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Cisgiordania, l’IDF ammette: “Abbiamo sparato contro persone sospette a Hebron”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Cisgiordania, l’IDF ammette: “Abbiamo sparato contro persone sospette a Hebron”

Un bambino di 11 anni è rimasto ucciso ieri nel villaggio di al-Rihiya, nei pressi di Hebron, in Cisgiordania meridionale, durante un’operazione dell’esercito israeliano. La notizia, diffusa da fonti palestinesi e confermata dal quotidiano Times of Israel, è stata in seguito riconosciuta dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), che hanno dichiarato di aver “aperto il fuoco contro persone sospette” dopo un lancio di pietre contro le truppe impegnate in un pattugliamento nella zona.

Cisgiordania, l’IDF ammette: “Abbiamo sparato contro persone sospette a Hebron”

Secondo la versione militare, i soldati avrebbero reagito a una “minaccia immediata”, ma la dinamica resta oggetto di verifiche. L’episodio è avvenuto in un’area particolarmente sensibile, teatro negli ultimi mesi di frequenti scontri tra coloni israeliani, esercito e residenti palestinesi.

La versione dell’esercito e le indagini in corso
In una nota diffusa nella tarda serata di giovedì, l’IDF ha affermato che “le truppe operavano nei pressi di al-Rihiya quando individui sospetti hanno lanciato pietre contro i soldati. Le forze hanno risposto con colpi d’arma da fuoco”.
L’esercito ha aggiunto che l’incidente è “in fase di revisione”, ma non ha fornito dettagli ulteriori sull’identità delle persone coinvolte. Il Times of Israel riporta che, secondo testimoni locali, il bambino si trovava a breve distanza dall’area degli scontri e sarebbe stato colpito mentre osservava l’operazione da un campo vicino.
Il ministero della Sanità palestinese ha identificato la vittima come Rashid al-Najjar, undici anni, e ha condannato l’episodio, definendolo “una violazione dei diritti umani e delle convenzioni internazionali sulla protezione dei minori nei conflitti armati”.


Reazioni e tensioni nei Territori
La morte del bambino ha suscitato indignazione a Hebron e nei villaggi circostanti, dove centinaia di persone hanno partecipato ai funerali, scandendo slogan contro l’occupazione israeliana.
Organizzazioni umanitarie, tra cui B’Tselem e Defense for Children International – Palestine, hanno chiesto un’indagine indipendente e trasparente, ricordando che “l’uso eccessivo della forza contro civili, in particolare contro minori, è proibito dal diritto internazionale”.
Il portavoce del governo israeliano ha ribadito che “l’IDF agisce per difendere la sicurezza dei propri soldati” e che “ogni caso di vittima civile è oggetto di revisione interna”. Tuttavia, fonti diplomatiche a Gerusalemme riconoscono che episodi simili rischiano di alimentare ulteriormente la tensione già altissima in Cisgiordania, dove da mesi si susseguono operazioni militari, arresti e rappresaglie.

Un contesto di violenza crescente
L’episodio di Hebron si inserisce in un quadro più ampio di instabilità nei Territori occupati, dove, dall’inizio del 2025, decine di palestinesi — tra cui numerosi minori — sono rimasti uccisi in scontri o raid militari israeliani.
Le autorità israeliane sostengono che le operazioni siano necessarie per contrastare le cellule armate attive nella zona, ma la comunità internazionale ha più volte espresso preoccupazione per l’uso della forza in aree densamente popolate.
Hebron, una delle città più contese della Cisgiordania, ospita una popolazione mista di circa 200.000 palestinesi e 800 coloni israeliani, protetti da una forte presenza militare. Ogni nuovo episodio di violenza, come quello che ha portato alla morte del giovane Rashid, rischia di far precipitare la fragile convivenza in un ciclo di vendette e repressioni.
L’IDF ha annunciato che proseguirà le indagini interne, ma la vicenda, per la sua gravità simbolica, riapre il dibattito sulla protezione dei civili e sul limite dell’uso della forza in un conflitto che da decenni continua a dividere la regione.

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