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Umbria, l’algoritmo antimafia che fiuta gli affari sporchi

- di: Bruno Coletta
 
Umbria, l’algoritmo antimafia che fiuta gli affari sporchi
Umbria, algoritmo antimafia: come funziona il radar anti-infiltrazioni

Dati pubblici, bilanci e “segnali deboli”: la Regione fa da apripista e accende un radar dove prima c’era solo fiuto.

In Umbria la parola d’ordine diventa una: prevenire. Non con un nuovo reparto, non con un modulo in più, ma con un cervello matematico addestrato a riconoscere le ombre prima che diventino notizia giudiziaria. La Regione si prepara a sperimentare un algoritmo capace di lanciare alert su possibili infiltrazioni mafiose nel tessuto economico e nella macchina amministrativa, incrociando numeri, anomalie e comportamenti che—quando tornano—raramente sono casuali.

Il punto non è “scovare il colpevole” con un clic. Il punto è molto più pragmatico (e molto più utile, per chi deve controllare davvero): creare una spia preventiva, un indicatore di rischio che suggerisca dove guardare meglio, prima che i soldi pubblici o i settori più vulnerabili finiscano nella morsa di reti opache. In parole semplici: se il passato lascia impronte ricorrenti, la macchina prova a riconoscerle quando ricompaiono.

Il progetto nasce nell’ambiente di ricerca dell’Università di Padova e ruota attorno a un’idea tanto potente quanto delicata: studiare i casi già emersi (condanne, ricostruzioni, pattern economici e societari) per costruire modelli di comportamento. Quando un’impresa o un ente presenta dinamiche molto simili—per struttura finanziaria, relazioni, scatti improvvisi e incongruenze—l’algoritmo alza la mano. Non accusa: segnala.

Il carburante, qui, non sono intercettazioni o “soffiate”. Sono soprattutto dati strutturati e in gran parte accessibili: bilanci, informazioni societarie, indicatori economici. La logica è quella dei segnali deboli: cambiamenti troppo rapidi nella finanza aziendale, assetti proprietari che si complicano senza ragione industriale evidente, incastri tra soggetti che diventano improvvisamente centrali. Tutti indizi che, presi uno per uno, possono sembrare rumore. Presi insieme, spesso raccontano una storia.

Il professor Antonio Parbonetti, tra i volti più citati di questo filone di studio e legato anche alla startup Rozes Intelligence, ha chiarito più volte la cornice: non è un tribunale automatico, è un faro per indirizzare verifiche. In questa filosofia sta la scommessa umbra: affiancare controlli tradizionali e attività investigativa con un supporto capace di leggere migliaia di variabili in parallelo, là dove l’occhio umano inevitabilmente seleziona.

"È uno strumento predittivo, non una sentenza: accende una spia dove servono più controlli" è il tipo di messaggio che accompagna l’iniziativa. E non è un dettaglio: perché la linea tra prevenzione e scorciatoia è sottilissima, e ogni “alert” deve restare un invito all’approfondimento, non un marchio.

Non a caso, nei percorsi di utilizzo descritti fin qui, entrano in scena attori abituati a maneggiare rischio e verifiche: Guardia di Finanza, Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sono stati citati, in ambito istituzionale, come contesti in cui strumenti di questo tipo possono affiancare il monitoraggio, soprattutto quando il tema è la filiera degli appalti e dei fondi straordinari.

Qui entra in gioco la parola più sensibile di tutte: PNRR. Un’enorme massa di gare, subappalti, affidamenti, accelerazioni. E quindi—inevitabilmente—una calamita. In questa prospettiva, l’algoritmo diventa un “acceleratore” di attenzione: non sostituisce i controlli, ma aiuta a prioritizzare dove metterli per primi, quando le risorse umane non possono coprire tutto.

L’Umbria viene spesso percepita come territorio “fuori dalle mappe classiche” delle mafie storiche. Ed è proprio questo il punto: oggi la criminalità organizzata cerca soprattutto economia, non folklore. Settori come edilizia, immobiliare, logistica, manifattura e gestione rifiuti—citati di frequente nelle analisi divulgative e nei lavori di ricerca—restano porte d’accesso perché permettono movimento di capitali, fatture, schermi societari e reinvestimenti rapidi.

In parallelo, la Regione porta avanti anche la partita simbolica e concreta dei beni sottratti: nelle stesse ore in cui si è tornati a parlare dell’algoritmo, è emersa la notizia di un nuovo bene confiscato sul territorio, un grande appartamento nel centro di Spello. È un promemoria utile: prevenzione digitale e contrasto patrimoniale sono due binari diversi, ma corrono nella stessa direzione—togliere ossigeno economico.

C’è poi il capitolo più spinoso, quello che decide se un progetto resta annuncio o diventa metodo: governance. Chi vede gli alert? Con quali criteri si apre un approfondimento? Come si evita che un “rischio” statistico diventi un pregiudizio operativo? E soprattutto: quali dati entrano, come vengono aggiornati, con quali garanzie? Un algoritmo è forte quanto i dati che lo alimentano e quanto le regole che ne incanalano l’uso.

Il test umbro, proprio perché “pilota”, vale doppio: non misura solo l’accuratezza, ma anche la capacità di integrare tecnologia e procedure senza creare scorciatoie. La promessa è un vantaggio di tempo: leggere prima ciò che spesso si capisce dopo. La cautela è obbligatoria: ricordare che la legalità non è un output, è un processo.

Se funzionerà, il risultato più interessante potrebbe essere questo: trasformare una regione considerata “di passaggio” in un laboratorio dove la prevenzione smette di essere una parola astratta e diventa un cruscotto. Con una regola semplice, ma decisiva: la macchina segnala, l’uomo decide.

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