(Foto: Giancarlo Giorgetti, ministro a Economia e Finanze).
Lo Stato italiano è oggi uno dei maggiori azionisti di Piazza Affari. Al 1° gennaio 2026 il valore complessivo delle sue partecipazioni nelle società quotate ha raggiunto 97,8 miliardi di euro, una cifra che equivale a quasi il 30% della capitalizzazione totale della Borsa italiana. Un portafoglio che vale quanto una grande manovra finanziaria e che fa del settore pubblico un protagonista assoluto del capitalismo nazionale.
Il cuore di questo tesoro è concentrato in quattro colossi industriali. La quota del Ministero dell’Economia e di Cassa Depositi e Prestiti vale circa 21,2 miliardi in Enel, 18 miliardi in Poste Italiane, 16,1 miliardi in Eni e 8,5 miliardi in Leonardo. Insieme, questi quattro gruppi rappresentano l’asse portante dell’economia pubblica quotata: energia, servizi, difesa, infrastrutture.
In Enel lo Stato controlla circa il 23,6% del capitale, una posizione che consente di influenzare strategie, investimenti e politica dei dividendi nel più grande gruppo elettrico del Paese. In Eni, la partecipazione pubblica complessiva sfiora il 32%, mantenendo saldamente sotto controllo il principale attore energetico nazionale in una fase in cui gas, petrolio e rinnovabili sono al centro degli equilibri geopolitici.
Poste Italiane è invece il vero gioiello di famiglia: oltre il 64% del capitale è in mano pubblica tra MEF e CDP. Un gruppo che oggi non è più solo sportelli e corrispondenza, ma anche pagamenti digitali, logistica, assicurazioni e credito, con un ruolo sempre più centrale anche nel settore delle telecomunicazioni.
Il capitolo Leonardo racconta un’altra faccia del portafoglio pubblico: la difesa. Con il 30,2% in mano al Tesoro, il gruppo aerospaziale e militare resta un pilastro strategico dell’Italia nelle filiere della sicurezza, della tecnologia avanzata e delle alleanze internazionali.
Accanto ai grandi campioni industriali c’è la galassia delle reti, dove lo Stato è ancora più presente. In Terna, che gestisce l’alta tensione elettrica, CDP Reti controlla circa il 29,9%. In Snam, che muove il gas lungo l’Italia e verso l’Europa, la quota pubblica supera il 31%. In Italgas, la società della distribuzione, lo Stato è il primo azionista con circa il 26%. Qui non si tratta solo di rendimento: si tratta di sicurezza energetica e controllo delle infrastrutture.
Nel perimetro pubblico rientrano anche Fincantieri, colosso della cantieristica controllato da CDP Equity, e la partecipazione italiana in STMicroelectronics, che rappresenta una delle principali leve tecnologiche europee nei semiconduttori.
Più piccola ma simbolicamente importante è la quota ancora detenuta in Banca Monte dei Paschi di Siena. Il Tesoro possiede poco meno del 5% della banca, residuo del lungo salvataggio pubblico. Dal governo è arrivato un messaggio chiaro: “Siamo pronti a vendere, ma senza fretta”. Una frase che racconta come, anche nella finanza, il tempo e il prezzo contino più della fretta di uscire.
Nel complesso, questo gigantesco portafoglio rende lo Stato non solo un regolatore ma anche un azionista determinante. Incassa dividendi miliardari, orienta strategie industriali e difende asset considerati vitali. Ed è per questo che ogni discussione su privatizzazioni, nomine o alleanze internazionali passa inevitabilmente da qui: da un Tesoro che, in Borsa, vale quanto una superpotenza economica.