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Forfettario 2026: soglia 85mila confermata, resta il paletto dei 35mila

- di: Matteo Borrelli
 
Forfettario 2026: soglia 85mila confermata, resta il paletto dei 35mila
Forfettario 2026: soglia 85mila confermata, resta il paletto dei 35mila

La flat tax “light” non arretra: tetti invariati, controlli più cruciali e tre trappole che possono far saltare il regime anche senza sforare gli incassi. 

Il regime forfettario entra nel 2026 senza scossoni, ma con un messaggio chiaro: la soglia degli 85.000 euro resta il perno e, per chi “mescola” Partita Iva e busta paga, viene confermata l’asticella dei 35.000 euro di redditi da lavoro dipendente (o pensione) riferiti all’anno precedente. Tradotto: il perimetro rimane ampio, però l’accesso continua a dipendere da incastri millimetrici.

Il punto politico è semplice: la manovra sceglie la continuità e difende lo strumento che, nel bene e nel male, ha cambiato la geografia delle micro-attività. Il punto pratico è più ruvido: non basta “stare sotto”. Contano come incassi, da dove incassi e con chi lavori.

Il cuore del forfettario: 85.000 euro, ma vale la cassa

Nel forfettario la bussola è il criterio di cassa: rilevano i compensi effettivamente incassati nell’anno, non le fatture emesse. È una differenza che, a fine dicembre, diventa una strategia (lecita) o un boomerang (se gestita male).

Esempio: una fattura emessa a dicembre 2025 ma incassata a gennaio 2026 fa volume sul 2026. In pratica, il confine non è la data in cui “lavori”, ma quella in cui incassi.

La doppia soglia 85.000 / 100.000: perché cambia tutto

Il secondo numero da memorizzare è 100.000. Se superi gli 85.000 euro ma resti entro i 100.000, normalmente mantieni il forfettario per l’anno in corso e lo perdi dall’anno successivo. Se invece superi i 100.000, l’uscita può diventare immediata, con effetti operativi (e di liquidità) che possono mordere subito.

Qui la prudenza non è moralismo: è aritmetica. Uno sforamento “di poco” può essere gestibile; uno sforamento “di troppo” può trasformare l’anno in una corsa ad ostacoli tra calcoli, adeguamenti e fatturazione.

Il paletto dei 35.000 euro per dipendenti e pensionati: conferma e eccezione chiave

Il 2026 conferma la soglia potenziata: chi nel 2025 ha avuto redditi da lavoro dipendente o pensione oltre i 35.000 euro (al lordo, con regole specifiche di calcolo) non può applicare il forfettario nel 2026. È una barriera che incide soprattutto su chi sta passando gradualmente dal “doppio binario” alla Partita Iva piena.

C’è però un passaggio che molti sottovalutano: se il rapporto di lavoro è cessato nell’anno precedente, in alcuni casi il vincolo può non operare. In sostanza, la norma prova a distinguere tra chi usa la Partita Iva come “secondo canale” e chi, invece, sta davvero cambiando vita lavorativa.

"Il regime resta una scorciatoia amministrativa, ma non è un lasciapassare automatico": è il commento che circola tra consulenti fiscali e associazioni di categoria, perché l’errore tipico è verificare solo i ricavi e dimenticare gli altri filtri.

Flat tax al 15% (o al 5%): cosa paghi davvero e come si calcola

Nel forfettario non si calcolano le imposte “come al solito”. Si applica un’imposta sostitutiva (la “flat tax”) che prende il posto di Irpef, addizionali e, per la parte prevista, altri tributi collegati. L’aliquota standard è 15%, mentre per le nuove attività, se rispettano i requisiti, può scendere al 5% per un periodo iniziale.

Il coefficiente di redditività: la leva che cambia tutto

La base imponibile nasce da un meccanismo “forfettario” sul serio: si prende il totale dei ricavi/compensi e si applica un coefficiente di redditività legato al codice attività. Quella percentuale rappresenta il reddito “presunto”, su cui calcolare l’imposta.

