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Rottamazione quinquies e tributi locali: la verità è che non si sa

- di: Bruno Coletta
 
Rottamazione quinquies e tributi locali: la verità è che non si sa
IMU, TARI, bollo e multe: la manovra apre una porta, ma la chiave resta in mano a Comuni e Regioni. E senza una scadenza “nazionale”, l’unica certezza è controllare delibere e portali.

La rottamazione quinquies ha il fascino delle parole semplici: paghi il “cuore” del debito e ti lasci alle spalle interessi e sanzioni. Peccato che, quando si scende dal grande cartello “Stato” alla corsia dei tributi locali, la scena cambi. E il 2026 si presenta con un paradosso: una sanatoria nazionale con paletti e calendario, e una possibile sanatoria “di territorio” che, invece, vive di autonomia, prudenza e… attese.

In altre parole: se stai cercando la risposta secca alla domanda “posso rottamare anche IMU, TARI, bollo auto o multe?”, la risposta onesta oggi è questa: dipende. Non da un dettaglio tecnico, ma da una scelta politica e finanziaria dell’ente creditore. E la norma, questa volta, non mette fretta.

Partiamo dal punto fermo: la rottamazione quinquies “statale” riguarda i carichi affidati all’agente della riscossione e consente di chiudere i debiti versando le somme dovute a titolo di capitale e le spese, con lo sconto su interessi e sanzioni secondo confirmata impostazione della definizione agevolata. Il calendario è uno di quelli che non lascia spazio all’interpretazione: domanda entro la primavera 2026 e pagamenti a partire dall’estate, con la possibilità di rateizzare a lungo (fino a nove anni) se si resta rigorosamente dentro le regole.

Ma è quando si passa al “capitolo Comuni e Regioni” che l’aria cambia: la legge di bilancio 2026 costruisce una cornice autonoma per i tributi di competenza regionale e degli enti locali. Tradotto: gli enti possono introdurre proprie definizioni agevolate che prevedano l’esclusione o la riduzione degli interessi e, in certi casi, anche delle sanzioni. Il verbo è importante: non “devono”, ma “possono”.

Qui sta il primo grande nodo dell’incertezza: non c’è un automatismo che agganci la rottamazione nazionale ai tributi locali. La norma stabilisce un ponte, sì, ma è un ponte facoltativo: se la legge statale prevede una definizione agevolata, Regioni ed enti locali possono introdurre misure analoghe per garantire un trattamento omogeneo ai contribuenti. È un invito alla coerenza, non un obbligo a fare “copia e incolla”.

Secondo nodo: la manovra non impone una “data X” uguale per tutti entro cui i Comuni debbano decidere. L’ente, se sceglie di attivare la definizione agevolata, deve fissare un termine per aderire e quel termine non può essere inferiore a 60 giorni dalla pubblicazione dell’atto sul sito istituzionale. Ma la scelta di adottare l’atto, e quando farlo, resta nelle mani di ciascun territorio. Risultato pratico: oggi potresti avere un Comune che apre domani e quello accanto che aspetta mesi, o non apre affatto.

Terzo nodo: il perimetro non è “tutto e subito”. Le definizioni agevolate locali possono riguardare i tributi disciplinati e gestiti dall’ente, ma sono esclusi alcuni capitoli specifici (tra cui l’IRAP e le addizionali/comparticipazioni legate a tributi erariali). Allo stesso tempo, la norma allarga lo sguardo oltre le imposte strette: l’ente può includere anche entrate patrimoniali. Qui dentro possono rientrare, a seconda dei regolamenti, canoni, rette, corrispettivi e altre voci “non tributarie” che spesso pesano quanto una tassa, soprattutto per famiglie e attività.

