Davos nasce per far convivere interessi incompatibili senza far saltare il banco. Ma nel 2026 rischia di diventare altro: un’arena dove Donald Trump, con una maxi-delegazione targata Maga, prova a sostituire la grammatica del multilateralismo con la sintassi dell’unilateralismo. In versione brutale: la legge del più forte. In versione elegante: “accordi su misura”. In versione reale: la legge della giungla, la logica del padrone, il mondo come contratto d’adesione.
Il contesto è già scritto nei documenti ufficiali del Forum: l’Annual Meeting 2026 si svolge dal 19 al 23 gennaio 2026 sotto il tema “A Spirit of Dialogue”. Peccato che l’arrivo del presidente Usa — atteso con un intervento rivolto al pubblico il 21 gennaio — rischi di trasformare quel “dialogo” in una parola d’arredo: bella da esporre, facile da ignorare quando iniziano le trattative vere.
La prova muscolare è nella composizione della squadra americana. Secondo le anticipazioni circolate nei briefing del WEF e riprese da più media internazionali, a Davos è attesa una delegazione definita “senza precedenti”, con almeno cinque figure di primissimo piano dell’amministrazione: Marco Rubio (Stato), Scott Bessent (Tesoro), Howard Lutnick (Commercio), Jamieson Greer (Rappresentante al Commercio) e Chris Wright (Energia). A completare il pacchetto, profili “operativi” sui dossier caldi: Steve Witkoff e Jared Kushner. Tradotto: non è una visita di cortesia, è una campagna di posizionamento.
Il presidente del WEF Børge Brende ha riassunto la posta in gioco con una cornice che suona come un avvertimento: “in tempi di incertezza, il dialogo non è un lusso”. Ma l’onda che arriva con Trump spinge nella direzione opposta: meno tavoli larghi, più stanze ristrette; meno regole condivise, più “intese” bilaterali; meno arbitri, più forza contrattuale. In altre parole: Davos come showroom del potere.
Qui sta il punto politico: l’unilateralismo non è solo una scelta di politica estera, è un metodo. Significa trattare il pianeta come un insieme di dossier separati, ognuno con un prezzo diverso. Vuoi sicurezza? Vuoi accesso al mercato? Vuoi gas, tecnologia, protezione finanziaria? Allora accetti condizioni, clausole, reciprocità “asimmetrica”. È la diplomazia transazionale: non costruisce ponti, costruisce dipendenze.
La guerra in Ucraina torna a Davos come tema centrale, con un formato di incontri che coinvolge Volodymyr Zelensky e la NATO guidata da Mark Rutte. Ma la domanda, sullo sfondo, è una sola: quale tipo di “pace” vuole imporre Washington? Una pace di garanzie multilaterali, o una pace di condizioni dettate dal più forte? In questo passaggio, la differenza non è accademica: è la distanza tra un ordine internazionale basato su regole e un ordine basato su chi può farle rispettare con la leva economica, militare e finanziaria.
Il Medio Oriente, intanto, resta un incendio che chiede estintori e produce benzina geopolitica. A Davos si parla di un nuovo organismo di coordinamento per Gaza — un “Board of Peace” — con una prima riunione prevista a margine del Forum. In Italia l’ipotesi ha alimentato indiscrezioni sulla presenza della premier Giorgia Meloni, mentre il dossier viene letto, soprattutto, come un test: l’Europa sarà co-regista o comparsa? Perché l’unilateralismo, per definizione, tollera i partner solo se accettano di recitare la parte assegnata.
La cartina di tornasole è il commercio: dazi, controdazi, minacce, deroghe, eccezioni. L’America First applicata ai rapporti globali non è un’opinione: è un dispositivo. Serve a spostare soldi, catene di fornitura e investimenti. Serve a costringere gli alleati a scegliere. Serve a dire all’Unione europea: o vi allineate, o pagate. E il WEF, che da sempre vende “cooperazione”, rischia di trovarsi a ospitare l’esatto contrario: la cooperazione come obbligo, non come scelta.
Poi ci sono i dossier che scaldano i nervi delle cancellerie: l’Artico, la Groenlandia, le risorse strategiche. In queste settimane è tornata a circolare con forza l’idea di un interesse americano sempre più esplicito verso l’isola, un tassello cruciale tra sicurezza, minerali e rotte. Anche qui, la logica è coerente: ciò che conta non è il principio, è la posizione. Non la norma, ma il vantaggio. Non il consenso, ma la presa.
A completare lo scenario, Davos 2026 ospita una presenza massiccia del capitalismo tecnologico statunitense: dall’ecosistema dell’intelligenza artificiale ai colossi del software, fino alle aziende che vivono nel punto di contatto tra difesa, dati e sicurezza. È un dettaglio solo in apparenza. Perché l’unilateralismo moderno non marcia solo con navi e basi: marcia anche con chip, cloud, algoritmi e standard. Chi controlla l’infrastruttura digitale, controlla una quota crescente del potere.
Nel frattempo il WEF mette in vetrina i numeri: partecipazione record, decine di capi di Stato e di governo, istituzioni globali, banche centrali. Ma l’atmosfera è quella descritta da molti osservatori: un mondo più frammentato e nervoso, dove le “confrontations” economiche vengono ormai percepite come rischio numero uno. E quando l’economia diventa un’arma, il multilateralismo diventa un bersaglio.
Ecco perché il vero scontro di Davos non sarà tra panel e slide: sarà tra due idee di mondo. Da una parte la governance condivisa, imperfetta ma negoziata. Dall’altra l’ordine per imposizione, efficiente per chi comanda e soffocante per chi subisce. Trump arriva per dimostrare che la seconda strada è praticabile, anzi desiderabile. Il rischio è che il Forum, nato per “unire”, diventi la cornice più prestigiosa per legittimare il contrario: l’era in cui vince chi detta le condizioni. E gli altri, se vogliono restare nella stanza, firmano.