Da souvenir ironico a manifesto politico: nella capitale groenlandese spopola un berretto rosso che somiglia ai Maga ma li ribalta. Sullo sfondo, la nuova offensiva di Washington e un braccio di ferro che mette alla prova Danimarca, NATO e identità groenlandese.
Nel centro commerciale più frequentato di Nuuk, la scena sembra uscita da una satira: cappellini rossi, scritte bianche, l’effetto ottico che da lontano richiama il merchandising trumpiano. Poi ti avvicini e la promessa cambia tono: “Make America Go Away”. Non è un meme qualsiasi. È il modo in cui una città artica di circa ventimila abitanti sta trasformando la geopolitica in un oggetto da indossare, e la paura in un gesto collettivo di umorismo resistente.
Il berretto è diventato introvabile in poche ore, raccontano diversi resoconti internazionali: lo comprano i ragazzi, lo cercano i turisti, lo indicano i baristi come si indica un segnale di appartenenza. E soprattutto lo leggono, lo pesano, lo discutono. Perché qui, dove l’inverno non perdona e la costa è una linea di ghiaccio e mare, la parola “acquisizione” non è un tecnicismo: è una minaccia percepita, un’ombra che entra nelle conversazioni quotidiane e rimodella l’aria.
“È come un bambino: vuole tutto” dice una pensionata incrociata in centro, con la stessa severità con cui si rimprovera un capriccio. Una giovane, invece, ammette di evitare la politica ma di non riuscire più a ignorarla: “Spero in un futuro migliore per la Groenlandia… ma certi scenari non voglio nemmeno immaginarli”. Sono voci diverse, stessa sostanza: la sensazione che la pressione esterna stia salendo di livello.
Questa percezione non nasce dal nulla. Negli ultimi giorni Donald Trump ha rilanciato pubblicamente l’idea che gli Stati Uniti debbano mettere le mani sulla Groenlandia per ragioni di sicurezza, collegandola anche a un progetto di difesa missilistica. In parallelo, a Washington si è consumato un incontro ad alta tensione: ai tavoli, la diplomazia del Regno di Danimarca e la linea della Casa Bianca, con JD Vance e Marco Rubio nel ruolo di interlocutori chiave.
Il punto, però, è che la Groenlandia non è un terreno vuoto sulla mappa. È una comunità con istituzioni, memoria e ambizioni. È anche un nodo strategico dove si intrecciano rotte artiche, sorveglianza dello spazio e deterrenza. Ed è qui che l’ironia del cappellino si incastra con la parte dura del dossier: la presenza militare americana sull’isola esiste già, ed è regolata da accordi storici.
La cornice principale è l’Accordo di Difesa del 27 aprile 1951 tra Stati Uniti e Danimarca, che consente a Washington di operare aree di difesa e infrastrutture in Groenlandia, nel rispetto della sovranità danese. È un testo che, letto oggi, spiega perché Copenaghen e Nuuk reagiscano con irritazione quando il dibattito scivola dalla cooperazione alla proprietà: la cooperazione è già prevista, la “vendita” è un’altra cosa.
Non a caso, la posizione danese dopo i colloqui è stata netta: non serve alcuna “acquisizione” per garantire la sicurezza nell’Artico, e resta un disaccordo di fondo con la Casa Bianca. Anche da Nuuk il messaggio è arrivato in formato “no” senza sinonimi: disponibilità a discutere di difesa e alleanze, indisponibilità assoluta sul tema della sovranità.
Il paradosso è che la stessa storia dei rapporti tra Groenlandia e Stati Uniti contiene una componente di fascinazione. Dalla Seconda guerra mondiale in poi, molti groenlandesi hanno conosciuto l’America attraverso la logistica, la radio, i prodotti che arrivavano da lontano, e soprattutto attraverso il lavoro legato alle basi. Ma l’affetto storico non coincide con l’idea di diventare “un pezzo” degli Stati Uniti. E oggi quella differenza è diventata centrale.
La posta in gioco è doppia. Da un lato c’è la geografia: l’Artico è sempre meno periferia, sempre più corridoio. Dall’altro c’è la politica interna groenlandese: la questione dell’autonomia economica, la dipendenza dai trasferimenti danesi, il dibattito sull’indipendenza. In questo contesto, il pressing esterno rischia di ottenere l’effetto opposto: compattare posizioni che normalmente si scontrano, accelerare un’identità “prima groenlandese”, e trasformare ogni frase di Washington in un detonatore domestico.
Persino negli Stati Uniti, l’idea di spingersi oltre l’attuale cornice di cooperazione non sembra avere un consenso largo. Una parte dell’opinione pubblica resta scettica sull’ipotesi di “prendere” la Groenlandia e contraria a qualsiasi escalation. È un dettaglio che a Nuuk viene letto con attenzione: se la pressione è soprattutto politica e simbolica, allora la risposta può diventare politica e simbolica. E un cappellino, in questo, è un’arma gentile ma chiarissima.
Inoltre, sul tavolo resta un’ipotesi che agita le cancellerie: non necessariamente un’annessione formale, ma formule alternative per aumentare la libertà d’azione americana sul territorio, soprattutto sul fronte militare e infrastrutturale. È la zona grigia dove la diplomazia può tentare di spostare i confini senza dichiararlo apertamente. Ed è anche il terreno su cui Danimarca e Groenlandia insistono: qualsiasi “novità” deve passare da un processo condiviso, non da un annuncio unilaterale.
Qui torna utile la concretezza dei documenti: la logica degli accordi prevede consultazioni e un impianto di cooperazione che non ha bisogno di cambiare bandiera per funzionare. È il motivo per cui diversi osservatori europei interpretano la retorica dell’“acquisto” come un messaggio politico più che una procedura praticabile: un modo di alzare la posta, mettere in difficoltà gli alleati, strappare concessioni, oppure spostare l’attenzione su un’idea facile da comunicare.
E allora eccolo, il cappellino: rosso, semplice, diretto. Nella capitale artica diventa un semaforo acceso. Dice che la Groenlandia non vuole essere ridotta a casella strategica, né a preda. Dice che l’identità non è un prezzo. E lo dice con una frase che è insieme battuta e ultimatum: “Make America Go Away”.
La sfida, ora, è capire se l’ironia resterà una valvola di sfogo o se diventerà il simbolo di un nuovo capitolo politico: quello in cui Nuuk smette di parlare solo attraverso Copenaghen e comincia a farsi ascoltare come soggetto pieno, con la sua voce, i suoi limiti e le sue linee rosse. Perché nell’Artico che si riscalda e si militarizza, ogni gesto conta. Anche un berretto. Soprattutto un berretto.