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Trump impone l’aut aut al Venezuela: stop a Cina, Russia, Cuba e Iran per il controllo del petrolio

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Trump impone l’aut aut al Venezuela: stop a Cina, Russia, Cuba e Iran per il controllo del petrolio
L’ordine è arrivato senza giri di parole. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto al Venezuela di interrompere i rapporti con Cina, Russia, Cuba e Iran. Non una raccomandazione, ma un’imposizione politica che riguarda il cuore della crisi venezuelana: il petrolio. L’obiettivo statunitense è chiaro, diventare l’unico partner del Paese sudamericano per la vendita del suo greggio pesante.

Trump impone l’aut aut al Venezuela: stop a Cina, Russia, Cuba e Iran per il controllo del petrolio

La richiesta non è simbolica. Il petrolio venezuelano, pesante e difficile da raffinare, è però ideale per alcune raffinerie statunitensi del Golfo del Messico. Assicurarsi questa fornitura significa per Washington ridurre la dipendenza da altri scenari instabili e, allo stesso tempo, escludere i concorrenti strategici. È una mossa economica che si traduce in un atto politico, con effetti che vanno ben oltre il mercato energetico.

La risposta di Pechino
La reazione della Cina è stata immediata. Il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato apertamente di “intimidazione verso un Paese sovrano”, una formula che nella diplomazia cinese equivale a una presa di posizione netta. Gli interessi della Cina in Venezuela — ha ribadito Pechino — devono essere tutelati, così come quelli di altri Paesi che hanno investito e sostenuto Caracas negli anni dell’isolamento occidentale.

Un’alleanza costruita negli anni
Negli ultimi quindici anni il Venezuela ha stretto accordi strategici con Pechino, ottenendo prestiti miliardari spesso ripagati in barili di petrolio. La Russia ha garantito appoggio politico e militare, Cuba e Iran hanno rappresentato alleati ideologici e logistici. L’ultimatum di Trump chiede di cancellare tutto questo in nome di una nuova esclusività con gli Stati Uniti.

Caracas sotto pressione
A Caracas il silenzio pesa quanto le dichiarazioni ufficiali. Accettare l’ultimatum significherebbe rompere equilibri costruiti in anni di sanzioni e isolamento. Rifiutarlo espone il Paese a nuove pressioni economiche e politiche. Il margine di manovra è ridotto: il Venezuela ha bisogno di vendere petrolio, di attrarre investimenti e di rimettere in moto un’economia stremata da anni di crisi.

Dalle sanzioni all’esclusività
Quello che emerge è un cambio di strategia. Non più soltanto sanzioni, ma accordi condizionati. Non isolamento totale, ma una relazione esclusiva. Gli Stati Uniti non chiedono neutralità, chiedono una scelta netta. E una sola. In cambio, promettono accesso al mercato e una normalizzazione dei flussi petroliferi.

Il rischio di uno scontro più ampio
La risposta cinese indica che la partita non resterà bilaterale. Pechino non intende arretrare facilmente in America Latina, una regione dove ha investito capitali e costruito relazioni strategiche. Mosca osserva con attenzione, consapevole che ogni arretramento venezuelano rafforza l’influenza americana in un’area storicamente sensibile.

Il Venezuela al centro della scacchiera
Il Paese sudamericano si ritrova ancora una volta al centro di uno scontro che va ben oltre i suoi confini. Il petrolio è il pretesto, la posta in gioco è l’equilibrio globale. In un mondo diviso in blocchi, la sovranità dei Paesi più fragili viene negoziata a colpi di ultimatum. E Caracas scopre, ancora una volta, quanto il proprio destino sia legato alle decisioni prese altrove.

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