna a insinuare dubbi sul modo in cui si vota—schede, macchine, posta—non sta solo facendo propaganda. Sta alimentando l’idea che il risultato sia “negoziabile”. E ogni volta che quella miccia viene riaccesa, le istituzioni devono correre a spegnerla con tribunali, verifiche, chiarimenti, procedure.

Il fronte più visibile è quello del voto per posta. Nelle scorse settimane, un ordine esecutivo dell’amministrazione ha provato a irrigidire requisiti e scadenze, puntando—tra l’altro—su regole più dure per la ricezione delle schede e su vincoli legati all’identificazione. Ma la reazione giudiziaria è arrivata: un giudice federale a Seattle ha bloccato l’applicazione delle restrizioni almeno negli Stati che votano quasi interamente per posta, come Washington e Oregon, sostenendo che la Casa Bianca non può imporre per decreto un modello elettorale agli Stati. Il cuore della sentenza è una frase che negli USA suona come un altolà istituzionale: le regole delle elezioni federali sono materia di Congresso e Stati, non del presidente. "L’ordine va oltre l’autorità presidenziale", è la sostanza della decisione riportata dalle agenzie.

Eppure, anche quando un pezzo viene fermato, l’effetto politico resta: il messaggio agli elettori è che “qualcosa non va” nel voto per posta. È un tema con una geografia precisa, perché il mail voting è più diffuso in alcune aree urbane e in Stati occidentali; e con una sociologia altrettanto precisa, perché riguarda abitudini elettorali consolidate dopo la pandemia. Cambiare le regole a ridosso delle urne, per gli esperti, significa aumentare incertezza e contenziosi. In queste ore è tornata a circolare una riflessione attribuita al costituzionalista Nathaniel Persily (Stanford), citato dai media americani: l’ansia non è solo per le regole in sé, ma per la “valanga” di possibili cambiamenti in un Paese già polarizzato. "Siamo in un momento in cui la fiducia nelle infrastrutture elettorali è calata", è il senso dell’allarme riportato.

Poi c’è il capitolo che, in America, decide seggi prima ancora che si voti: le mappe dei collegi. Qui la parola chiave è redistricting, la riscrittura dei confini elettorali che può concentrare o disperdere il voto avversario. Il caso più rumoroso è il Texas. A dicembre 2025, la Corte Suprema ha consentito allo Stato di usare una nuova mappa contestata perché ritenuta favorevole ai repubblicani, sospendendo gli effetti di una decisione di un tribunale inferiore che aveva messo in dubbio la legittimità del disegno. La scelta—arrivata con una Corte a maggioranza conservatrice—ha immediatamente alzato il livello dello scontro politico: da una parte la difesa del potere legislativo statale di tracciare i distretti, dall’altra il sospetto che il confine tra “normale politica” e compressione del peso elettorale delle minoranze sia diventato troppo sottile.

Non è solo una vicenda texana. È un segnale: se la Corte Suprema lascia spazio di manovra, altri Stati governati dai repubblicani potrebbero sentirsi autorizzati a muovere le pedine. Secondo ricostruzioni giornalistiche statunitensi, l’amministrazione avrebbe incoraggiato operazioni di ridisegno anche altrove, chiedendo di anticipare o forzare tempi che di solito seguono il ciclo del censimento. Il punto politico è brutale: se la maggioranza alla Camera si decide su pochi seggi, anche pochi collegi “aggiustati” possono cambiare il controllo del Congresso.

Il terzo fronte è quello dei registri elettorali, cioè la lista di chi può votare. Qui la guerra non è di comizi, ma di documenti, protocolli e richieste formali. Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a molti Stati l’accesso a dati completi sugli elettori registrati; alcuni hanno resistito citando norme sulla privacy e l’autonomia statale, altri hanno trattato, altri ancora hanno consegnato informazioni. La questione è diventata così esplosiva che il DNC ha messo in guardia diversi Stati dal collaborare, sostenendo che accordi “confidenziali” e verifiche aggressive potrebbero sfociare in epurazioni ingiustificate di elettori legittimi. In parallelo, sono arrivate cause: il caso del Connecticut è uno dei più discussi, con lo Stato che—secondo la stampa locale—si è trovato a fronteggiare un’azione legale federale proprio per il rifiuto di consegnare dati richiesti da Washington.

Il nodo, qui, non è solo “chi ha ragione” nel merito. È l’uso politico della manutenzione delle liste: negli USA, purghe troppo rapide o troppo estese possono cancellare dal registro persone che hanno diritto di voto, costringendole a trafile burocratiche o scoraggiandole del tutto. È una dinamica che storicamente ha colpito in modo sproporzionato comunità più mobili, giovani, minoranze e fasce a minor accesso legale. Non a caso organizzazioni civiche e centri di ricerca elettorale parlano di un rischio sistemico: trasformare un controllo amministrativo in un filtro politico.

E poi c’è il capitolo più inquietante, quello che suona come un film già visto: la retorica (e i timori) sull’uso di forze federali o militari “vicino” ai seggi. Non serve che ci siano soldati dentro l’edificio: basta l’idea, basta la minaccia implicita, basta il sospetto di un presidio in quartieri avversari per far salire la temperatura. Proprio su questo punto, diversi giuristi e organizzazioni per i diritti civili ricordano che la legge federale e molte leggi statali vietano l’intimidazione degli elettori e limitano pesantemente la presenza di forze armate o agenti federali nei luoghi del voto. In un report molto citato dagli addetti ai lavori, il Brennan Center for Justice è netto: la presenza di “forze armate” ai seggi, salvo circostanze estremissime, non è solo controversa; è potenzialmente illegale.

In questo clima, ogni dichiarazione pesa doppio. Quando Trump torna a parlare di “macchine del voto” e di interventi che avrebbe voluto fare dopo il 2020, non sta semplicemente rimestando il passato: sta normalizzando l’idea che lo Stato possa “mettere le mani” sul processo elettorale in nome di una frode che, nelle aule di giustizia, non è mai stata dimostrata su scala tale da ribaltare un’elezione. Un’intervista ripresa dalla stampa britannica ha riportato un passaggio che, letto oggi, suona come benzina: "Mi pento di non aver fatto sequestrare le macchine". Parole che riaprono il cassetto delle pressioni e dei piani discussi nell’inverno 2020, e che rientrano nel racconto più ampio di una presidenza che considera le elezioni non un passaggio, ma un terreno di scontro permanente.

Il risultato è una campagna che rischia di diventare un braccio di ferro istituzionale: Stati contro governo federale, tribunali contro ordini esecutivi, funzionari elettorali nel mirino politico, e una Corte Suprema destinata a essere arbitro suo malgrado. Ogni decisione, ogni sospensiva, ogni rinvio può spostare non solo regole, ma aspettative: e nelle elezioni moderne, l’aspettativa è già mezzo risultato.

L’America, insomma, si avvicina alle midterm con una contraddizione feroce: da un lato chiede stabilità e chiarezza; dall’altro assiste a una battaglia che sembra costruita per produrre l’opposto, cioè confusione, ricorsi, sospetti. E quando la politica gioca con le procedure, la democrazia paga sempre un prezzo: magari non subito, magari non in un singolo Stato, ma nel lento logoramento della fiducia collettiva. È la moneta più preziosa—e oggi la più svalutata—del voto americano.   

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