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Parigi valuta 6.000 soldati, Kiev senza acqua e riscaldamento

- di: Bruno Legni
 
Parigi valuta 6.000 soldati, Kiev senza acqua e riscaldamento

Tra ipotesi di forza multinazionale e missili sull’inverno ucraino: la partita si gioca sulle garanzie di sicurezza (e sui termosifoni spenti).

(Foto: il presidente francese Emmanuel Macron con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky).

Il segnale politico arriva da Parigi e rimbalza fino alle periferie ghiacciate di Kiev: la Francia starebbe valutando un contributo fino a 6.000 soldati in Ucraina solo dopo un eventuale accordo di pace, dentro una cornice di garanzie internazionali che la diplomazia europea prova a disegnare mentre sul terreno continuano i raid e la guerra dell’energia. Non è un “via libera”, né un dispiegamento imminente: è un’ipotesi che prende forma nelle stanze dei palazzi, e che si scontra con la realtà delle sirene antiaeree e delle reti elettriche sotto attacco.

Secondo ricostruzioni rilanciate in queste ore da media francesi e internazionali, Emmanuel Macron avrebbe illustrato a porte chiuse, in un confronto con le principali forze politiche, l’architettura di una possibile missione post-accordo: un contingente “di diverse migliaia” di militari con un ordine di grandezza che, stando a quanto riferito da Mathilde Panot (capogruppo di La France Insoumise), potrebbe arrivare a circa 6.000. La cifra, proprio perché filtra dal dibattito politico interno, fotografa più una trattativa di posizionamento che un piano operativo definitivo. Ma basta per spostare l’asse della discussione: non più soltanto armi e munizioni, bensì presenza e deterrenza (o almeno la loro promessa) nella fase “dopo”.

Il punto centrale, ripetuto da chi segue il dossier, è la distanza dalla linea del fuoco: l’ipotesi che circola non descrive truppe “in trincea”, ma unità impiegate in compiti di supporto, scorta e addestramento delle forze ucraine, con basi collocate lontano dal fronte. Tradotto: una presenza pensata per rendere credibile un cessate il fuoco, senza trasformarsi automaticamente in co-belligeranza. È una sottigliezza giuridica e politica che, però, nella guerra delle percezioni vale moltissimo.

Sul versante britannico, la pressione per “mettere gambe” a una forza multinazionale cresce. Keir Starmer e il suo governo hanno stanziato fondi per preparare un eventuale dispiegamento, con investimenti mirati su veicoli, comunicazioni e difesa anti-drone: non è l’annuncio di un invio automatico, ma la costruzione della prontezza necessaria se la coalizione dovesse diventare realtà. John Healey, ministro della Difesa, ha accompagnato il messaggio con una postura molto concreta: rendere le unità “deployable” significa farsi trovare pronti nel caso in cui un accordo chieda, oltre alle firme, anche uomini e mezzi a garanzia.

E qui si apre il vero nodo: l’Europa discute un “dopo” che ancora non esiste, mentre il “durante” è dominato dalla strategia russa di colpire infrastrutture, logistica e morale. Nelle ultime ore Kiev è stata investita da un nuovo ciclo di attacchi: secondo le autorità e i resoconti di diverse testate, circa 100.000 persone sarebbero rimaste senza acqua e riscaldamento in pieno inverno, con danni estesi a edifici e reti di servizio. L’immagine è quella di una capitale che alterna riparazioni d’emergenza e nuove interruzioni, in una corsa contro il termometro.

Il sindaco Vitali Klitschko, di fronte a una situazione descritta come critica in vari quartieri, ha invitato chi dispone di un alloggio riscaldato fuori città a valutare un trasferimento temporaneo. Un appello che suona come una misura di protezione civile, ma che rivela anche l’obiettivo militare degli attacchi: spingere la popolazione allo stremo attraverso i servizi essenziali. "Se avete un posto caldo dove stare, considerate di andarci per un po’": il senso del messaggio, riportato da media internazionali, è una frase che pesa quanto un bollettino, perché mette in fila ciò che manca prima ancora di ciò che resiste.

Non è solo Kiev. Le cronache delle ultime 48 ore parlano di attacchi e contrattacchi che colpiscono anche oltreconfine: in Russia, nella regione di Belgorod, le autorità locali hanno riferito di una vasta interruzione di elettricità, calore e acqua dopo un colpo ucraino, con numeri nell’ordine di centinaia di migliaia di persone coinvolte. È la fotografia di una guerra che, nel cuore dell’inverno, usa la leva energetica come arma e come messaggio: nessun lato si sente al riparo, e l’infrastruttura civile diventa bersaglio strategico.

Dentro questo scenario, l’idea di una forza multinazionale post-accordo si regge su una domanda semplice e brutale: chi garantisce che un eventuale cessate il fuoco non sia soltanto una pausa tecnica? Per l’Ucraina di Volodymyr Zelenskyy la risposta passa da garanzie concrete, visibili, verificabili. Per Parigi e Londra, la parola chiave è “credibilità”: una missione di supporto, se ben disegnata, può trasformarsi in un deterrente politico-militare senza “entrare” formalmente in guerra. Ma proprio questa ambiguità è il terreno di scontro: quanto più la presenza occidentale è credibile, tanto più può diventare inaccettabile per Mosca.

Il dibattito in Francia lo mostra chiaramente. L’ipotesi dei 6.000 divide per ragioni diverse: c’è chi teme l’escalation e chi, al contrario, teme che una missione troppo “leggera” non basti a scoraggiare nuove offensive. La politica francese, inoltre, deve fare i conti con un’opinione pubblica stanca della guerra ma sensibile ai temi di sicurezza europea. In questo senso, il passaggio all’Eliseo con le forze parlamentari non è un dettaglio: è la prova che Macron sta cercando copertura interna prima ancora che consenso internazionale.

Sul fronte operativo, gli analisti sottolineano tre condizioni perché un eventuale dispiegamento “post-pace” possa funzionare davvero: regole d’ingaggio chiarissime (cosa si fa e cosa non si fa), catena di comando definita (chi decide, chi risponde) e logistica robusta (difesa anti-drone, protezione delle basi, intelligence). La cronaca recente, con attacchi massicci e impiego di missili avanzati, suggerisce che perfino una missione lontana dal fronte dovrebbe muoversi in un ambiente ad alta minaccia. Ecco perché Londra investe su anti-drone e comunicazioni: in Ucraina, oggi, la vulnerabilità spesso arriva dall’alto e in silenzio.

Intanto la guerra continua a parlare il linguaggio più elementare: luce, acqua, calore. In città come Kiev ogni interruzione prolungata sposta persone, blocca attività, mette sotto pressione ospedali e servizi pubblici. L’effetto politico è immediato: la resilienza diventa un test quotidiano, e ogni riparazione riuscita è una piccola vittoria civile. Ma l’inverno è anche un acceleratore di scelte: quando i termosifoni si spengono, le capitali europee possono discutere di “garanzie” quanto vogliono, ma la percezione sul campo è che serva una protezione più rapida e più concreta.

È questo il paradosso di gennaio: l’Europa progetta il “dopo” con numeri e contingenti, mentre l’Ucraina misura il “durante” con rubinetti asciutti e appartamenti freddi. Se l’ipotesi dei 6.000 francesi è il primo tassello di una promessa, i raid su Kiev sono la risposta della realtà: senza sicurezza sulle infrastrutture, ogni pace rischia di restare un titolo provvisorio.

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