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Start up significa fare impresa

- di: Carlo Prosperi
 
Start up significa fare impresa

E’ così che la filosofia del nuovo ecosistema dell’innovazione vuole cambiare l’Italia, passando anche dai territori. Fa parte del nostro vivere quotidiano. Ogni mattina raggiungiamo una vettura Enjoy prendendo una Mobike, connettendoci con #WowWifi, il tutto mentre ascoltiamo musica su Spotify. E’ uno tsunami di cambiamenti, prima tecnologici, e poi sociali: cloud computing, digitalizzazione dei dati, “uberizzazione” dei processi produttivi. Chi è capace, con spirito selvaggio, di catturare il momento, l’idea migliore, può cambiare il Mondo e creare profitto.

Un’impresa, sia essa una startup o una grande azienda, sopravvive solo se ha accesso a investitori e risorse umane, e questo è possibile solo nelle città. Metropoli come Londra sono cresciute e si sono arricchite proprio grazie alle startup e alla tecnologia.

Occorre creare quindi le condizioni per tornare a “intraprendere”, contaminare la realtà con quelle atmosfere che accompagnano le nuove iniziative imprenditoriali, lo spirito di avventura e di sfida; tutte quelle caratteristiche che si ritrovano attorno all’espressione startup.

Come dice Alberto Onetti di Mind the Bridge: “Avere startupper significa avere persone che si cimentano con progetti imprenditoriali, che provano a fare impresa. E con tutti questi tentativi si sta creando una nuova generazione di imprenditori in Italia”.

E sul territorio? Il sociologo ed economista Richard Florida ha parlato ampiamente di come poter fare startup nelle città: il successo competitivo dei territori passa per l’equazione di “talento, tecnologia, tolleranza” integrate con un’identità unica al mondo.

Nella moltiplicazione di repliche di casi di successo, è nell’unicità di ogni singola esperienza la più forte spinta per l’impresa.

Come ha insegnato lo studio di Vivek Wadhwa sui tentativi falliti nell’emulare “a tavolino” il modello Silicon Valley, il successo non sta tanto e non solo nell’università, nelle imprese, e nemmeno nei pur importanti investimenti governativi. La ragione della forza sta piuttosto in un’alchimia originale, nelle persone, e nelle “relazioni uniche” tra i territori, le strutture accademiche e le aziende. Quindi il suggerimento è quello di creare una collaborazione sempre più stretta tra le realtà già esistenti e sostenere una dinamica dal basso verso l’alto. Questo non significa che i decisori politici non debbano giocare un proprio ruolo. Sempre Florida ricorda che “Negli Stati Uniti, l’economia creativa è potente e diffusa perché è sostenuta da una forte infrastruttura” ma più che distribuire le risorse a pioggia occorre lavorare sulle “basi”: diffusione delle reti, uso della “leva fiscale” per sostenere la ricerca, sostenere l’accesso al credito e semplificare le procedure.

Come è stato detto al Forum Ambrosetti, “un’economia la cui crescita è basata sull’innovazione richiede uno Smart State, con investimenti nelle reti e nelle piccole e medie imprese. Nelle grandi aree vaste americane, gli innovatori si “ancorano” ad un’istituzione, come un’Università o una grande azienda che fanno da motore per il distretto. E’ il paradigma che gli analisti considerano più efficace per l’adozione in Italia. Le reti di FabLab, “laboratori” di condivisione di lavoro ad alta tecnologia nati nel Massachusetts Institute of Technology, sono ora presenti, oltre che nelle grandi città, nei centri abitati delle province grazie a piani di investimenti pubblici da Bracciano fino alle scuole di ogni grado, impegnandosi a fornire rudimenti di programmazione e coding. Da citare è l’importante ruolo dell’incubatore Luiss EnLabs, nella centrale stazione Termini di Roma. LazioInnova, grazie a piani di investimento alternativo come il microcredito e piani di sviluppo integrati, è riuscita nello spazio di pochi anni a creare una fitta rete di innovatori e giovani talenti nell’impresa. E’ questa l’equazione del successo, capace di generare valore condiviso.

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