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Grecia, stop a studenti universitari fuori corso: 308mila via

- di: Jole Rosati
 
Grecia, stop a studenti universitari fuori corso: 308mila via
Grecia, stop agli “eterni”: 308mila fuori dai registri universitari

Pulizia record nelle università pubbliche: spariscono gli iscritti “in pausa” da anni. Il governo promette qualità e conti più chiari, il mondo accademico avverte: rischio stangata sociale.

La Grecia ha deciso di mettere fine a una delle sue più note anomalie accademiche: gli “studenti eterni”, iscritti formalmente all’università ma di fatto lontani da aule ed esami da un pezzo. Il 2 gennaio 2026 il ministero dell’Istruzione ha comunicato la rimozione di 308.605 nominativi dai registri delle università pubbliche: si tratta, in larga parte, di persone immatricolate prima del 2017 nei corsi di laurea di primo livello (quelli quadriennali) che non risultavano più attive.

Tradotto: una sforbiciata che quasi dimezza la platea ufficiale degli iscritti, perché gli studenti “realmente in corsa” erano stimati in poco più di 350mila nel 2024, distribuiti in 25 atenei pubblici. E mentre il governo rivendica una scelta “europea” e di buon senso amministrativo, la critica più tagliente è politica e sociale: chi si ferma non sempre lo fa per capriccio.

Il colpo di spugna e la “seconda chance”

La riforma non è arrivata come un fulmine: da mesi, ad Atene, si discuteva di un aggiornamento massiccio degli elenchi. La stretta riguarda soprattutto chi, pur risultando iscritto, aveva trasformato l’università in una sorta di abbonamento a tempo indeterminato, grazie a regole e prassi che per anni hanno tollerato interruzioni lunghissime.

Nello stesso pacchetto è stata prevista una via d’uscita per chi voleva davvero rientrare in partita: secondo quanto comunicato dalle autorità, circa 35mila persone hanno presentato domanda e sono riuscite a rinnovare la propria posizione nel 2025, sfruttando una finestra di riammissione legata a requisiti specifici (crediti già maturati e una recente attività d’esame, tra le condizioni citate nelle ricostruzioni di stampa).

Il messaggio politico è chiaro: non un’espulsione “a strascico” per chi sta finendo, ma un taglio netto per chi non c’è più. Ed è qui che il governo gioca la carta dell’efficienza.

La linea del governo: “Lo status non dura per sempre”

La ministra dell’Istruzione Sofia Zacharaki ha difeso la stretta con un argomento che punta dritto al confronto internazionale: “Lo status di studente non è valido per tutta la vita in nessuna moderna università europea”. E ha aggiunto, con un lessico che suona come un manifesto identitario: “Vogliamo titoli di studio di valore, che riflettano impegno, competenze e passione”.

Nelle intenzioni dell’esecutivo, ripulire gli elenchi non è un esercizio di ragioneria, ma un modo per rendere prevedibili programmazione e investimenti. Il vice ministro Nikos Papaioannou ha legato la misura a un obiettivo molto “da governance”: “Con elenchi aggiornati, le università possono pianificare con più precisione: è un prerequisito per migliorare qualità accademica, attività quotidiane e criteri con cui gli atenei greci vengono valutati nelle classifiche internazionali”.

C’è anche un punto meno visibile ma pesante: secondo le autorità, gli iscritti inattivi non costavano rette (i corsi pubblici sono finanziati dallo Stato e per i cittadini Ue non c’è tassa di iscrizione), però producevano zavorra amministrativa tra segreterie, statistiche, servizi e rendicontazioni.

Che cosa cambia davvero: dal “lifelong” al tempo massimo

Per decenni la Grecia ha convissuto con la filosofia dell’“apprendimento permanente” in versione domestica: restare iscritti, anche se la vita spinge altrove. Lavoro, famiglia, emigrazione, periodi di crisi: l’università restava lì, come un file lasciato aperto sul desktop.

Oggi quel file viene chiuso con una regola molto più rigida: la durata massima degli studi. In diversi dipartimenti universitari, le indicazioni operative richiamano esplicitamente la cornice legislativa che fissa limiti del tipo n+2 o n+3 (anni “extra” oltre la durata ordinaria), con possibilità di sospensione degli studi entro finestre definite. Il principio è semplice: fermarsi si può, ma non all’infinito.

E qui si innesta una seconda trasformazione: l’università viene sempre più trattata come un sistema da misurare in modo comparabile, anche in chiave di posizionamento internazionale. Se conti dentro chi non frequenta da anni, i numeri raccontano una storia distorta. Se li togli, la fotografia diventa più nitida. Ma la nitidezza, avvertono i critici, può diventare una lama.

Le critiche: “Così si colpiscono i più fragili”

Gli oppositori della stretta – in larga parte dentro il mondo accademico – contestano soprattutto un punto: l’idea che l’inattività sia sempre una scelta individuale. Secondo questa lettura, l’università greca porta ancora i segni della crisi economica del decennio scorso, quando molte famiglie hanno perso reddito e molti giovani hanno dovuto lavorare, spostarsi o interrompere.

Il timore è che, dietro l’etichetta “eterni”, ci sia anche chi ha studiato a singhiozzo per ragioni di svantaggio economico e sociale. In altre parole: una riforma presentata come modernizzazione rischia di trasformarsi in una selezione indiretta, dove vince chi può permettersi continuità.

È un braccio di ferro classico: merito e tempi contro flessibilità e contesto. E la Grecia lo combatte mentre sta ridisegnando anche un’altra partita, altrettanto sensibile.

Il contesto: università pubbliche, e il nuovo capitolo dei privati

La stretta sui fuori corso arriva in una stagione in cui l’istruzione superiore greca sta cambiando pelle. Storicamente, i titoli riconosciuti erano quasi esclusivamente un affare delle università pubbliche. Ma negli ultimi anni Atene ha avviato un percorso che apre la porta a istituzioni non statali (in particolare filiali non profit di università estere, sotto licenza e supervisione).

È un passaggio delicatissimo nel dibattito greco: da una parte la promessa di attrarre investimenti e studenti internazionali, dall’altra il timore di un doppio binario che svuoti il pubblico. In questo quadro, “ripulire” i registri e rendere le università più governabili può apparire, agli occhi del governo, come un tassello coerente: meno inerzia, più performance.

Ma la domanda resta sospesa, come in un corridoio di facoltà: chi paga il prezzo della normalizzazione?

Che cosa succede adesso

Nel breve periodo, l’effetto è già scritto nei numeri: statistiche più “magre” e un universo amministrativo alleggerito. Nel medio periodo, la sfida è più complessa: trasformare la stretta in miglioramento reale della didattica, senza ridurre l’università a una gara a eliminazione.

Molto dipenderà da come verranno gestite le eccezioni, le sospensioni e i canali di rientro: se resteranno strumenti credibili per chi ha avuto carriere spezzate, la riforma potrà essere venduta come “ordine”. Se invece diventeranno un labirinto burocratico, l’etichetta “eterni” rischierà di coprire un’altra parola: esclusi.

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