Il presidente francese (foto) accusa Washington di violare le regole internazionali, difende l’Onu e blinda la linea europea contro Big Tech.
Tra Onu, Big Tech e mercato unico: Parigi avverte Washington e chiama l’Europa a fare blocco.
Nel grande salone della diplomazia francese, davanti alla platea che più di tutte misura la temperatura del mondo – l’insieme degli ambasciatori – Emmanuel Macron sceglie parole che suonano come un avviso, ma anche come una diagnosi: gli Stati Uniti, sostiene, “si stanno gradualmente allontanando” da alcuni alleati e “si stanno liberando” dai vincoli che hanno retto l’ordine internazionale del dopoguerra. Il cuore del messaggio è politico e simbolico insieme: "nelle relazioni diplomatiche cresce un’aggressività neocoloniale".
Il punto non è solo l’ennesimo strappo verbale tra sponde dell’Atlantico: è la fotografia di un contesto in cui, secondo l’Eliseo, le regole comuni si consumano mentre le potenze tornano a ragionare per zone d’influenza. Macron descrive istituzioni multilaterali meno efficaci e un clima da “spartizione del mondo” che rimette in campo – con altri nomi, ma dinamiche familiari – tentazioni del passato. E lo fa rivendicando una linea: rifiuto del “nuovo colonialismo” e del “nuovo imperialismo”, ma anche rifiuto del fatalismo.
Da qui l’insistenza su un verbo che, a Parigi, pesa più di un proclama: reinvestire. L’obiettivo dichiarato è l’Onu, presentata non come un orpello, ma come un’infrastruttura politica da rimettere in manutenzione urgente. In sostanza: se il multilateralismo scricchiola, la risposta non è abbandonarlo, è ripararlo prima che si trasformi in un museo. In quella frase – "sarebbe assurdo non farlo" – c’è l’idea che l’Europa non possa permettersi il lusso del cinismo, perché il prezzo lo pagherebbe in sicurezza, influenza e autonomia.
Il discorso non si ferma ai palazzi di vetro. Il secondo fronte è quello che ormai decide elezioni, mercati e opinione pubblica: la tecnologia. Qui Macron alza un muro a difesa della regolazione europea e lo fa citando i pilastri con cui Bruxelles ha provato a disciplinare le piattaforme: DSA (Digital Services Act) e DMA (Digital Markets Act). Il messaggio è netto: quelle regole “vanno difese e rafforzate”, perché non sono un capriccio burocratico ma una scelta di sovranità democratica.
La partita sul digitale è diventata una leva geopolitica. Da un lato c’è l’Europa che chiede responsabilità alle piattaforme, trasparenza sugli algoritmi, contrasto ai contenuti illegali e ai rischi sistemici; dall’altro ci sono interessi economici giganteschi e un confronto politico sempre più acceso tra capitali occidentali. Quando Macron evoca uno “scudo democratico europeo”, sta dicendo che la frontiera non è più soltanto militare o commerciale: è informativa, culturale, elettorale.
Negli ultimi mesi Bruxelles ha messo la difesa della democrazia al centro di un pacchetto che – già dal nome – parla il linguaggio dell’emergenza strategica: l’European Democracy Shield. L’impianto prevede un rafforzamento della risposta europea contro disinformazione, interferenze straniere e minacce ibride, chiamando in causa anche gli obblighi e i meccanismi del DSA (inclusi protocolli di crisi e cooperazione più stretta tra autorità e piattaforme). È un cantiere in evoluzione, discusso nei dettagli, ma con una traiettoria chiara: trattare la resilienza democratica come politica pubblica, non come campagna di sensibilizzazione.
In questo quadro, difendere le regole UE sul digitale significa difendere anche la capacità europea di imporre standard a colossi spesso extraeuropei. Non è soltanto “moderazione dei contenuti”: è potere normativo. E quando Macron invita a “consolidare” quelle norme, segnala che l’Europa – se vuole contare – deve smettere di arretrare appena la pressione sale.
Sullo sfondo c’è anche la dimensione più teatrale delle relazioni internazionali: la politica come comunicazione permanente. Nei giorni precedenti, negli Stati Uniti, Donald Trump ha ironizzato pubblicamente su Macron, imitandone l’accento e raccontando – in chiave di scherno – un presunto colloquio sui dazi. Anche se i dossier reali si giocano su numeri, norme e alleanze, la scena conta: quando la derisione entra nel circuito mediatico globale, diventa un segnale di postura e un modo per definire rapporti di forza senza passare dai comunicati ufficiali.
La parte più “europea” del messaggio arriva nel finale, dove Macron prova a trasformare l’allarme in agenda: chiede un programma accelerato di “preferenza europea” nel commercio e spinge su due parole che, dette così, sembrano tecniche ma sono politiche: semplificazione del mercato unico e mercato unico dei capitali. L’obiettivo è rendere più “reale” un’Europa da 450 milioni di abitanti: più integrata, più rapida, più capace di finanziare innovazione e difesa senza dipendere da risorse esterne.
Ogni accelerazione europea, però, apre fratture interne tra Paesi e interessi. E lo stesso “Democracy Shield” è stato letto da diversi osservatori come un contenitore ambizioso ma non sempre immediatamente incisivo: molte azioni ruotano attorno a coordinamento e rafforzamento dell’esistente, con la difficoltà di trasformare principi in strumenti davvero rapidi quando arrivano campagne ostili o interferenze. Ma la politica, spesso, è anche questo: creare cornici che permettano poi misure più robuste quando la finestra si apre.
Il dato, oggi, è la postura: Emmanuel Macron tiene insieme tre piani – geopolitico, istituzionale, tecnologico – per dire che l’Europa non può più vivere di rendita sull’idea che “alla fine” le regole reggeranno da sole. E nel suo affondo sugli Stati Uniti c’è una scommessa: spingere l’Unione a fare massa critica proprio mentre la tentazione globale va verso la frammentazione.
In controluce, si legge una domanda che pesa più di molte risposte: se il mondo torna a essere il campo delle grandi potenze, l’Europa vuole essere un attore o un terreno? Macron sceglie la prima opzione, alzando la voce su alleanze, regole e piattaforme. E lo fa con una definizione – "aggressività neocoloniale" – che non è solo una critica: è un modo per dire che la partita riguarda la forma stessa della sovranità nel XXI secolo.