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Difesa, l’Europa accelera: ordini record e profitti in volo nel 2026

- di: Vittorio Massi
 
Difesa, l’Europa accelera: ordini record e profitti in volo nel 2026
Difesa, l’Europa accelera: ordini record e profitti in volo nel 2026
Dalle Borse ai contratti: l’effetto Venezuela, la corsa al riarmo e la sfida (finalmente) agli USA.

Il 2026 si apre con un messaggio chiaro: la difesa non è più solo un capitolo di spesa, è diventata un termometro geopolitico. E quando quel termometro impazzisce, i mercati reagiscono di colpo. Negli ultimi giorni, il settore europeo ha visto un’accelerazione brusca, spinta dall’onda lunga della crisi venezuelana e da una percezione che, nel continente, suona ormai come un ritornello: serve produrre di più, in casa, e più in fretta.

In Borsa, la scossa è stata immediata: i titoli legati all’aerospazio e alla difesa hanno guidato i rialzi europei, con scatti a due cifre in poche sedute su diversi nomi del comparto. Tra i più osservati ci sono Rheinmetall, Leonardo, Saab e BAE Systems, ma anche Thales, Dassault Aviation, Hensoldt, Renk e Indra: un paniere che, nel bene e nel male, oggi racconta la trasformazione della sicurezza europea in industria, non più soltanto in strategia.

Dietro l’euforia dei mercati, però, c’è una dinamica più concreta e meno “da ticker”: gli ordini arretrati. Gli analisti che seguono il settore parlano di backlog ai massimi, con portafogli che si sono gonfiati negli ultimi anni grazie a programmi pluriennali e a contratti firmati a ritmo serrato. Tradotto: la fabbrica ha già lavoro “in pancia” e deve solo (si fa per dire) consegnare. Ed è qui che la partita diventa industriale: non basta avere ordini, bisogna avere capacità produttiva, supply chain, personale e componenti.

Il punto è che l’Europa sta tentando una manovra a due tempi: da un lato riempire magazzini e arsenali svuotati da anni di sottoinvestimenti; dall’altro costruire una filiera più autonoma, riducendo la dipendenza esterna proprio mentre il mondo si frammenta. È una corsa che riguarda la terra (mezzi e blindati), il cielo (aerei da combattimento, sistemi di missione), e la bolla invisibile sopra le città: la difesa aerea, tornata tema centrale dopo anni in cui sembrava roba da libri di storia.

Non è un caso che il dibattito sull’“autonomia strategica” sia rientrato in campo con un tono più duro. In ambienti finanziari e politici, la convinzione è che l’Europa non possa più permettersi di ragionare come un cliente che aspetta consegne da oltreoceano. “L’Europa dovrà assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” è la frase che, declinata in mille forme, sintetizza la nuova postura: più budget, più contratti domestici, più capacità di produzione locale.

Ma “più” non significa “subito”. Un dossier molto citato dagli operatori evidenzia che il rammendo delle capacità europee può richiedere anni, anche per colpa dei colli di bottiglia industriali. L’idea di fondo è semplice: se la domanda esplode e le linee non sono pronte, l’aumento di spesa si traduce in ritardi, non in consegne. E infatti la guerra moderna ha riportato al centro un concetto quasi dimenticato: la produzione seriale conta quanto la tecnologia.

In questo quadro, i numeri di sistema diventano un indizio decisivo. Il comparto aerospazio-sicurezza-difesa europeo ha chiuso il 2024 con un balzo del fatturato complessivo e con un’accelerazione marcata della sola difesa, segnale che la domanda non è episodica. E insieme ai ricavi è salito il lavoro: più addetti diretti, più indotto, più ricerca, perché la competizione è anche su sensoristica, elettronica, software e integrazione.

La competizione con gli Stati Uniti resta il convitato di pietra. Per decenni i grandi contractor americani hanno dominato per scala, bilanci e continuità di commesse. Ora, però, gli europei puntano su una “finestra” favorevole: un ciclo di investimenti interno pluriennale e una domanda che, nel continente, appare meno negoziabile di quanto fosse nel passato. È il motivo per cui alcuni analisti parlano di un settore con ciclo rialzista strutturale: persino un’attenuazione delle crisi non cancellerebbe la necessità di ricostruire scorte e capacità.

Resta l’incognita più delicata: la politica. La crisi venezuelana ha mostrato quanto un evento improvviso possa cambiare la percezione del rischio e ricalibrare priorità e stanziamenti. E lo stesso vale per ogni scacchiere “caldo”: dall’Est europeo al Mediterraneo all’Artico. Il risultato è un paradosso che piace ai mercati e tormenta i governi: per rendere la sicurezza più stabile, bisogna prima attraversare una fase di spesa instabile e di riarmo accelerato.

Nel 2026 la difesa europea promette fatturato e utili in crescita, ma la vera prova non sarà nei comunicati agli investitori. Sarà nelle consegne, nei tempi, nelle fabbriche che riescono a scalare e nelle filiere che non si spezzano. Perché, nella nuova geopolitica, anche un bullone in ritardo può diventare una notizia.

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