Quarto nodo, il più politico: l’equilibrio di bilancio. La legge chiede esplicitamente che le scelte siano adottate tenendo conto della situazione economico-finanziaria dell’ente e della capacità di incrementare la riscossione. È la frase che, letta in controluce, spiega perché non esiste una certezza nazionale su IMU, TARI, bollo e multe: per un Comune con crediti difficili e cassa tirata, rottamare può essere un’ancora per recuperare qualcosa; per un altro, può essere un rischio di “sconto” che non si può permettere.

La quinta parola-chiave del 2026 è invece tecnologica: digitalizzazione. Le regole e i regolamenti locali devono consentire l’uso di tecnologie digitali per gli adempimenti e i pagamenti. Non è un dettaglio: significa procedure tracciate, portali aggiornati, modulistica online, comunicazioni chiare. E significa anche che il cittadino dovrà imparare un riflesso nuovo: la risposta non sarà (solo) sulla bacheca del Comune, ma dentro una delibera pubblicata e un percorso digitale attivo.

Nel frattempo, il clima politico racconta bene la tensione tra “grande sanatoria” e conti pubblici. Da un lato c’è chi spinge per allargare e rendere strutturale il meccanismo, dall’altro c’è chi frena ricordando che ogni apertura costa. "Allargare la rottamazione? Voglio vedere dove trovano i soldi" è la sintesi attribuita al ministro Giancarlo Giorgetti durante il confronto politico sulla manovra, quando l’ipotesi di ampliamenti veniva rilanciata nel dibattito parlamentare. E sul fronte opposto, la narrazione della “rottamazione definitiva” è diventata bandiera: "La priorità assoluta è una rottamazione seria e definitiva", ha ripetuto Matteo Salvini in più occasioni nel percorso che ha portato alle scelte poi confluite nella manovra.

Cosa deve fare, quindi, chi vuole capire se può rottamare davvero anche le tasse locali? Primo: distinguere i piani. Se il debito è nei carichi affidati alla riscossione nazionale, si guarda al perimetro e alle scadenze della rottamazione quinquies. Se il debito è “in pancia” a Comune o Regione (o è gestito tramite concessionari locali), si guarda alla delibera dell’ente: senza atto pubblicato, non c’è definizione agevolata locale, punto.

Secondo: controllare dove l’ente pubblica gli atti e gli avvisi. La norma dà valore alla pubblicazione sul sito istituzionale: è lì che parte il countdown (almeno 60 giorni) e non in una generica dichiarazione. Terzo: non dare per scontato che “tutto rientri”: leggere bene che cosa l’ente include (solo tributi? anche entrate patrimoniali? anche contenzioso?). Sì, perché la definizione agevolata può intervenire perfino con accertamenti in corso o controversie tributarie pendenti, ma le modalità dipendono dalla disciplina locale.

Quarto: fare attenzione alla parola che nessuno vuole sentire ma che decide tutto: decadenza. La rottamazione, nazionale o locale che sia, è un patto: ti do lo sconto, tu rispetti il calendario. Sul fronte statale, il testo della manovra lega la perdita dei benefici al mancato pagamento e, in caso di rateazione, a soglie precise di inadempimento. Morale: prima di aderire, serve un calcolo realistico, non un atto di fede.

Il punto, alla fine, è proprio questo: la rottamazione quinquies promette semplificazione, ma sui tributi locali consegna ai cittadini un Paese a macchia di leopardo. Non è necessariamente un male: l’autonomia può permettere soluzioni su misura dove la riscossione è bloccata e i crediti rischiano di restare lettera morta. Però, per chi paga (o vuole tornare a pagare), significa convivere con una verità che nel fisco dà fastidio: nel 2026, su IMU, TARI, bollo e multe, la certezza non è nella norma nazionale, ma nella delibera del proprio ente.

In pratica: se vuoi una risposta “sì o no”, oggi non esiste una risposta unica. Esiste un metodo. E il metodo è controllare atti, scadenze e portali. Perché la rottamazione può anche essere quinquies. Ma sulle tasse locali, la partita la gioca il tuo Municipio.

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