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Big data, l’Italia cresce ma resta indietro

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Big data, l’Italia cresce ma resta indietro

L’Italia dei Big data cresce, ma inciampa. Corre nei numeri, zoppica nei fatti.
Nel 2025 il mercato dei dati intelligenti vale 4,1 miliardi di euro, con un balzo del +20% rispetto all’anno scorso. Ma – avverte l’Osservatorio Big Data & Business Analytics del Politecnico di Milano – le imprese italiane restano ancora impreparate a sfruttare davvero il potenziale dell’intelligenza artificiale.

Big data, l’Italia cresce ma resta indietro

Architetture inadeguate, governance assente, figure professionali mancanti: insomma, una Ferrari parcheggiata in garage senza patente per guidarla.

Numeri da boom, cultura da boomers

Il quadro, a prima vista, sembrerebbe scintillante. Un quarto del mercato è trainato da infrastrutture e soluzioni di intelligenza artificiale generativa, i servizi crescono del +27%, banche e assicurazioni segnano un +22%, la manifattura un +21%. Solo la Pubblica amministrazione – come da tradizione – rallenta, con un più modesto +17%.
Eppure dietro la curva dell’entusiasmo si nasconde la solita curva italiana: quella della lentezza digitale.

Solo il 38% delle grandi aziende ha definito una vera strategia di valorizzazione dei dati. Una su cinque ha nominato un chief data officer, figura chiave nel governo dell’informazione. E oltre un quarto non ha nemmeno iniziato un progetto di advanced analytics.
Molti sanno che il treno dell’IA è partito, ma restano fermi in stazione a guardarlo passare, con in mano ancora un foglio Excel.

Le piccole imprese: un risveglio a metà
Le Pmi italiane provano a tenere il passo.
Nel 2025, l’89% di loro svolge attività di analisi dei dati, dieci punti in più rispetto al 2024.
Una buona notizia, certo. Ma spesso, spiega il Politecnico, si tratta di pratiche “occasionali, fatte con strumenti di base e senza figure dedicate”.
Tradotto: tanto entusiasmo, poca struttura.
È come se il paese del “fai da te” applicasse la sua filosofia anche al digitale. Solo che qui non si tratta di montare una libreria, ma di costruire la competitività di un intero sistema produttivo.

Le grandi aziende e l’illusione della piattaforma
Sulla carta, l’87% delle grandi imprese ha costruito una data platform, una base tecnologica su cui far viaggiare l’intelligenza artificiale.
Ma nella pratica, poche realtà riescono a gestire l’intero ciclo di vita del dato: dalla raccolta all’analisi, dall’integrazione alla protezione.
E senza una visione d’insieme, il rischio è che l’IA resti un bel giocattolo, utile per le presentazioni ai convegni, ma poco efficace nei bilanci.

“Oggi dati e intelligenza artificiale non possono più viaggiare su binari separati”,
avverte Carlo Vercellis, responsabile scientifico dell’Osservatorio.
“È necessario integrarli in modo sinergico. In mancanza di questi elementi, il potenziale dell’IA rischia di restare inespresso o, peggio, di creare nuovi rischi per le aziende”.

L’Italia delle due velocità digitali
Il ritardo, del resto, non è solo tecnologico. È culturale.
Nel Paese dove la burocrazia ancora ama la carta timbrata, la rivoluzione dei dati si scontra con la diffidenza verso l’algoritmo.
Si parla di IA come di un futuro distante, quando invece è già qui: nei motori di ricerca, nelle fabbriche automatizzate, nei sistemi di diagnosi medica, persino nelle decisioni di marketing.
Ma senza competenze e senza una regia sui dati, l’intelligenza artificiale diventa intelligenza sprecata.

Una rivoluzione ancora da capire
L’Italia, insomma, investe ma non cambia mentalità.
Si costruiscono piattaforme, si comprano software, ma spesso manca la governance dei processi.
L’innovazione non è solo questione di tecnologia, ma di persone, ruoli, responsabilità.
E finché la figura del “data officer” resterà un optional, l’IA continuerà a essere un gadget più che un motore di crescita.

Nonostante tutto, però, il fermento c’è.
Le startup crescono, i giovani talenti digitali bussano alle porte, le università formano nuove professionalità. Ma serve una visione di sistema, una politica industriale dei dati che superi i progetti isolati e i miracoli individuali.

Tra paura e potenziale
Siamo, come spesso accade, a metà del guado: un Paese che sogna Silicon Valley ma si muove come una bottega di provincia.
Eppure il potenziale è enorme: la mole di dati prodotta ogni giorno – da imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini – è una miniera d’oro ancora poco sfruttata.
Basterebbe imparare a leggerla, a trasformarla in valore, invece di lasciarla sedimentare in archivi che nessuno consulta.

La sfida dei prossimi anni
Il messaggio del Politecnico è limpido: i dati sono il nuovo petrolio, ma servono ingegneri per raffinarlo e leader capaci di usarlo.
La crescita del 20% del mercato è un segnale incoraggiante, ma rischia di restare sterile se non accompagnata da una cultura dell’innovazione che vada oltre gli slogan.

Perché – come direbbe un imprenditore milanese col fiuto per gli affari – i numeri contano, ma senza idee non producono ricchezza.
E l’Italia, oggi, è piena di dati ma ancora povera di visione.

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