Qui sta il trade-off: meno burocrazia, ma niente detrazione analitica delle spese (salvo i contributi previdenziali obbligatori, dove previsto). Chi ha costi reali elevati può scoprire che la semplicità, alla fine, costa.

Zero Iva in fattura e meno adempimenti: il vantaggio “silenzioso”

Il regime, in linea generale, comporta fatture senza Iva e una gestione contabile più leggera: meno registri, meno scadenze periodiche, un impianto amministrativo che piace soprattutto a professionisti e micro-imprese senza struttura.

I tre limiti che fanno cadere (anche senza sforare gli 85mila)

1) Ricavi/compensi: il tetto resta la prima prova

È la regola più nota, ma non l’unica: 85.000 euro di incassi annui. Ed è cruciale ricordare che il conteggio segue la cassa: gli incassi “tardivi” possono spostare l’ago della bilancia.

2) “Doppio reddito”: lavoro dipendente/pensione e Partita Iva

Il limite dei 35.000 euro sui redditi da lavoro dipendente o pensione dell’anno precedente è il classico scivolone. Non basta guardare l’imponibile mensile: serve ricostruire il totale annuo con i criteri corretti.

3) Spese per dipendenti e collaboratori: il muro dei 20.000 euro

Terzo paletto: le spese per lavoro (dipendenti e collaboratori) sostenute nell’anno precedente. Se superano 20.000 euro complessivi, dal 2026 si rischia l’uscita. È la norma che, più delle altre, fotografa la tensione del regime: favorire il micro, ma senza accompagnare davvero la crescita.

"È spesso il primo freno per chi sta assumendo", osservano diversi professionisti: appena una piccola attività prova a strutturarsi, può ritrovarsi a dover scegliere tra personale e regime.

Le cause di esclusione: quando non conta quanto incassi

Oltre ai limiti numerici, esistono cause ostative che possono escludere dal forfettario anche chi è perfettamente sotto soglia. Qui si gioca una partita delicata, perché la verifica non è solo contabile ma anche “di sostanza”.

Partecipazioni societarie: attenzione ai collegamenti con l’attività

La partecipazione in alcune società (ad esempio società di persone o determinate configurazioni in Srl) può rendere il regime non applicabile se ricorrono condizioni specifiche, in particolare quando l’attività della società è riconducibile a quella svolta con la Partita Iva e sussistono elementi di controllo o collegamento rilevanti.

Rapporti con l’ex datore: la regola “anti-finti autonomi”

Un’altra esclusione tipica riguarda chi lavora prevalentemente con un ex datore di lavoro (o soggetti collegati) in una finestra temporale definita dalla norma. La logica è anti-elusiva: evitare che un rapporto di lavoro dipendente venga “travestito” da consulenza.

In concreto, se una quota molto ampia dei compensi arriva dallo stesso soggetto, il rischio è di uscire dal regime. Il consiglio operativo che rimbalza tra consulenti è pragmatico: diversificare i clienti non è solo marketing, è anche tutela fiscale.

Altre esclusioni tipiche

Esistono poi casi legati a particolari regimi Iva o a specifiche attività (ad esempio alcune cessioni o operazioni con regole speciali) che possono impedire l’accesso, indipendentemente dagli incassi.

Check-list 2026: tre controlli da fare prima di “dare per scontato” il regime

  1. Somma gli incassi reali dell’anno precedente (non le fatture emesse) e verifica il doppio binario 85.000/100.000.
  2. Ricostruisci i redditi da dipendente/pensione del 2025 e confrontali con la soglia 35.000, tenendo conto delle regole di calcolo applicabili.
  3. Rivedi le spese di personale/collaborazioni del 2025: se ti avvicini a 20.000, pianifica con anticipo.

Per molti contribuenti il 2026 sarà un anno di conferme. Per chi è in crescita, invece, potrebbe essere l’anno in cui il forfettario smette di essere una “corsia comoda” e diventa una scelta da pesare: semplicità contro scalabilità, oggi più che mai.

"La vera domanda non è solo quanto pago, ma dove voglio arrivare": una frase che riassume bene il bivio di tanti micro-imprenditori e professionisti, tra stabilità e salto di dimensione.

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