Tra la caduta di Nicolás Maduro, la partita dell’energia e lo scontro diplomatico, Donald Trump alza la posta: o intesa con Washington o “rubinetti chiusi”. L’Avana risponde: "Gli Usa si comportano come un egemone criminale e incontrollato".
Il messaggio è arrivato in pieno stile Donald Trump: diretto, muscolare, e soprattutto agganciato al nervo scoperto dei Caraibi, l’energia. Nel mirino c’è Cuba, descritta dal presidente americano come beneficiaria storica di petrolio e denaro da Venezuela in cambio di presunti “servizi di sicurezza”. Il punto politico, però, è un altro: dopo la cattura di Nicolás Maduro e lo scossone a Caracas, Washington vuole riscrivere gli equilibri regionali partendo dal carburante.
Nel post pubblicato su Truth Social (ripreso da diverse ricostruzioni internazionali), Trump mette la minaccia in una frase che suona come una serrata: "Non ci sarà né petrolio né denaro destinato a Cuba". E aggiunge un invito che è anche un avvertimento: "Facciano un accordo, prima che sia troppo tardi". È il classico ultimatum che trasforma una questione energetica in leva diplomatica, con un destinatario chiaro e un sottotesto ancora più chiaro: l’isola deve scegliere da che parte stare.
La miccia è la nuova fase venezuelana. Dopo l’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro, il potere a Caracas è entrato in una transizione delicatissima, con Delcy Rodríguez indicata come guida ad interim in molte cronache internazionali. In questo quadro, Trump rivendica un ruolo “protettivo” degli Stati Uniti sul Venezuela e, di riflesso, dichiara superflua qualsiasi protezione esterna: se il Venezuela “sta con Washington”, allora Cuba perde la sua rendita strategica.
Ma quanta energia venezuelana arriva davvero a Cuba? Qui i numeri fanno la differenza. Secondo dati interni della compagnia statale PDVSA citati da agenzie e analisi internazionali, le spedizioni verso l’isola hanno oscillato molto negli ultimi anni: in alcune fasi il flusso è salito, in altre si è ristretto, seguendo sanzioni, capacità di raffinazione e disponibilità di diluenti per il greggio pesante venezuelano. In una lettura recente, le forniture fino a novembre dell’anno precedente sono state indicate attorno ai 27 mila barili al giorno, un livello che per l’Avana copre una quota significativa del fabbisogno e diventa vitale nei momenti di crisi.
Esiste anche un dato simbolo, spesso richiamato per fotografare la dipendenza: a settembre 2025, le esportazioni venezuelane di petrolio e carburanti verso Cuba avrebbero toccato quota 52 mila barili al giorno, uno dei picchi più alti degli ultimi anni secondo ricostruzioni basate su tracciamenti e documenti industriali. Non è solo un numero: è la misura di quanto, per l’economia cubana, ogni nave conti. Quando le navi arrivano, le centrali respirano; quando rallentano, i blackout diventano politica.
E infatti l’energia a Cuba non è una voce tecnica: è vita quotidiana. Nel 2025 l’isola ha vissuto mesi di tagli elettrici pesanti, con infrastrutture termoelettriche logore, manutenzioni difficili e carburante insufficiente. Diverse cronache hanno raccontato spegnimenti prolungati e perfino collassi parziali della rete, con L’Avana colpita in modo sempre più frequente: un dettaglio decisivo perché la capitale è il motore economico (turismo, servizi, attività portuali) e ogni ora al buio si traduce in perdite.
Dentro questo scenario entra un terzo attore, spesso sottovalutato ma oggi decisivo: Messico. Negli ultimi mesi, tra contratti e forniture presentate come assistenza, Città del Messico è diventata una fonte di carburante sempre più importante per l’isola, tanto che alcune analisi parlano di sorpasso sulle quantità venezuelane nel 2025. La linea ufficiale del governo messicano, guidato da Claudia Sheinbaum, è prudente: spedizioni “nei livelli storici” e nessun impegno a incrementare. Traduzione: aiutare sì, sfidare apertamente Washington no.
Il cuore della minaccia di Trump, quindi, non è soltanto Cuba: è anche il messaggio ai partner regionali. Se l’obiettivo è “chiudere i rubinetti” che tengono in piedi l’isola, allora ogni rotta alternativa — dal Messico ad altri fornitori — diventa automaticamente un problema politico. E si intreccia con un quadro più ampio di pressioni statunitensi su commercio, sanzioni e trasporti marittimi, dove la logistica del petrolio si muove sul filo delle autorizzazioni e dei blocchi.
La replica dell’Avana è stata immediata e tagliente. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha respinto l’accusa di compensi per “servizi di sicurezza” e ha ribaltato l’impianto morale del discorso: "Cuba non riceve, né ha mai ricevuto, compensi monetari o materiali", e "a differenza degli Usa" non pratica attività “mercenarie” o “coercizioni militari”. Il passaggio più duro è una definizione politica che mira a delegittimare Washington sul terreno del diritto internazionale: "Gli Usa si comportano come un egemone criminale e incontrollato".
Sullo sfondo resta una domanda: l’ultimatum è negoziabile o è l’inizio di una stretta? Se si guarda alla dinamica degli ultimi giorni, la Casa Bianca sembra usare il dopo-Maduro per ridisegnare la mappa delle alleanze: controllo delle entrate petrolifere venezuelane, pressioni sui flussi commerciali, e una narrativa in cui gli Stati Uniti diventano garante della “protezione” di Caracas. In questa cornice, Cuba è l’anello più fragile perché la sua crisi energetica limita i margini di manovra e rende qualsiasi interruzione un rischio di stabilità interna.
C’è anche un elemento di credibilità: Trump sostiene che Cuba sia “vicina al crollo”, ma ricostruzioni basate su valutazioni di intelligence e indicatori economici descrivono un sistema sotto stress estremo, non necessariamente a un passo dal collasso. Il punto, tuttavia, è che la pressione non ha bisogno di certezze assolute: le basta innescare aspettative. Se i mercati (e i governi) iniziano a credere che l’energia verrà tagliata, cambiano subito rotte, contratti, assicurazioni, disponibilità di credito. E un’economia già in apnea paga due volte.
Lo scenario più probabile, a breve, è una partita a scacchi su tre tavoli: il tavolo Caracas (chi firma e cosa), il tavolo L’Avana (quali concessioni e quale narrativa interna), e il tavolo Città del Messico (quanto può sostenere Cuba senza trasformare l’energia in un casus con Washington). Nel frattempo, ogni barile diventa una scheda elettorale e ogni nave una dichiarazione geopolitica. Per i cubani, invece, la questione resta brutalmente concreta: luce, trasporti, cibo, e un Paese che non può permettersi di spegnersi.
La frase che riassume tutto, alla fine, non è solo minaccia: è una richiesta di posizionamento. Trump vuole un “accordo” e lo chiede nel momento in cui la regione è ancora stordita dal terremoto venezuelano. Cuba risponde con il linguaggio della sovranità e dell’accusa. In mezzo ci sono barili, sanzioni, rotte marittime e un inverno politico che nei Caraibi somiglia molto a un blackout: arriva all’improvviso e, quando scende, non si vede più niente.