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Apple chiude l’era iPhone 14 e SE: via dal listino, avanti con l’AI

- di: Matteo Borrelli
 
Apple chiude l’era iPhone 14 e SE: via dal listino, avanti con l’AI

Fuori i modelli con Lightning e chip A15: tra regole USB-C, margini e Apple Intelligence, la “scala” degli iPhone cambia per sempre.

Tre iPhone, un solo messaggio: il passato non fa più marketing. Apple ha di fatto “chiuso” la fase di iPhone 14, iPhone 14 Plus e iPhone SE (3ª generazione) rimuovendoli dal listino ufficiale e spingendo l’attenzione sul nuovo entry-level di famiglia, iPhone 16e. Il risultato è una line-up più corta, più leggibile e soprattutto più allineata al nuovo baricentro dell’azienda: l’intelligenza artificiale integrata nel sistema.

La dinamica è semplice, ma potente: se il telefono non è attrezzato per l’AI “di casa” (quella che Apple vuole eseguire sempre più sul dispositivo o tramite infrastrutture pensate per la privacy), quel telefono diventa improvvisamente meno “centrale” anche se funziona benissimo. E i tre modelli in uscita condividono un tratto comune: la generazione del chip (l’era A15 Bionic) e, nel caso di iPhone 14/14 Plus e SE, la porta Lightning che in Europa è diventata un nodo politico e regolatorio.

Non è un caso che lo “spegnimento” sia stato graduale e, in parte, geografico: già a fine 2024 le vendite dei modelli con connettore Lightning sono state ritirate dagli store online in diversi Paesi europei per l’entrata in vigore delle regole sul caricatore comune USB-C. In quel passaggio, l’Europa ha fatto da acceleratore: una spinta esterna che ha reso più facile a Apple anticipare la pulizia di catalogo e presentare una linea coerente con la nuova normalità.

Il tassello che completa il puzzle è iPhone 16e: non solo un “nuovo economico”, ma un economico che somiglia ai fratelli maggiori molto più di quanto succedesse con gli SE del passato. Nella comunicazione ufficiale, Apple lo racconta come un iPhone “potente e più conveniente” dentro la famiglia iPhone 16, con chip A18 e progettazione esplicita per Apple Intelligence. “Siamo particolarmente felici di completare la lineup con iPhone 16e, un’opzione potente e più conveniente”, dice Kaiann Drance, vicepresidente Worldwide iPhone Product Marketing.

Traduzione: l’entry-level non deve più essere “l’iPhone di ieri venduto a prezzo di oggi”, ma una porta d’ingresso all’ecosistema AI dell’azienda. Anche perché, come osserva Reuters, la fascia media è diventata una battaglia strategica: i concorrenti spingono funzioni AI come argomento di upgrade, e Apple vuole abbassare l’asticella del prezzo d’accesso alla propria esperienza AI senza abbassare (troppo) la percezione premium.

Qui entra in scena la questione “requisiti”: per Apple Intelligence non basta un iPhone recente, serve una specifica classe di hardware. Secondo le pagine di supporto di Apple, le funzioni di Apple Intelligence richiedono iPhone con architetture più nuove (a partire dai modelli Pro della generazione compatibile e dalle linee successive) e, in generale, dispositivi progettati per quel tipo di elaborazione. Il messaggio industriale è netto: non è più l’OS a tirare avanti l’hardware, è l’hardware a decidere quanta “AI” ti porti a casa.

E allora cosa cambia per chi ha già in tasca un iPhone 14, un 14 Plus o un SE (3ª gen)? Nel quotidiano, praticamente nulla: app, servizi, pagamenti, fotocamera e funzioni restano quelli. La notizia riguarda soprattutto il canale “nuovo” e la disponibilità ufficiale, non la vita utile immediata del dispositivo. Il punto vero è un altro: la traiettoria degli aggiornamenti e la distanza, sempre più visibile, tra “iPhone aggiornabile” e “iPhone pienamente AI-abilitato”.

Sul fronte software, la storia degli iPhone recenti insegna che Apple tende a garantire aggiornamenti per diversi anni, ma la qualità dell’esperienza non è più solo “ricevo iOS sì/no”: è “quali funzioni ricevo”. In altre parole, anche restando dentro l’orizzonte degli update, la nuova ondata di strumenti AI rischia di creare una seconda linea di demarcazione: dispositivi che “vivono” tutte le novità e dispositivi che le osservano da bordo campo.

Sul fronte hardware, invece, c’è una rassicurazione concreta. Le regole di assistenza di Apple distinguono tra prodotti “vintage” e “obsoleti” e, in generale, legano la disponibilità di riparazioni e ricambi a finestre pluriennali dalla fine della distribuzione: la conseguenza pratica è che batteria, display e interventi principali non spariscono dall’oggi al domani. Chi teme di restare “senza pezzi” perché il modello è uscito dal catalogo può tirare il fiato: la cessazione della vendita non è sinonimo di fine dell’assistenza.

E il mercato? Qui la faccenda si fa interessante. L’uscita dal listino tende a trasformare immediatamente i modelli in “occasioni” nel ricondizionato e nell’usato, con due effetti opposti: da un lato una naturale svalutazione che li rende più appetibili, dall’altro un’attenzione nuova di chi cerca un iPhone affidabile senza inseguire l’ultima funzione AI. Paradosso del 2026: può diventare “smart” anche comprare un iPhone non AI, se l’obiettivo è risparmiare e restare su un dispositivo ancora molto solido per prestazioni e fotocamera.

Ma per Apple la direzione è tracciata. Tagliare i rami “di mezzo” riduce complessità di magazzino, evita sovrapposizioni di prezzo e spinge verso una gamma dove ogni gradino ha una ragione precisa: USB-C come standard, chip moderni come requisito e Apple Intelligence come motore narrativo. In un mercato che fatica a trovare motivi credibili per cambiare smartphone ogni anno, l’AI diventa la nuova leva emotiva. E la pulizia del catalogo è il modo più rapido per farla funzionare.

La morale, per milioni di utenti, è meno drammatica di come suona nei titoli social: non “finisce il tuo iPhone”, finisce la sua centralità nella vetrina ufficiale. Il telefono resta in tasca, ma il racconto attorno a lui cambia. E quando cambia il racconto di Apple, di solito cambia anche il mercato. 

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