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Pensioni, anticipo sempre più difficile: nel 2024 crollano le uscite prima dei 67 anni

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Pensioni, anticipo sempre più difficile: nel 2024 crollano le uscite prima dei 67 anni

Nel 2024 andare in pensione prima dell’età di vecchiaia non è più percepito come possibilità ma come rischio. La sensazione, tra i lavoratori, è che l’uscita anticipata sia diventata una parentesi piena di incognite: assegno ridotto, regole mutevoli, poca chiarezza su cosa accadrà dopo. È questa incertezza – più delle norme – a scoraggiare. Prima si cercava la finestra disponibile, ora si teme che, una volta usciti, ci siano correzioni peggiorative a posteriori.

Pensioni, anticipo sempre più difficile: nel 2024 crollano le uscite prima dei 67 anni

Le vecchie formule hanno perso elasticità. Si può teoricamente uscire, ma le condizioni richieste sono sempre più selettive. Chi ha carriere intermittenti – soprattutto donne, lavoratori stagionali, autonomi e chi ha attraversato lunghi periodi di precariato – si ritrova tagliato fuori in modo quasi strutturale. L’anticipo non è più un cuscinetto sociale: è diventato una corsia stretta, dove passa solo chi ha avuto un lavoro lineare e privilegiato.

Chi resta bloccato
I più colpiti sono proprio i lavoratori che dovrebbero avere diritto alla protezione maggiore: manutentori, operatori sociosanitari, turnisti notturni, muratori, magazzinieri. L’usura fisica non è considerata un criterio determinante, se non in pochi casi. Così chi svolge lavori logoranti resta al lavoro quando è già provato, mentre chi ha percorsi più leggeri è l’unico che può realisticamente anticipare. È una selezione al contrario.

Un risparmio che pesa sui singoli

Per lo Stato la riduzione delle pensioni anticipate è contabilizzata come risparmio previdenziale. Ma quel risparmio è interamente scaricato sul lavoratore, che rimane in servizio quando è meno produttivo, più fragile e più esposto a malattia o inidoneità. Si risparmia a livello di bilancio e si spende in assenze, sanità e disoccupazione latente; solo che quei costi non vengono associati alla misura, ma finiscono silenziosamente altrove.

Il nodo occupazionale

Qui emerge il cortocircuito: l’Italia chiede di restare al lavoro più a lungo ma non crea posti reali per gli over 60. Le imprese faticano a reinserirli, la formazione tarda ad arrivare e il mercato del lavoro non offre transizioni morbide. Così il prolungamento anagrafico diventa una permanenza sulla carta: formalmente occupabili, praticamente ai margini. E chi resta bloccato in mezzo non è né pensionato, né davvero lavoratore stabile.

Confronto con l’estero
In altri Paesi, la flessibilità non è un favore ma un meccanismo ordinario. In Spagna l’anticipo è parte della gestione del rischio lavorativo, in Francia si compensa la stretta con percorsi di accompagnamento e ricollocazione, in Germania esistono modelli di uscita graduale. L’Italia invece ha irrigidito senza costruire alternative. Il messaggio implicito è: “resta al lavoro”, ma senza gli strumenti per poterlo fare in modo sostenibile.

Il risultato politico non dichiarato
La riduzione delle uscite è presentata come equilibrio previdenziale ma, nella pratica, è ottenuta scoraggiando la platea. Non c’è stata una riforma che razionalizza: c’è un messaggio psicologico che rende l’anticipo inutilmente rischioso. È il modo più indolore per lo Stato e il più gravoso per chi lavora: chi arriva stanco resta, chi tenta di uscire accetta penalizzazioni significative.

Prospettiva 2025
Se nulla cambia, il 2024 potrebbe diventare la nuova normalità: poche pensioni anticipate, soglia dei 67 anni blindata, nessuna vera transizione per chi è diventato anziano prima di arrivare alla vecchiaia anagrafica. Il diritto formale rimane in legge, ma nella pratica torna a essere un’eccezione. L’effetto sociale è chiaro: la flessibilità è stata sostituita dalla rinuncia.

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