Goffredo Bettini chiede una svolta politica e culturale: meno automatismi bellici, più strumenti diplomatici e una “patria europea” capace di decidere davvero.
È una frase che suona come una campana a rintocchi lunghi: Goffredo Bettini, figura storica del Partito Democratico, sostiene che la Commissione guidata da Ursula von der Leyen abbia esaurito la spinta propulsiva. Non un mugugno di corridoio, ma una critica frontale che punta al cuore della credibilità europea: la capacità di leggere il presente e scegliere una direzione, senza restare impigliati tra comunicati e reazioni a catena.
“Ritengo che la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen sia arrivata al capolinea. Occorre una scossa”.
Il messaggio è netto: non basta correggere la rotta con piccoli aggiustamenti, serve un cambio di passo. Bettini lega la richiesta di “scossa” a un tema più ampio, quasi identitario: l’Europa che vorrebbe vedere non è solo un mercato o un fortino, ma un soggetto politico che difende pace e progresso con strumenti internazionali nuovi e con una linea coerente.
Nel mirino entra anche la “doppia morale” che, secondo lui, indebolisce l’Occidente quando giudica le crisi: Bettini cita esplicitamente la questione palestinese come banco di prova. Non è solo un riferimento umanitario: è l’accusa che l’Europa, così com’è oggi, fatichi a trasformare i valori in una politica estera riconoscibile, capace di parlare a Sud del mondo senza sembrare intermittente o selettiva.
Il ragionamento si sposta poi dentro casa, nel campo progressista europeo e nel Pd. Bettini rivendica che la delegazione dem a Bruxelles abbia incassato risultati, ma descrive un pluralismo interno “troppo divaricante” che rende difficile tenere una linea unitaria sui grandi dossier. In questo quadro attribuisce a Elly Schlein un ruolo di equilibrio: una “tenuta” per evitare, a suo dire, uno slittamento verso politiche aggressive o più vicine alla destra. Ma il tempo dei rinvii sarebbe finito: chiede un confronto interno ampio, “rispettoso” e “schietto”, che coinvolga gli iscritti e chiarisca le posizioni.
Il punto più sensibile è la Russia e il lessico della risposta occidentale. Bettini contesta l’idea che con Mosca si possa parlare solo con il linguaggio delle armi e chiede di rimettere al centro un approccio politico e negoziale, pur dentro la condanna dell’aggressione e la difesa dell’Ucraina. E lo fa con una stoccata trasversale, chiamando in causa perfino la presidente del Consiglio.
“È impossibile non fare chiarezza sulle posizioni di alcuni democratici convinti che con la Russia si possa dialogare solo con le armi. Quando, persino la Meloni… ha detto che con quell’avversario si deve parlare”.
Qui la provocazione è doppia: interna al Pd e diretta all’Europa, accusata di procedere per automatismi, senza un disegno politico leggibile.
Dietro questa polemica si intravede una frattura che attraversa molte capitali: come costruire una difesa europea senza ridurre l’Unione a un progetto esclusivamente militare. Bettini non nega la necessità di sicurezza, ma chiede che la forza si costruisca con un’idea più larga: difesa, sì, ma anche politiche fiscali comuni, energia, industria, tecnologia. In altre parole: l’Europa deve diventare adulta, e l’adultità per lui non coincide con la sola spesa militare, bensì con la capacità di decidere e incidere.
In questo quadro entra la sua definizione di “patria europea”: non uno slogan patriottico, ma un invito a integrare ciò che oggi resta frammentato. Bettini descrive un mondo “in movimento e non assestato” e sostiene che l’Europa, invece di orientare, finisce per “annaspare”, producendo confusione e smarrendo la sua missione storica. È una critica di sistema: non solo alla leadership di von der Leyen, ma alla macchina europea quando appare incapace di parlare con una voce sola.
Il capitolo geopolitico si allarga con un giudizio durissimo su Donald Trump e sulle sue mosse internazionali, che Bettini definisce un’esibizione di onnipotenza, accusandolo anche di rapidità e spregiudicatezza nelle motivazioni dichiarate.
“L’azione di Trump è stata particolarmente odiosa, rapida, improvvisa, bugiarda nelle sue intenzioni… Una dimostrazione di onnipotenza”.
L’idea di fondo è che, in un contesto così instabile, l’Europa non possa permettersi esitazioni: o costruisce autonomia politica, o resterà un terreno di gioco per altri.
Il senso politico dell’affondo è chiaro: Bettini chiede una svolta che metta al centro una strategia europea riconoscibile, capace di parlare di pace senza ingenuità, di difesa senza culto delle armi, di valori senza doppi standard. E soprattutto, di futuro senza galleggiare. La domanda implicita, rivolta a Bruxelles e ai partiti europei, è brutale nella sua semplicità: l’Europa vuole davvero essere un soggetto politico, oppure continuerà a reagire, sempre un passo dopo?